La serie: It: Welcome to Derry (2025)
Titolo originale: It: Welcome to Derry
Ideatori: Andy Muschietti, Barbara Muschietti, Jason Fuchs
Regia: Andy Muschietti, Brad Caleb Kane, Shelley Meals
Sceneggiatura: Jason Fuchs, Brad Caleb Kane
Genere: Horror, Drammatico, Thriller psicologico
Cast: Jovan Adepo, Taylour Paige, Chris Chalk, Clara Stack, Amanda Christine, Mikkal Karim Fidler, James Remar, Rudy Mancuso, Bill Skarsgård, Madeleine Stowe
Stagioni: 1 (8 episodi)
Durata: circa 60 minuti a episodio
Dove l’abbiamo visto: In streaming su HBO Max / Sky e NOW (ottobre 2025)
Trama: Nella cittadina di Derry, nel Maine, nel 1962, il maggiore Leroy Hanlon e la sua famiglia si trasferiscono in una comunità apparentemente tranquilla, mentre un gruppo di ragazzini indaga sulla misteriosa sparizione di un coetaneo. Tra segreti militari, tensioni razziali e presenze che emergono dalle fogne, la città rivela il suo legame con un’antica entità malvagia: Pennywise il Clown.
A chi è consigliata? It: Welcome to Derry è consigliata agli amanti dell’horror psicologico e delle atmosfere alla Stephen King, a chi ha apprezzato It – Capitolo Uno e Due e vuole scoprire le origini del male, ma anche a chi cerca un racconto denso di simbolismi sociali e visivi sull’America degli anni ’60.
Ambientata nel 1962, It: Welcome to Derry torna nella cittadina più maledetta del Maine per raccontare il passato del mostro più iconico di Stephen King: Pennywise il Clown. Creata da Andy e Barbara Muschietti insieme a Jason Fuchs, la serie HBO funge da prequel ai due film del 2017 e 2019, intrecciando l’orrore sovrannaturale con le tensioni sociali e razziali dell’America pre-Civil Rights.
L’episodio d’apertura è una dichiarazione di intenti: un bambino scompare durante una tempesta di neve, dando il via a un racconto che alterna mistero, trauma e crudeltà infantile. Da subito è chiaro che Derry non è solo il teatro del male, ma il suo incubatore. La serie si propone di scavare nelle fondamenta psicologiche e culturali del luogo, mostrando come il male nasca prima ancora di assumere forma clownesca.
Una doppia narrazione tra infanzia e adulti

Come nei film, la struttura alterna due linee narrative: da un lato i bambini outsider che indagano sulle sparizioni, dall’altro gli adulti che cercano di sopravvivere a un’America divisa da razzismo e paranoia nucleare. La prima segue Lilly (Clara Stack), appena uscita dal manicomio di Juniper Hill, e il suo gruppo di amici emarginati. Sono loro a incarnare il cuore emotivo della serie: goffi, feriti, ma capaci di vedere ciò che gli adulti ignorano.
Parallelamente, la trama militare introduce il maggiore Leroy Hanlon (Jovan Adepo), la moglie Charlotte (Taylour Paige) e il figlio Will, legando la storia familiare alla dimensione soprannaturale. Il loro arrivo a Derry porta con sé un nuovo elemento: la presenza dell’esercito, impegnato in esperimenti segreti che sconfinano nell’occulto e nell’interdimensionale. A prima vista il piano militare può sembrare assurdo, quasi ridicolo nella sua ambizione di “controllare” o utilizzare un’entità come Pennywise. Ma, in fondo, è anche perfettamente logico: siamo pur sempre nell’America che costruiva bombe atomiche per sentirsi al sicuro. L’idea che i vertici militari vogliano imbrigliare il male piuttosto che distruggerlo diventa così un commento ironico e amaramente realistico sulla presunzione di dominio tipica del potere americano.
L’incubo di Pennywise e il fascino del non visto

Bill Skarsgård torna brevemente nei panni di Pennywise, ma la serie ne dosa la presenza con estrema parsimonia. L’orrore è più atmosferico che visivo: le apparizioni del clown diventano eventi rari e destabilizzanti, capaci di trasformare luoghi quotidiani – un cinema, un supermercato, persino una vasca da bagno – in scenari da incubo.
Quando Welcome to Derry abbraccia il grottesco, funziona magnificamente. La regia dei Muschietti, sempre attenta alla composizione visiva e alla luce, regala momenti di pura tensione, tra sangue e paranoia. Tuttavia, l’orrore tende a disperdersi in un ritmo troppo dilatato: la narrazione gira spesso su sé stessa, rimandando troppo a lungo gli snodi principali e perdendo parte della sua potenza evocativa.
Un pilot che sorprende davvero

Pur muovendosi su binari prevedibili, in linea con la coerenza del materiale originale, Welcome to Derry trova nel suo primo episodio un guizzo di vera originalità. Proprio quando sembra di assistere a un avvio familiare – quasi un rifacimento del percorso del primo film – la serie si distacca bruscamente con un colpo di scena finale scioccante, violento e totalmente inatteso. È un momento che ricalibra le aspettative, dimostrando che Muschietti e Fuchs non intendono solo replicare l’universo di It, ma anche sovvertirlo nei modi più crudeli. È il punto in cui Welcome to Derry mostra il suo potenziale, ricordandoci che, sotto la superficie del già visto, può ancora nascondersi l’imprevedibile.
Trauma, razzismo e memoria collettiva

Uno dei punti di forza della serie è la volontà di legare l’orrore sovrannaturale a quello umano. L’America di Welcome to Derry è un paese che si culla nella modernità ma è infestato da ferite irrisolte: il razzismo istituzionale, l’emarginazione dei nativi, la violenza domestica. Queste tematiche, pur non sempre sviluppate con profondità, aggiungono spessore al racconto e riportano l’opera di King al suo significato più autentico: il male come riflesso della società.
In alcuni momenti, la serie sfiora l’intensità emotiva di The Outsider o Castle Rock, ma non riesce a mantenere la stessa coerenza. La scrittura alterna dialoghi incisivi a passaggi più didascalici, e nonostante la cura nel ricostruire il clima degli anni ’60, manca spesso una vera progressione psicologica dei personaggi adulti.
Tra nostalgia e déjà vu

Il vero limite di It: Welcome to Derry è la sua prevedibilità, anche se questa deriva da una scelta coerente con il materiale originale. Pur dichiarandosi un prequel, finisce spesso per ricalcare schemi già noti: i bambini che indagano, gli adulti che non ascoltano, le voci dai tombini e le visioni nei bagni. Anche i riferimenti all’universo di King – da Shining a Shawshank – risultano più decorativi che sostanziali, pensati per il fan service più che per costruire un significato nuovo.
Ciò nonostante, la serie conserva un certo fascino nostalgico. Le atmosfere sospese, i dettagli retrò e la fotografia quasi ambrata rendono Derry un luogo magnetico, in cui l’orrore emerge come una rimozione collettiva. È una città che dimentica per sopravvivere, e proprio in questa amnesia sta la sua condanna.
Il cast e la regia: luci e ombre

Il giovane cast è il cuore pulsante della serie. Clara Stack brilla nel ruolo di Lilly, portando una vulnerabilità autentica e uno sguardo carico di dolore. Anche Amanda Christine e Mikkal Karim Fidler offrono interpretazioni intense, rendendo credibile il gruppo di ragazzi in lotta contro l’impossibile.
Tra gli adulti spicca Chris Chalk, che dona al suo Dick Hallorann una gravità e una malinconia quasi shakespeariane. Jovan Adepo e Taylour Paige risultano invece penalizzati da una scrittura discontinua, che alterna momenti forti a lunghi passaggi di transizione. Andy Muschietti, dietro la macchina da presa dei primi episodi, conferma la sua abilità nel fondere paura e spettacolo visivo, ma la regia successiva perde progressivamente mordente.
Un ritorno inquietante, ma incompleto

It: Welcome to Derry è una serie ambiziosa e curata, che espande il mito di Pennywise con sensibilità storica e visiva. Tuttavia, la sua tendenza a diluire il terrore e a ripetere motivi già esplorati la rende più un’eco che una rinascita. L’intenzione di fondere critica sociale e horror psicologico è lodevole, ma resta irrisolta, lasciando lo spettatore diviso tra il fascino dell’atmosfera e la frustrazione di un racconto che non affonda mai davvero i denti.
È un viaggio nel cuore oscuro dell’America e nella memoria collettiva del male, ma anche un promemoria di quanto sia difficile reinventare l’orrore quando il suo volto ci è già troppo familiare.
La recensione in breve
It: Welcome to Derry esplora le origini di Pennywise negli anni ’60, intrecciando orrore e critica sociale. Visivamente potente e recitato con intensità, ma penalizzato da una narrazione frammentata e da un eccessivo senso di déjà vu.
Pro
- Atmosfera densa e visivamente suggestiva
- Ottimo cast giovane, in particolare Clara Stack
- Messa in scena curata e momenti di autentico terrore
- Tentativo coraggioso di legare l’orrore a temi sociali
Contro
- Ritmo altalenante e scrittura disomogenea
- Presenza limitata di Pennywise
- Troppi riferimenti autoreferenziali all’universo di King
- Narrazione a tratti dispersiva e poco incisiva
- Voto CinemaSerieTV.it
