La serie: Emily in Paris – Stagione 5 (2025)
Titolo originale: Emily in Paris
Ideatore: Darren Star
Regia: Andrew Fleming, Peter Lauer, vari
Sceneggiatura: Darren Star, vari
Genere: Commedia romantica, Drammatico
Cast: Lily Collins, Philippine Leroy-Beaulieu, Ashley Park, Lucas Bravo, Lucien Laviscount, Bruno Gouery, Samuel Arnold, Eugenio Franceschini, Minnie Driver
Durata: 10 episodi (30 minuti circa)
Dove l’abbiamo visto: Netflix
Trama: Emily si trasferisce temporaneamente a Roma per seguire l’apertura dell’ufficio italiano di Agence Grateau, tra nuove sfide lavorative e un nuovo interesse sentimentale. Tra ritorni dal passato, amicizie messe alla prova e decisioni discutibili, la sua vita continua a oscillare tra ambizione, romanticismo e caos glamour.
A chi è consigliato? Emily in Paris – Stagione 5 è consigliata a chi ama le serie leggere, colorate e dichiaratamente escapiste, perfette per un binge spensierato e senza pretese narrative.
Arrivata alla quinta stagione, Emily in Paris ha ormai smesso da tempo di fingere di essere qualcosa di diverso da ciò che è: una fantasia patinata, consapevolmente esagerata, che invita lo spettatore a spegnere il cervello e lasciarsi trascinare. Le polemiche sull’approccio superficiale alle culture europee, le accuse di essere una cartolina vuota e il fastidio per una protagonista che sembra non imparare mai davvero dai propri errori non hanno scalfito la forza del format. Anzi, stagione dopo stagione, la serie ha affinato il suo ruolo di comfort show globale, diventando uno dei guilty pleasure televisivi più riconoscibili degli ultimi anni.
La quinta stagione abbraccia definitivamente questa identità e lo fa spostando il baricentro narrativo da Parigi a Roma, in un tentativo evidente di rinfrescare una formula che rischiava la ripetizione. Il risultato è una stagione che oscilla costantemente tra puro divertimento, caos narrativo e una sorprendente voglia di riflettere, almeno in superficie, sulla crescita emotiva dei suoi personaggi.
Da Parigi a Roma: il cambio di scenario come illusione di rinnovamento

Roma entra in scena come nuova promessa di rinascita personale e professionale per Emily, chiamata a gestire l’apertura dell’ufficio italiano di Agence Grateau. L’ambientazione offre immediatamente nuovi colori, nuovi stereotipi e un nuovo interesse amoroso, Marcello, incarnazione quasi caricaturale dell’ideale romantico italiano. Truffle hunt, famiglia invadente, eleganza rilassata e fascino mediterraneo: tutto sembra costruito per rimettere Emily al centro di un nuovo sogno europeo.
Eppure, il trasferimento si rivela presto meno radicale del previsto. Roma diventa più una parentesi glamour che un vero reset narrativo, con Parigi e i personaggi storici che tornano costantemente a reclamare spazio. Il senso di opportunità mancata è palpabile: l’idea di vedere Emily davvero fuori dalla sua comfort zone resta spesso sulla carta, sacrificata a un ritorno continuo allo status quo.
Emily, tra maturità apparente e immobilità emotiva

Lily Collins interpreta una Emily leggermente diversa rispetto alle stagioni precedenti. C’è un accenno di consapevolezza in più, una nostalgia per la “prima Emily” arrivata ingenuamente a Parigi, una vaga domanda sul futuro che va oltre il prossimo pitch o il prossimo uomo. Questa maturità, però, resta fragile e spesso contraddetta dalla struttura stessa della serie.
Emily continua a muoversi in un mondo in cui le decisioni hanno conseguenze minime, i problemi lavorativi si risolvono con un colpo di genio improbabile e le relazioni sentimentali si rimescolano senza lasciare cicatrici reali. La stagione sembra voler suggerire una crescita, ma non è mai davvero disposta a rinunciare alla leggerezza che definisce il personaggio. Il risultato è un equilibrio instabile tra evoluzione e immobilismo.
Relazioni sentimentali: caos, ritorni e scelte discutibili

Il comparto romantico resta uno dei motori principali della serie, ma anche uno dei suoi punti più controversi. Marcello, introdotto come nuova possibilità, finisce per rivelarsi meno interessante e meno incisivo di quanto promesso, diventando rapidamente un ostacolo narrativo più che un vero catalizzatore di cambiamento.
Il ritorno costante di Gabriel e Alfie rafforza l’idea di una serie incapace di chiudere davvero i suoi cerchi emotivi. I triangoli sentimentali, un tempo fonte di tensione, appaiono sempre più svuotati, ridotti a un gioco di incastri che fatica a coinvolgere sul piano emotivo. Anche il rapporto tra Emily e Mindy, da sempre uno dei più solidi, viene messo in crisi da scelte narrative che privilegiano il conflitto facile rispetto alla complicità che aveva reso la loro amicizia uno dei punti più riusciti della serie.
Mindy, Sylvie e i comprimari: il vero motore della stagione

Se Emily rimane spesso intrappolata nella sua bolla, sono i personaggi secondari a dare energia alla stagione. Mindy continua a essere una presenza scenica irresistibile, tra numeri musicali sempre più assurdi e una vitalità che riesce a sostenere anche le svolte più improbabili. Sylvie, con la sua eleganza cinica e il suo carisma intatto, resta una delle figure più affascinanti della serie, anche quando le sue storyline scivolano deliberatamente nel grottesco.
L’ingresso di Minnie Driver nei panni della principessa Jane rappresenta uno dei colpi meglio riusciti della stagione. Il personaggio, dichiaratamente camp e sopra le righe, incarna alla perfezione l’anima autoconsapevole di Emily in Paris, diventando veicolo esplicito di product placement e parodia del lusso contemporaneo. È in questi momenti che la serie sembra più lucida nel prendere in giro se stessa.
Una stagione discontinua, ma perfettamente consapevole

La quinta stagione di Emily in Paris è probabilmente una delle più divisive. Alterna momenti di puro intrattenimento a scelte narrative discutibili, promette rinnovamento ma spesso si rifugia nella ripetizione. Eppure, continua a funzionare proprio perché non pretende di essere altro.
È una serie che vive di sogno, estetica e immediatezza, che accetta la propria natura artificiale e la sfrutta fino in fondo. Non è una grande storia di crescita, non è una commedia romantica coerente, non è una satira sociale affilata. È un’evasione colorata, imperfetta, a tratti irritante, ma ancora capace di intrattenere con sorprendente efficacia.
La recensione in breve
La quinta stagione di Emily in Paris prova a rinnovarsi spostandosi a Roma, ma resta fedele alla sua natura di guilty pleasure. Tra caos romantico, glamour e autoconsapevolezza, intrattiene senza mai cambiare davvero.
Pro
- Rimane un guilty pleasure irresistibile, consapevole della propria leggerezza.
- Ambientazioni e costumi continuano a essere un punto di forza visivo.
- Minnie Driver porta un’energia camp perfettamente in linea con lo spirito della serie.
- Sylvie e Mindy restano personaggi carismatici e memorabili.
- Alcuni tentativi di maturazione emotiva aggiungono una sfumatura nuova al racconto.
Contro
- Il cambio di ambientazione non viene sfruttato fino in fondo.
- Le relazioni sentimentali risultano sempre più ripetitive e poco coinvolgenti.
- Marcello è un personaggio debole e mal sviluppato.
- Molte storyline vengono introdotte e abbandonate senza conseguenze reali.
- Il senso di crescita di Emily resta più dichiarato che realmente costruito.
- Voto CinemaSerieTV.it
