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Home » Serie TV » Recensioni serie TV » Boris 4, la recensione: un altro algoritmo è possibile?

Boris 4, la recensione: un altro algoritmo è possibile?

La recensione dei primi due episodi di Boris 4, atteso ritorno della serie metatelevisiva diventata un fenomeno di culto del piccolo schermo.
Stefano Lo VermeDi Stefano Lo Verme25 Ottobre 2022
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Una scena di Boris 4
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La serie: Boris 4, 2022. Creata da: Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo. Cast: Francesco Pannofino, Alessandro Tiberi, Pietro Sermonti, Caterina Guzzanti. Genere: Commedia. Durata: 30 minuti ca./8 episodi. Dove l’abbiamo visto: alla Festa del Cinema di Roma.

Trama: Dopo il cocente fiasco del loro Gengis Khan, Stanis La Rochelle e Corinna Negri puntano a tornare alla ribalta grazie a una nuova fiction, Vita di Gesù, di cui saranno produttori e interpreti, con il fido René Ferretti al timone di regia. A finanziare un progetto tanto imponente dovrebbe essere una piattaforma internazionale che vede Alessandro, l’ex stagista de Gli occhi del cuore, quale responsabile per l’Italia; tuttavia, il potenziale lock per Vita di Gesù da parte della piattaforma dipende dalle rigorose indicazioni di un algoritmo in grado di intercettare i gusti del pubblico.


È difficile trovare una serie a cui la categoria di cult si adatti con un’aderenza paragonabile a quella di Boris, che nell’arco degli ultimi quindici anni si è tramutato da prodotto di nicchia per uno zoccolo duro di affezionati ad autentico fenomeno di massa. Merito ovviamente di un febbrile passaparola, della sua natura di opera in anticipo sui tempi (o piuttosto, abilissima nel cogliere lo spirito della contemporaneità) e, più di recente, dell’approdo su Netflix, dove la ‘fuoriserie’ italiana si è guadagnata nuove legioni di fan. Ma è un’altra piattaforma, Disney+, a ospitare il suo gradito ritorno con una quarta stagione realizzata a ben dodici anni di distanza dalla precedente, nonché undici anni dopo la parentesi cinematografica di Boris – Il film: otto nuovi episodi, di cui i primi due, proiettati in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, costituiscono l’oggetto della nostra recensione di Boris 4.

La trama di Boris 4: dalla TV allo streaming

una scena di Boris 4

Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, gli storici autori di Boris (nato nel 2007 da un soggetto di Luca Manzi e Carlo Mazzotta), sono ancora le firme alla base di questo strepitoso sequel, stavolta però senza l’apporto di Mattia Torre, scomparso nel 2019. Un’assenza a cui Ciarrapico e Vendruscolo hanno fatto implicito riferimento attraverso una scelta narrativa ben precisa: una sorta di omaggio, insieme tenero e ironico, che non vi sveliamo in anticipo, ma che esprime in maniera emblematica il gioco di echi e di riflessi tra realtà e finzione che è da sempre al cuore di Boris. E che, manco a dirlo, fa da spunto di partenza della trama della quarta stagione, nonché da cornice dell’intera vicenda: l’egemonia culturale assunta dalle piattaforme nel panorama della serialità odierna. Se le prime tre stagioni, fra il 2007 e il 2010, ci raccontavano con spirito corrosivo la tradizione inscalfibile delle fiction della TV generalista nostrana, Boris 4 non poteva che confrontarsi con l’epoca dello streaming, le sue tendenze e le sue regole.

La legge dell’algoritmo

una scena di Boris 4

Ma se cambia la forma, o meglio il contenitore, non è detto che debba cambiare anche la sostanza. È quanto sembrano suggerire i due episodi inaugurali della stagione: è vero, non c’è più l’ingombrante presenza del dottor Cane a dettar legge a René Ferretti e al suo sgangherato team, ma questi ultimi devono comunque sottostare alle richieste di Allison, produttrice della piattaforma dal cui lock (leggasi: approvazione) dipenderà l’esito della fiction Vita di Gesù. Allison, che si materializza al cospetto di René & company nella dimensione virtuale delle videoconferenze, non avrà l’inquietante aura andreottiana del dottor Cane, ma le sue indicazioni non sono meno rigorose di quelle da cui dipendeva Gli occhi del cuore. Anche perché, a dettarle, è il fantomatico algoritmo: l’oracolo dello streaming, l’intelligenza superiore che conosce in anticipo ciò che gli spettatori desiderano vedere, dal ghost (leggasi: conflitto interiore) del protagonista alla storia teen. Perfino quando si tratta di mettere in scena l’esistenza di Gesù, ruolo rivendicato – in barba alla corrispondenza anagrafica – dal divo Stanis La Rochelle di Pietro Sermonti.

Una serie che parla ancora di tutti noi

una scena di Boris 4

Nel fuoco di fila di battute e di inside joke, dunque, Boris continua a parlarci di noi stessi, delle contraddizioni e ossessioni che ci caratterizzano e di cui la televisione (anzi, lo schermo delle nostre visioni in streaming) resta uno specchio inesorabile, la micidiale cartina da tornasole. Affresco lucidissimo, benché mai moraleggiante, delle nostre miserie quotidiane e dei maldestri tentativi di tenerci a galla (sulla scia dell’eponimo pesciolino rosso), Boris riporta sotto la lente d’ingrandimento i compromessi a cui ciascuno si trova a far fronte nel proprio percorso verso un ideale forse irraggiungibile; a cominciare dal povero René Ferretti, maschera ormai iconica di un esilarante Francesco Pannofino, il cui personaggio è puntualmente sospeso fra ambizione e rassegnazione (la sua rinuncia alla “strage degli innocenti” è fra le innumerevoli perle degli episodi d’apertura).

La recensione in breve

9.0 Strepitoso

Se il nostro primo incontro con Boris, mediante lo sguardo smarrito di Alessandro su un polveroso set televisivo, risale a ben quindici anni fa, il tempo trascorso non ha intaccato affatto la profondità, l’intelligenza e l’umorismo graffiante della penna di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo. Per i fan di lunga data, questa quarta stagione si preannuncia pertanto come il meraviglioso ritorno tra luoghi familiari e personaggi ai quali non abbiamo mai smesso di voler bene; per tutti gli altri, come un imperdibile invito a riscoprire la serie probabilmente più coraggiosa e innovativa mai prodotta in Italia.

  • Voto CinemaSerieTV 9.0
  • Voto utenti (0 voti) 0
Stefano Lo Verme
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Nato a Roma, classe 1985, è stato spinto dalla bulimica passione per la lettura sulla strada dell'insegnamento. Da adolescente scatta il colpo di fulmine per i film di Billy Wilder, Woody Allen e Robert Altman; da allora ama dedicarsi a cinema e dintorni (perlomeno quando non è impegnato a tormentare i propri alunni). La sua massima aspirazione: acquisire la compostezza e il savoir-faire dei personaggi di Isabelle Huppert.

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