La televisione italiana raramente affronta temi delicati senza trasformarli in melodramma o dibattito ideologico. In Utero riesce invece a fare qualcosa di molto più complicato: parlare di procreazione medicalmente assistita, maternità, identità e famiglia mettendo sempre al centro le persone. La nuova serie HBO Max, ideata da Margaret Mazzantini e diretta da Maria Sole Tognazzi insieme a Nicola Sorcinelli, usa il medical drama per raccontare desideri, fragilità e paure che vanno ben oltre la sola genitorialità.
Ambientata nella clinica per la fertilità Creatividad di Barcellona, la serie intreccia le vite dei medici, degli assistenti e soprattutto dei pazienti che arrivano lì inseguendo una possibilità. Alcuni cercano disperatamente un figlio, altri cercano semplicemente un senso, una direzione o una forma di felicità.
Un medical drama che parla soprattutto di emozioni

La struttura è quella classica del medical drama: una trama orizzontale che accompagna i protagonisti lungo tutta la stagione e casi verticali che si sviluppano episodio dopo episodio. Ma In Utero riesce a usare questa formula in modo intelligente, perché ogni storia affronta un diverso aspetto del desiderio di genitorialità.
Ci sono coppie eterosessuali alle prese con l’infertilità, coppie omogenitoriali, donne single, donatrici di ovuli e persone che invece scelgono di non avere figli. La serie non cerca mai di imporre una morale precisa e preferisce restare dentro le contraddizioni dei personaggi, mostrando quanto questi percorsi possano essere dolorosi, complicati e profondamente umani.
La frase che meglio riassume il senso della serie arriva proprio dal dottor Ruggero Gentile: “I figli sono un desiderio, non un diritto né un dovere”. È il cuore emotivo di In Utero. La maternità qui non viene idealizzata e la scienza non viene demonizzata. La serie prova piuttosto a raccontare tutto ciò che esiste nel mezzo.
Sergio Castellitto guida un cast molto convincente

Sergio Castellitto regala una delle interpretazioni più misurate e convincenti degli ultimi anni. Il suo Ruggero è un medico brillante ma emotivamente logorato, un uomo che continua a credere nei desideri degli altri pur essendo pieno di dubbi e crepe interiori. Castellitto evita qualsiasi eccesso teatrale e rende il personaggio estremamente credibile.
Accanto a lui funziona molto bene Maria Pia Calzone nei panni di Teresa, moglie di Ruggero e cofondatrice della clinica. Ma una delle sorprese più interessanti è Alessio Fiorenza nel ruolo dell’embriologo Angelo, probabilmente il personaggio più sfaccettato della serie. Attraverso di lui In Utero amplia ulteriormente il proprio discorso affrontando identità di genere, inclusività e bisogno di accettazione senza risultare mai artificiale.
Molto efficace anche Thony nel ruolo di Dora, personaggio che rappresenta la parte più accogliente ed emotiva della clinica.
La regia sceglie delicatezza invece del sensazionalismo

Maria Sole Tognazzi costruisce una regia elegante e molto intima. La macchina da presa resta spesso vicina ai volti e ai silenzi dei personaggi, evitando continuamente il rischio di spettacolarizzare il dolore.
Anche visivamente la serie mantiene una forte coerenza. La fotografia calda e morbida accompagna bene il tono del racconto, creando un’atmosfera quasi sospesa che rende ancora più forte il coinvolgimento emotivo.
È evidente anche il lavoro di ricerca dietro la sceneggiatura. Il mondo della PMA viene raccontato con grande attenzione sia dal punto di vista medico sia da quello psicologico ed economico, mostrando aspetti raramente affrontati nella serialità italiana.
Qualche limite emerge soprattutto nel ritmo

Non tutto però funziona allo stesso modo. Alcune storyline romantiche risultano più deboli rispetto ai casi clinici e tendono ad avvicinare la serie a una fiction più tradizionale. In certi momenti il racconto perde parte della sua forza proprio quando insiste troppo sulle dinamiche sentimentali.
Anche il ritmo, soprattutto nella parte centrale della stagione, appare un po’ discontinuo. Gli otto episodi permettono di approfondire molte storie, ma non tutte riescono davvero a lasciare il segno. Paradossalmente, spesso sono proprio i casi di puntata e i personaggi secondari a colpire più delle storyline principali.
Una delle serie italiane più mature degli ultimi anni

Al netto di qualche sbavatura narrativa, In Utero resta una delle produzioni italiane più interessanti e coraggiose degli ultimi anni. Non solo perché affronta un tema ancora poco raccontato, ma perché lo fa senza trasformare i personaggi in simboli o manifesti ideologici.
La serie HBO Max preferisce lasciare spazio ai dubbi, alle fragilità e alle contraddizioni. Ed è proprio questa umanità imperfetta a renderla così autentica e coinvolgente.
La recensione in breve
In Utero è un medical drama intenso e sensibile che affronta il tema della procreazione assistita con maturità e senza retorica. Grazie a una scrittura attenta alle emozioni, a un ottimo cast guidato da Sergio Castellitto e a una regia elegante, la serie HBO Max riesce a raccontare il desiderio di genitorialità in modo umano e contemporaneo.
PRO
- Tematiche delicate affrontate con sensibilità
- Ottimo cast, soprattutto Sergio Castellitto
- Regia elegante e molto emotiva
- Scrittura matura e mai giudicante
- Medical drama diverso dal solito
CONTRO
- Alcune storyline romantiche risultano prevedibili
- Ritmo altalenante nella parte centrale
- Alcuni personaggi secondari meritavano più spazio
- Voto CinemaSerieTV
