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Home » Serie TV » Recensioni serie TV » Le ultime ore di Mario Biondo, la recensione della docuserie crime di Netflix

Le ultime ore di Mario Biondo, la recensione della docuserie crime di Netflix

La recensione di Una scena da Le ultime ore di Mario Biondo, docuserie che segue uno dei cold case più misteriosi dell'ultimo decennio.
Tiziana MorgantiDi Tiziana Morganti3 Agosto 2023
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Una scena da Le ultime ore di Mario Biondo
Una scena da Le ultime ore di Mario Biondo (Netflix)
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La serie: Le ultime ore di Mario Biondo, 2023. Regia: María Pulido . Cast: Mario Biondo, Raquel Sánchez-Silva, Santina D’Alessandro, Pippo Biondo, Emanuela Biondo e Andrea Biondo. Genere: Documentario, True-Crime. Durata: 40 minuti ca./3 episodi. Dove l’abbiamo visto: Anteprima Netflix.

Trama: Il 30 maggio 2013 Mario Biondo, cameramen italiano impegnato in alcuni programmi di successo come l’Isola dei Famosi e sposato con la giornalista spagnola Raquel Sánchez-Silva, viene trovato morto all’interno del loro appartamento a Madrid. Le prove rinvenute sul luogo e la successiva autopsia sembrano chiarire immediatamente che si tratta di suicidio per asfissia. Una soluzione, però, che la famiglia Biondo sembra non riuscire ad accettare. A complicare la questione, poi, c’è un rapporto conflittuale con la stessa Rachel che, pochi giorni dopo la morte del marito, commette degli errori di comunicazione postando foto durante una vacanza a Formentera.

Immagini che innescano nei genitori di Mario una reazione immediata ed il dubbio che la donna non stia provando dolore per la scomparsa del marito a nemmeno un anno dal matrimonio. A questo, poi, si aggiungono una serie di abitudini discutibili che non riescono ad attribuire al figlio. Per questo motivo, dunque, decidono di portare avanti la propria indagine convinti che dietro la scomparsa di Mario si nasconda un omicidio. Ma, nonostante il rispetto per il dolore dei famigliari, gli eventi sollevano una questione essenziale: è possibile che la sofferenza personale porti a negare l’evidenza di una verità giuridica? E quanto sono responsabili i media che, nel corso del tempo, contribuiscono a nutrire speranze cavalcando la visibilità del caso?


Nel 2022, esattamente nove anni dopo la misteriosa morte, il gip Nicola Aiello della procura di Palermo archivia il caso di Mario Biondo. A differenza delle indagini portate a termine dai tribunali spagnoli, però, in questo caso si mette in evidenza la possibilità di un omicidio ma anche l’impossibilità di dimostrarlo a molti anni di distanza. In sostanza, dunque, la vicenda del cameraman siciliano sposato con la famosa giornalista televisiva Raquel Sánchez-Silva, è destinato a diventare un cold case privo di una fine certa e definitiva.

Una caratteristica, questa, che lo ha reso un materiale perfetto per la realizzazione della docu-serie diretta da María Pulido e prodotta da Netflix Spagna. In tre puntate, infatti, si provano a riscostruire gli eventi che hanno portato alla tragica fine ma, soprattutto, si evidenziano elementi che vanno ben oltre l’indagine e l’improbabile soluzione del caso. Questi, in particolare, sono l’impatto mediatico e, nello specifico, dei social sulla fragilità emotiva di una famiglia e la narrazione del dolore che tanto impera nella televisione attuale. Per comprendere meglio le intenzioni e le tematiche di questo progetto, però, proviamo ad approfondire la materia all’interno della recensione di Le ultime ore di Mario Biondo.

Trama: Una favola senza lieto fine

Una scena da Le ultime ore di Mario Biondo

In passato la cultura generale e popolare ha insegnato a più generazioni ad amare incondizionatamente il lieto fine. Una storia, dunque, poteva e doveva essere raccontata esclusivamente per infondere speranza ed alleggerire. Con il cambiamento sociale e la reperibilità maggiore dei media, però, la questione è nettamente cambiata. La cronaca, soprattutto quella nera, ha attratto sempre di più l’attenzione del pubblico. Al suo interno, infatti, viene messo in evidenza l’elemento drammatico, criminale e, a volte, bestiale. Tutti aspetti che hanno il compito di creare diverse e contrastanti emozioni. Da una parte, infatti, si tende a voler distogliere lo sguardo ma, allo stesso tempo, si cade nella tentazione di osservare l’aberrazione per sentirsi migliori. Se poi, a tutto questo, si aggiunge anche il sogno infranto di una favola senza lieto fine si raggiunge il perfetto asse narrativo da cui è difficile riuscire a fuggire. Partendo da questi presupposti, dunque, Mario e Raquel sono i protagonisti perfetti di un racconto che, inaspettatamente, si tinge di giallo. Lui è giovane e straordinariamente bello. Lei è una donna affascinante, forte ed indipendente grazie alla sua carriera televisiva. Insieme sembrano comporre la coppia perfetta con un matrimonio che, nell’ambito spagnolo, vince il premio per la cerimonia dell’anno. Una facciata che brilla di amore, futuro e possibilità.

Ma sarà veramente così o, come spesso accade, non è tutto oro ciò che riluce? Indubbiamente loro due sembrano destinati ad essere al centro di una commedia romantica che, inaspettatamente, si trasforma in un dramma dalle tinte sempre più fosche e dalle molte zone d’ombra. Mario, infatti, viene trovato morto nella sua abitazione madrilena il 30 maggio del 2013, impiccato con un foulard alla libreria del salotto. Un decesso che viene immediatamente archiviato come suicidio, anche se Raquel ci tiene a chiarire che si tratta di un “incidente” e che il marito non aveva alcuna intenzione di togliersi la vita. Un commento che dai media viene recepito immediatamente come un riferimento ad un gioco sessuale che l’uomo sembra aver provato da solo mentre la moglie è fuori casa. A questo si aggiunge il probabile consumo di cocaina e le liti con Raquell nel tentativo di avere un bambino. Il ritratto di Mario dipinto dalla stampa spagnola, però, non sembra coincidere con il ragazzo entusiasta e colmo di progetti conosciuto dalla sua famiglia.

Ed è proprio in questa incongruenza che si annidano i dubbi e tutte le incomprensioni. Elementi, questi, che vanno a definire le basi per una vera e propria guerra mediatica che, ben presto, si trasforma in una sorta di crociata spesso cieca e drammaticamente manipolata da quei narratori moderni che definiscono la natura di molti programmi televisivi. Così, tra messaggi inviati sui social, servizi pseudo giornalistici e truffe perpetrate ai danni di chi soffre, il volto di Mario sembra perdere sempre più definizione, diventando un mero strumento e non il soggetto.

I social e l’esternazione del dolore

Una scena da Le ultime ore di Mario Biondo

Spesso alcuni progetti sembrano avere una natura ben precisa per poi, invece, dimostrare altro. Questo è il caso della docu-serie di Maria Pulido che, partendo come un modo per far chiarezza su un cold case salito agli onori delle cronache spagnole ed italiane, in realtà offre un approfondimento interessante sulla comunicazione del dolore e sul suo sfruttamento da parte del linguaggio giornalistico. Tralasciando qualsiasi tipo di pensiero, giudizio o conclusione sull’aspetto giuridico del caso, infatti, le tre puntate evidenziano dei cambiamenti socio culturali importanti anche e soprattutto nella comunicazione della sofferenza. Con uno stile da reporter chiaro e piuttosto sintetico, infatti, la Polido mette in evidenza il ruolo pericoloso che il social rappresenta, soprattutto in determinati momenti di stress.

L’allargamento della “piazza”, infatti, ha reso del tutto fuori tempo massimo l’intimità come luogo dove dare voce alle proprie emozioni. Al suo posto, infatti, le dichiarazioni a mezzo post sono diventate essenziali per dimostrare l’esistenza stessa anche di un dolore o evidenziare la sua negazione. Di fatto oggi Cartesio rivedrebbe la sua famosa locuzione Cogito ergo sum in Posto ergo sum. Anche e soprattutto se si tratta di mantenere accesa l’attenzione su di un caso. In questo senso, dunque, le foto che Rachel ha postato a Formentera due giorni dopo la morte di Mario non possono che diventare fonte del giudizio denigratorio da parte di una società fin troppo allargata ed universale.

La stessa che si dichiara sconvolta dalla pubblicazione di una foto del corpo del ragazzo postata dalla madre per dimostrare l’inattendibilità delle conclusioni della magistratura spagnola. Un evento, quest’ultimo, che mette in evidenza due aspetti realmente drammatici e profondamente dolorosi. Da una parte la fragilità emotiva di una donna che arriva ad un eccesso pur di sostenere una tesi per lei consolatoria. Dall’altra un voyeurismo generale che, pur gridando all’eccesso, alla fine non riesce a distogliere rispettosamente lo sguardo dalla morte.

La narrazione giornalistica: pregi e limiti

Una scena da Le ultime ore di Mario Biondo

Oltre ogni aspettativa, però, questa docu-serie offre soprattutto un’interessante lezione di non giornalismo. O, più precisamente, di come il materiale drammatico viene spesso utilizzato per distorcere il racconto a favore di sensazionalismo e auditel. Un percorso che la Polido tratteggia attraverso l’utilizzo di diverse voci del settore, muovendosi tra l’ambientazione spagnola e quella italiana.

In tutta questa ricostruzione, dunque, viene messo in evidenza come Mario e Raquel rappresentino, per l’utilizzo televisivo, due perfetti stereotipi. Lui è dotato di una bellezza talmente evidente e poco minacciosa da rappresentare la vittima perfetta. Lei, da parte sua, ha lo “svantaggio” di un fascino algido e di una riconoscibilità professionale che la trasforma in una donna molto sicura di sé. In sostanza la rappresentazione perfetta del personaggio negativo.

Deprivati in questo modo di qualsiasi ombra o sfumatura, dunque, i due vengono posti all’interno di un’architettura narrativa ben precisa. Questa segue una direttiva essenziale: evidenziare gli aspetti che maggiormente sostengono la tesi in cui i ruoli stabiliti non vengono messi in discussione. Una struttura, dunque, dove è assolutamente facile e agile inserire dubbi, sottintesi e lasciare spazio alla formazione delle più svariate teorie, soprattutto complottistiche. Un sistema che in realtà utilizza il dolore in nome dell’auditel fino al suo naturale esaurimento dimostrando quanto sia difficile maneggiare la visibilità per cercare una vana consolazione.

La recensione in breve

8.0 Interessante

Andando oltre i fatti che hanno portato alla drammatica morte di Mario Biondo il 30 maggio 2013, la docu serie riesce ad innestare una serie d'interessanti e stimolanti riflessioni sulla moderna etica del giornalismo e, in particolare, sull'utilizzo del dolore come elemento essenziale per vincere la guerra dell'auditel. Un gioco cui si presta facilmente anche una società sempre più spinta ad una partecipazione di massa senza alcun limite dettato dal buon gusto e dal normale senso del pudore.

  • Voto CinemaSerieTV 8.0
  • Voto utenti (6 voti) 5.9
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