Dopo Jeffrey Dahmer, i fratelli Menendez ed Ed Gein, Monster cambia per la prima volta prospettiva. Al centro del quarto capitolo dell’antologia creata da Ryan Murphy e Ian Brennan c’è infatti una donna: Lizzie Borden, accusata e poi assolta per l’omicidio del padre Andrew e della matrigna Abby, avvenuto a Fall River, Massachusetts, nel 1892.
Interpretata da Ella Beatty, Lizzie diventa però soprattutto il punto di partenza per qualcosa di più ampio. Monster: La storia di Lizzie Borden prova a interrogarsi sulla violenza femminile e, soprattutto, sul modo diverso in cui viene raccontata, spiegata e persino mitizzata. Lo fa attraversando epoche e figure differenti, fino ad arrivare ad Aileen Wuornos, interpretata da Sarah Paulson, e costruendo una sorta di genealogia immaginaria di donne assassine che guardano a quelle venute prima di loro.
È probabilmente l’idea più interessante della stagione. Ma è anche quella che mostra con maggiore evidenza i suoi limiti. Perché Murphy e Brennan sembrano cercare continuamente una ragione dietro la donna che uccide, riconducendo la violenza a ciò che le è stato fatto, spesso dagli uomini. Una prospettiva che permette alla serie di affrontare repressione, misoginia e violenza maschile, ma che finisce anche per diventare una chiave interpretativa fin troppo rigida.
Per la prima volta Monster guarda una donna accusata di omicidio

Il caso di Lizzie Borden sembra quasi costruito appositamente per l’universo di Monster. Non sappiamo con certezza cosa accadde nella casa dei Borden il 4 agosto 1892 e la donna venne assolta dall’accusa di aver ucciso il padre e la matrigna. È proprio all’interno di questo enorme spazio lasciato dalla storia che la serie inserisce la propria Lizzie.
Il racconto non sembra particolarmente interessato a ricostruire con precisione il caso o a stabilire una verità. Preferisce immaginare. Costruisce intorno alla protagonista una rete di repressioni familiari, sessuali e sociali e trasforma progressivamente la sua storia in un racconto sulla condizione femminile.
È una scelta che permette alla stagione di adottare più prospettive femminili. Non c’è soltanto Lizzie. Ci sono Abby, Bridget, Emma e poi, spostandosi avanti nel tempo, Aileen Wuornos. Persino la contessa Erzsébet Báthory entra nel racconto attraverso le storie che Bridget legge a Lizzie, diventando un altro tassello di questa lunga fascinazione per le donne trasformate in mostri.
Il parallelismo è esplicito: Lizzie ascolta ossessivamente le storie su Báthory; quasi un secolo dopo Aileen è ossessionata dalla storia di Lizzie. Le donne violente diventano così racconti tramandati ad altre donne, figure nelle quali cercare una spiegazione, un precedente o persino un’identità.
Il grottesco di Monster passa ancora una volta attraverso i corpi

Non cambia invece una delle caratteristiche più riconoscibili dell’antologia. Come già accadeva in Dahmer e soprattutto nel precedente capitolo dedicato a Ed Gein, Monster continua a essere profondamente interessata alla fisicità. Corpi, fluidi, cibo, sesso, rumori: tutto deve essere percepibile.
La macchina da presa indugia continuamente sulle bocche mentre mangiano, sulla masticazione, sui suoni prodotti dai corpi. È un modo molto preciso di ricordarci continuamente la loro materialità, quasi di impedire allo spettatore di dimenticare che dietro la mitologia del “mostro” esiste qualcosa di estremamente carnale.
Con Lizzie questa ossessione assume però una dimensione specificamente femminile. Mestruazioni, sessualità, desiderio e repressione vengono portati costantemente in primo piano e raramente con discrezione. Murphy e Brennan non sembrano conoscere la sottrazione: se un elemento può essere mostrato, deve essere mostrato; se può essere reso sgradevole, rumoroso o eccessivo, probabilmente lo sarà.
A volte questa scelta funziona. L’ambiente dei Borden diventa soffocante, sporco e quasi tattile, nonostante l’apparente rispettabilità della famiglia. In altri momenti l’insistenza diventa talmente esasperata da sembrare fine a se stessa. Tutto è troppo: troppo sporco, troppo rumoroso, troppo esplicito, troppo grottesco. È una poetica ormai riconoscibile di Monster, ma qui rischia spesso di trasformarsi in maniera.
Perché una donna diventa un’assassina?

La domanda che attraversa la stagione sembra essere diversa da quella posta nei capitoli precedenti. Non soltanto “come nasce un mostro?”, ma cosa succede quando quel mostro è una donna.
La risposta offerta dalla serie è però sorprendentemente uniforme. Dietro la violenza femminile sembra esserci quasi sempre un’altra violenza: un abuso, una sopraffazione, una società che reprime, un uomo che esercita il proprio potere.
Non significa che Monster giustifichi necessariamente ciò che le sue protagoniste fanno. Piuttosto cerca continuamente una causa che renda comprensibile la loro violenza. Ed è qui che emerge una contraddizione interessante: nel tentativo di restituire agency alle proprie figure femminili, la serie rischia paradossalmente di sottrargliene una parte. Se ogni gesto estremo deve essere spiegato attraverso ciò che una donna ha subito, la sua capacità di essere anche artefice della propria violenza finisce inevitabilmente per restringersi.
La stagione è molto più interessante quando lascia convivere queste contraddizioni invece di risolverle. Lizzie può essere vittima e possibile carnefice. Può essere schiacciata dalle regole imposte alle donne della sua epoca senza che questo debba automaticamente trasformarsi nella spiegazione di tutto ciò che fa.
Aileen Wuornos porta il discorso nel presente, ma rompe la serie

È soprattutto dal quarto episodio che The Lizzie Borden Story rende esplicita la propria ambizione. La storia compie un enorme salto temporale e introduce Aileen Wuornos, interpretata da Sarah Paulson, che arriva persino a presentarsi a un cliente con il nome di Lizzie Borden.
Non siamo più semplicemente davanti alla ricostruzione romanzata di un caso ottocentesco. Monster vuole mettere in comunicazione donne lontanissime nel tempo e trasformare Lizzie in un archetipo culturale.
L’intuizione è interessante. Aileen guarda Lizzie nello stesso modo in cui Lizzie guardava Báthory: attraverso il racconto di un’altra donna violenta prova a leggere anche se stessa. È un meccanismo che permette alla serie di ragionare su come queste figure vengano trasformate in miti e su quanto la narrazione successiva finisca per sovrapporsi alle persone realmente esistite.
È però anche il momento in cui l’equilibrio già precario della stagione comincia a cedere.

Il discorso femminista diventa sempre più esplicito, fino a essere dichiarato invece che costruito attraverso personaggi e situazioni. E il grottesco che nella parte dedicata ai Borden poteva ancora funzionare come linguaggio visivo, con Aileen viene spinto così oltre da sconfinare frequentemente nel ridicolo.
Sarah Paulson si getta completamente nel personaggio, ma intorno a lei la serie alza ulteriormente il volume. Gesti, dialoghi, espressioni, situazioni: tutto sembra chiedere continuamente allo spettatore una reazione. Il risultato può diventare quasi fastidioso da guardare, non tanto per ciò che viene mostrato quanto per l’insistenza con cui viene mostrato.
Tante donne, ma una sola spiegazione rischia di essere troppo poco

Monster: La storia di Lizzie Borden rimane così una stagione interessante proprio perché problematica. Il cambio di prospettiva rispetto ai precedenti capitoli apre possibilità che l’antologia non aveva ancora esplorato e permette di osservare il concetto stesso di “mostro” attraverso il genere, il corpo e il modo in cui la società costruisce il racconto delle donne che uccidono.
Le diverse prospettive femminili sono una delle intuizioni migliori della stagione. Anche il collegamento tra Báthory, Borden e Wuornos possiede una logica interna affascinante: tre donne lontanissime trasformate dalla cultura in qualcosa che supera la loro stessa storia.
Ma più Monster cerca di spiegare questa genealogia, più rischia di semplificarla. La violenza maschile, la repressione e la misoginia sono elementi fondamentali delle storie che decide di raccontare, ma farne quasi una chiave universale della violenza femminile finisce per ridurre la complessità che la serie vorrebbe invece rivendicare.
Rimane poi il marchio di fabbrica di Murphy e Brennan: una fascinazione quasi compulsiva per ciò che è sporco, corporeo, rumoroso e sgradevole. A volte crea immagini potentissime; altre sembra semplicemente incapace di fermarsi.
The Lizzie Borden Story prova insomma a chiedersi cosa cambi quando il “mostro” è una donna. È una domanda molto più interessante di alcune delle risposte che riesce a trovare.
La recensione in breve
Per la prima volta Monster mette al centro una donna accusata di omicidio e utilizza Lizzie Borden per interrogarsi sulla violenza femminile e sulle ragioni che possono nascondersi dietro di essa. Le diverse prospettive e il legame ideale costruito tra Báthory, Borden e Aileen Wuornos offrono alcuni degli spunti più interessanti della stagione, ma il bisogno di ricondurre quasi sempre la violenza delle donne a ciò che hanno subito rischia di semplificare il discorso. A questo si aggiunge il consueto gusto di Ryan Murphy e Ian Brennan per il corporeo e il grottesco, qui talmente esasperato da diventare, soprattutto nella parte dedicata a Wuornos, quasi fastidioso.
PRO
- La prospettiva femminile rinnova la formula di Monster
- Interessante il filo che unisce Báthory, Borden e Wuornos
- Le diverse prospettive femminili
- L'uso della fisicità e del grottesco nei momenti più riusciti
- Un approccio visivo molto riconoscibile
CONTRO
- Il grottesco viene spesso esasperato fino al ridicolo
- La parte dedicata ad Aileen Wuornos rompe l'equilibrio della storia
- Il discorso femminista diventa a tratti troppo esplicito
- La violenza femminile viene ricondotta a una spiegazione troppo uniforme
- Alcune sequenze risultano volutamente sgradevoli fino a diventare estenuanti
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Voto Cinemaserietv.it
