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Home » Serie TV » Recensioni serie TV » Monsters, la storia di Lyle ed Erik Menendez, la recensione : La morte del sogno americano

Monsters, la storia di Lyle ed Erik Menendez, la recensione : La morte del sogno americano

Monsters è il secondo capitolo della saga sui criminali americani di Ryan Murphy: imperfetta ma interessante, non funziona quanto Dahmer.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana20 Settembre 2024Aggiornato:24 Settembre 2024
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Una scena di Monsters (fonte: Netflix)
Una scena di Monsters (fonte: Netflix)
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La serie: Monsters, la storia di Lyle ed Erik Menendez, 2024. Creata da: Ryan Murphy. Genere: Horror, thriller. Cast: Nicholas Alexander Chavez, Cooper Koch, Cooper Koch, Javier Bardem, Nathan Lane. Durata: 9 episodi/60 minuti circa. Dove l’abbiamo vista: Su Netflix.

Trama: Nell’agosto 1989, i fratelli Lyle ed Erik Menendez spararono e uccisero i loro genitori, Jose e Mary Louise “Kitty” Menendez. Mentre l’accusa sosteneva che i due volevano ereditare il patrimonio di famiglia, i fratelli sostenevano – e continuano a sostenere oggi, mentre scontano l’ergastolo senza condizionale – che le loro azioni erano motivate dalla paura dopo una vita di abusi fisici, emotivi e sessuali subiti dai genitori.

A chi è consigliata: Agli amanti delle serie crime, a chi ha già visto la prima stagione e le altre serie di Ryan Murphy.


Dopo il successo incredibile ottenuto con Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, Ryan Murphy torna su Netflix con il secondo capitolo della sua saga dedicata ai “Mostri” del crimine americano. Chi si aspettava il “solito” serial killer statunitense potrebbe restare deluso: al centro di Monsters c’è una coppia di ragazzi ricchi, che alla fine degli anni Ottanta uccisero i loro genitori. Perchè questa scelta apparentemente dissonante con quanto fatto in precedenza? Perchè il terribile crimine dei fratelli Menendez – come quelli di Dahmer – ha segnato la cronaca nera statunitense e ha avuto un fortissimo impatto sulla cultura popolare, è stato al centro di un enorme polverone mediatico e permette per questo a Murphy di fare ciò che preferisce, ossia parlare di una società malata e delle sue conseguenze sulla formazione psico-emotiva di chi ne fa parte. Se per un altro assassino seriale bisognerà aspettare la terza stagione, che sarà incentrata nientemeno che su Ed Gein (quello che ha ispirato i killer di Psyco, Non aprite quella porta, Il silenzio degli innocenti), questa seconda tranche di episodi prende una direzione diversa ma a suo modo coerente, trascinando lo spettatore nelle storia di due dei killer più famosi di sempre (almeno al di là dell’Oceano).

Ma chi erano i fratelli Menendez? Figli di un ricco produttore (prima musicale poi cinematografico) Eric e Lyle sono passati alla storia per aver massacrato il padre Josè e la madre Kitty, a colpi di fucile, nella loro lussuosa villa di Beverly Hills. L’omicidio venne in un primo momento attribuito alla mafia (la modalità di esecuzione poteva vagamente ricordare quella del crimine organizzato), ma presto tutti i sospetti ricaddero sui giovani Menendez, che intanto si erano dati alla bella vita (ancor più bella di quella che già conducevano) con i soldi di genitori defunti. La serie sceglie di raccontare i fatti in maniera più completa possibile, tra incastri temporali e diverse prospettive, si sposta da prima dei fatti raccontando il passato della famiglia fino a tutto quello che accade dopo, dedicando grandissimo spazio al processo. Una scelta coerente con quanto già fatto da Murphy in molte delle sue opere dedicate al mondo criminale, ma che in questo caso non funziona al meglio. La serie, suddivisa in nove episodi, ad un certo punto perde di ritmo, si fa ripetitiva e gira su se stessa, allontanando lo spettatore dal punto di vista emotivo. Se i primi cinque episodi sono davvero eccellenti, la seconda parte della serie perde la carica di quella iniziale, finendo per rovinare l’esperienza di visione. Nello sforzo di rappresentare più punti di vista possibile, di dare più versioni della storia e di catturare così lo spettatore in una narrazione che vuole puntare il dito contro la società intera (come è tipico di Murphy), Monsters, la storia di Lyle ed Erik Menendez risulta purtroppo più caotico che coinvolgente. Peccato, perchè le interpretazioni di tutti (e non ci capita spesso di dirlo) i protagonisti sono assolutamente strepitose.

La morte di Josè e Kitty Menendez

Una scena di Monsters (fonte: Netflix)
Una scena di Monsters (fonte: Netflix)

Il punto di partenza di questa storia è ovviamente la morte di Josè (Javier Bardem) e di Kitty Menendez (Chloë Sevigny), il primo episodio che prende il via a pochi giorni dell’omicidio è funzionale a delineare la personalità dei loro figli, che scopriamo presto essere i loro assassini. Uno freddo, calcolatore e prono agli scatti d’ira, Lyle (Nicholas Chavez), e l’altro più sensibile e preda delle sue emozioni Erik (Cooper Koch). Perchè hanno ucciso i loro genitori? Negli episodi che seguono si susseguono le ipotesi e le versioni: il bisogno di affrancarsi dal controllo paterno, una madre che sembra non poterli più sopportare, una continua violenza verbale da parte di Josè e Kitty che sembra averli portati al punto di non ritorno. Poi c’è l’avidità, il fatto che i genitori li avessero con tutta probabilità esclusi dal testamento e la necessità per i due rampolli di mantenere lo stile di vita a cui erano abituati. Scavando, però, vengono fuori i lati più oscuri della vita a casa Menendez: i continui abusi sessuali inflitti dal padre su entrambi i fratelli e la paura costante di essere uccisi da chi li ha messi al mondo sarebbe la motivazione che li ha spinti all’estremo gesto. O almeno, questo è ciò che i due raccontano al loro avvocato, la risoluta Leslie Abramnson (Ari Graynor), e che diventerà la versione ufficiale sostenuta dalla difesa. Ma è davvero così? O invece i Menendez sono solo dei bugiardi manipolatori?

Un quinto episodio da manuale

Una scena di Monsters (fonte: Netflix)
Una scena di Monsters (fonte: Netflix)

La serie non prende volutamente una posizione ma anzi si diverte a giocare con le percezioni dello spettatore, portandolo a cambiare continuamente idea nel corso degli episodi. Erik e Lyle sono due sociopatici senza rimorso o il risultato di terribili abusi subiti per anni? Una cosa non esclude l’altra e chi guarda si chiede in continuazione quale sia la realtà tra le diverse situazioni presentate, tra le diverse prospettive che continuano a prendere il timone e a “raccontarsi”. Questa struttura ad incastro funziona alla perfezione fino al quinto episodio, che è davvero uno splendido esempio di narrazione seriale, in cui regia, sceneggiatura e interpretazioni sono capaci di elevare al meglio la storia. La lunga confessione di Erik, che parla con Leslie degli abusi subiti, viene realizzata in una sequenza con una camera fissa sul ragazzo, inizialmente inquadrato a mezzo busto poi sempre più da vicino, fino ad arrivare ad un primo piano. L’interpretazione di Cooper Koch è davvero da manuale, e colpisce al cuore lo spettatore.

È a partire dall’ottimo quinto episodio che le cose iniziano però a vacillare: la serie continua a ribaltare e a “rimbastire” il racconto, confondendo di proposito chi guarda. Il tutto, però, finisce per farsi ripetitivo e ridondante, alcune delle strade prese dalla narrazione (in particolare la storyline di Dominick Dunne, interpretato dal veterano Nathan Lane) sembrano inutili e di troppo. Tutta la parte conclusiva della serie è poi particolarmente anticlimatica, e non ha nulla della forza e del fasciano dei primi 5 episodi. C’era bisogno, ci siamo chiesti, della lunga digressione su O.J Simpson e sul suo caso? Più che un tassello necessario della trama ci è parso semplicemente frutto della volontà di Murphy di autocitarsi.

Un ottimo cast schiacciato dalla sceneggiatura

Una scena di Monsters (fonte: Netflix)
Una scena di Monsters (fonte: Netflix)

Le interpretazioni del cast restano però davvero ottime, e come dicevamo inizialmente sono tutte, senza eccezione, estremamente convincenti. Nicholas Chavez e Cooper Koch danno i brividi quando passano da una facciata all’altra, quella di carnefici egoisti e quella vittime costrette a gesti estremi da anni di abusi. Javier Bardem nei panni del padre abusivo è terrificante, affabulatore e al contempo crudele e violento, Chloë Sevigny è invece fredda e distaccata, tutto ciò che non crederemmo che una madre potrebbe mai essere. Ma i loro personaggi sono davvero così o è solo la narrazione dei due figli assassini a rappresentarceli sotto una luce così crudele? Non lo sapremo mai veramente, ma qua e là spuntano lati di loro, frasi, gesti che ci fanno dubitare, che ci portano a domandarci, per l’ennesima volta, dove stia realmente la verità.

Una scena di Monsters (fonte: Netflix)
Una scena di Monsters (fonte: Netflix)

L’ottimo lavoro fatto dal cast viene però un po’ “rovinato” da una sceneggiatura che perde progressivamente di focus, che come vi abbiamo più volte ripetuto finisce per girare su se stessa e farsi anche piuttosto noiosa. Il messaggio che l’autore vuol far trasparire è chiaro, ma perde di incisività e di potenza più la serie va avanti. Monsters è una condanna ad una società che da libero spazio agli abusi e in cui questi passano da genitori in figli, di generazione in generazione (non a caso sia Josè che Kitty vengono da ambienti familiari violenti), ma anche alla spettacolarizzazione del dolore, che viene fagocitato dai media e trasformato in fonte di intrattenimento per un pubblico sempre più curioso e “affamato”. La vacuità di quegli anni Ottanta, il capitalismo rampante, l’egoismo e l’arrivismo, traspaiono alla perfezione, posizionando la serie in un contesto completamente diverso rispetto a Dahmer: è la morte del sogno americano ad essere raccontata in Mosters, che mette in scena una realtà in cui i sogni germogliano ma poi si infrangono. Josè Menendez è l’esempio perfetto di American Dream che si realizza, ma che finisce per creare dei veri e propri mostri: che siano lui e sua moglie o i loro due figli non ha importanza. Sono tutti e quattro frutto di una società malata (e qui si ritorna chiaramente a Dahmer, e al mondo corrotto che ha lasciato che perpetrasse i suoi crimini) che li ha creati e “nutriti”.

La recensione in breve

6.5 Caotica

Monsters, la storia di Lyle ed Erik Menendez è in parte una delusione: dopo 5 episodi davvero ottimi si perde in un finale confuso e poco coinvolgente. A salvare la serie è però il suo ottimo cast, capace di regalarci interpretazioni davvero memorabili.

Pro
  1. La storia è interessante e coinvolgente
  2. Il quinto episodio è splendido
  3. Le interpretazioni convincenti di tutto il cast
Contro
  1. La seconda metà della serie si fa caotica e confusa e non coinvolge quanto la prima
  2. Molte storyline secondarie sono superflue
  3. Il finale è piuttosto anticlimatico
  • Voto CinemaSerieTV.it 6.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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