La serie: Gen V – Stagione 2 (2025) Ideatori: Craig Rosenberg, Evan Goldberg, Eric Kripke Genere: Supereroi, Satira politica, Dramma adolescenziale
Cast: Jaz Sinclair, Lizze Broadway, London Thor, Derek Luh, Maddie Phillips, Asa Germann, Sean Patrick Thomas, Hamish Linklater
Durata: 8 episodi da circa 45-55 minuti ciascuno Dove l’abbiamo visto: In streaming su Prime Video (versione originale con sottotitoli e doppiaggio in italiano)
Trama: Dopo essere stati imprigionati da Vought, Marie, Emma e Jordan tornano a Godolkin University, ora controllata da un nuovo preside, Dean Cipher. Mentre il suprematismo dei Supes cresce e la tensione tra umani e superumani esplode, i protagonisti scoprono un programma segreto che affonda le radici nella fondazione dell’università. In un mondo dove il potere è tutto, sopravvivere significa scegliere da che parte stare.
A chi è consigliata? Gen V è consigliata a chi ama l’universo narrativo di The Boys e cerca una serie con satira sociale, personaggi intensi e uno sguardo crudo sull’adolescenza e il potere. Perfetta per chi non teme sangue, ironia irriverente e tematiche forti. Sconsigliata a chi preferisce storie più leggere o con eroi tradizionali.
La seconda stagione di Gen V ci riporta nei corridoi apparentemente moderni ma profondamente corrotti della Godolkin University. Dopo il finale esplosivo della prima stagione, la serie riprende le fila con Marie, Emma e Jordan costretti a rientrare in una realtà che sembra offrire loro una seconda possibilità… ma che in realtà cela un nuovo volto dell’oppressione. Il ritorno al campus, lungi dall’essere un ritorno alla normalità, è il primo passo verso una nuova e più pericolosa distopia.
A governare questo nuovo status quo c’è Dean Cipher, enigmatico e inquietante nuovo preside dell’università, che predica il culto del potere assoluto dei Supes e incarna una deriva autoritaria che non può più essere ignorata. E intorno a lui si stringe una rete di manipolazioni, silenzi e segreti pronti a esplodere.
Tra lutto e rinascita: l’assenza che si fa presenza

Uno degli aspetti più delicati della stagione è il modo in cui affronta la tragica morte di Chance Perdomo, interprete di Andre. Gli autori compiono una scelta coraggiosa e rispettosa: non sostituirlo, ma renderlo assente-presente, attraverso il dolore del padre Polarity, interpretato da un eccellente Sean Patrick Thomas. La perdita diventa tema narrativo e umano, inserito con sensibilità nel contesto già intriso di trauma della serie.
La gestione di questa assenza non è solo omaggio, ma parte integrante dell’arco narrativo. Polarity, uomo in lotta con la malattia e con il senso di colpa, offre alcune delle scene più emotivamente intense dell’intera stagione. È raro vedere un universo supereroistico prendersi il tempo di esplorare così a fondo il lutto.
Un villain memorabile: Dean Cipher, profeta del caos

Se Homelander è l’icona del male nel mondo di The Boys, Cipher è il suo erede spirituale: meno spettacolare, ma forse ancora più inquietante. Hamish Linklater lo interpreta con una precisione chirurgica, oscillando tra paternalismo e fanatismo. Il personaggio è costruito su ambiguità e sottili orrori, capace di passare dalla calma apparente alla follia totalitaria in un battito di ciglia.
Il suo carisma malato trasforma Godolkin in un terreno di addestramento ideologico, dove i Supes sono educati non solo a combattere, ma a dominare, a eliminare gli “inferiori”, a costruire un mondo nuovo in cui gli umani sono reietti. Una figura che riflette inquietanti derive reali del nostro tempo, e che si impone come uno dei migliori antagonisti dell’intera saga.
I protagonisti crescono e si complicano

Se la prima stagione di Gen V introduceva un gruppo di giovani supes spaesati, questa seconda stagione li vede affrontare le conseguenze delle proprie azioni, delle perdite subite e delle verità scoperte. Emma (Lizze Broadway) si conferma il cuore pulsante della serie, un personaggio capace di passare dalla fragilità alla rabbia, dall’ironia alla disperazione con grande naturalezza. Marie continua la sua esplorazione del potere, del sangue, e di cosa significhi davvero essere un’eroina in un mondo dove i buoni non esistono.
Anche Jordan, diviso tra due identità di genere (interpretato da London Thor e Derek Luh), cresce in modo sorprendentemente coeso, dimostrando che la fluidità può essere raccontata con rispetto e profondità. Ogni personaggio, pur tra alti e bassi, riceve spazio per evolversi e affrontare il peso della propria storia.
Una satira che fa ancora male (quando non esagera)

Come The Boys, anche Gen V è una macchina satirica implacabile. Dalla critica alla mercificazione delle identità alla parodia del linguaggio motivazionale delle grandi aziende, ogni episodio colpisce nel segno. Il parallelismo tra i supes e le derive fasciste della società contemporanea è lampante, e se a volte può sembrare fin troppo esplicito, è anche vero che viviamo in tempi in cui la sottigliezza non sempre è efficace.
Detto ciò, la satira funziona meglio quando affonda il colpo nei contesti emotivi dei personaggi, piuttosto che nella ricerca costante dell’eccesso. Quando si ferma e lascia spazio alla riflessione, la serie riesce davvero a dire qualcosa di profondo sul potere, sulla paura e sull’identità.
Il problema della normalizzazione dello shock

Sangue, corpi smembrati, orifizi dimensionali, battute spinte, genitali a profusione: l’universo di Gen V continua ad alzare l’asticella del grottesco. Ma se nella prima stagione (e ancor più in The Boys) questi eccessi avevano una funzione narrativa forte, qui iniziano a diventare prevedibili. L’effetto sorpresa si attenua, e l’impressione è che alcuni momenti siano inseriti per contratto più che per reale necessità.
Questo non significa che manchino scene scioccanti o memorabili, ma che la serie potrebbe trarne giovamento se scegliesse di mostrare meno e colpire più a fondo. La vera trasgressione, a questo punto, sarebbe osare l’introspezione.
Collegamenti riusciti con The Boys: un universo sempre più coeso

Uno dei punti di forza di questa stagione è la sua capacità di intrecciarsi perfettamente con la narrazione di The Boys. I collegamenti non sono solo fanservice, ma parti fondamentali di una narrazione più ampia che si avvicina alla sua fase finale. I cameo sono ben dosati e, soprattutto negli ultimi episodi, aggiungono spessore e tensione.
Gen V riesce così a essere più di uno spin-off: diventa un’estensione naturale dell’universo narrativo di cui fa parte, arricchendolo con nuove prospettive e nuove ferite. E lasciando presagire un futuro ancora più cupo e imprevedibile per l’intero franchise.
La recensione in breve
La seconda stagione di Gen V è più cupa, consapevole e ambiziosa. Affronta il lutto, il potere e l’identità con maturità, pur mantenendo l’irriverenza e l’azione che hanno reso iconico questo universo. Non tutto funziona: alcuni eccessi diventano ripetitivi e alcune trame si diluiscono, ma il cuore della serie – i suoi personaggi e la sua rabbia politica – pulsa più forte che mai.
Pro
- Dean Cipher è uno dei migliori villain del franchise
- Ottima gestione narrativa del lutto per Chance Perdomo
- Evoluzione coerente e coinvolgente dei protagonisti
- Satira sociale tagliente e attuale
- Integrazione intelligente con The Boys
Contro
- La carica shock inizia a diventare prevedibile
- Alcuni personaggi secondari restano in ombra
- L’intreccio scolastico iniziale rallenta il ritmo
- Cate e Sam appaiono sottoutilizzati rispetto alla stagione precedente
- Voto CinemaSerieTV.it
