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Home » Serie TV » Recensioni serie TV » Peccato, recensione: Emanuela Fanelli immagina il proprio fallimento e prende di mira il mondo dello spettacolo italiano

Peccato, recensione: Emanuela Fanelli immagina il proprio fallimento e prende di mira il mondo dello spettacolo italiano

La recensione di Peccato, la serie HBO Max in cui Emanuela Fanelli immagina il proprio fallimento e ironizza sul mondo dello spettacolo italiano.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana2 Ottobre 2026
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Emanuela Fanelli in Peccato (fonte: HBO Max)
Emanuela Fanelli in Peccato (fonte: HBO Max)
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Cosa succederebbe se Emanuela Fanelli, proprio nel momento di maggiore successo della sua carriera, decidesse di raccontare la propria futura caduta nell’oblio? È da questa idea tanto semplice quanto brillante che nasce Peccato, la comedy in sei episodi disponibile dal 2 ottobre su HBO Max, dopo essere stata presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia. Creata e scritta da Emanuela Fanelli, Valerio Vestoso e Giulio Somazzi, con Vestoso anche alla regia, la serie sceglie la forma del mockumentary per costruire una biografia completamente inventata della sua protagonista e, attraverso di lei, prendere di mira il cinema, la televisione, il giornalismo e più in generale il sistema che costruisce e distrugge le celebrità.

Il risultato è una delle comedy italiane più originali degli ultimi anni, soprattutto perché Fanelli non utilizza l’autoironia come semplice esercizio di stile. Mettendosi al centro del racconto e immaginandosi vanitosa, fallita e dimenticata, l’attrice trasforma se stessa nel primo bersaglio di una satira che progressivamente si allarga a tutto ciò che la circonda. Peccato fa ridere molto, anche se non tutte le trovate hanno la stessa efficacia, ma dietro l’assurdità della sua storia riesce soprattutto a raccontare qualcosa di estremamente reale sulla fama, sul successo e sulla paura di non essere più rilevanti.

La trama di Peccato: che fine ha fatto Emanuela Fanelli?

Emanuela Fanelli in Peccato (fonte: HBO Max)
Emanuela Fanelli in Peccato (fonte: HBO Max)

Siamo nel 2049 ed Emanuela Fanelli ha 63 anni. Dopo essere stata una delle personalità più popolari dello spettacolo italiano, vive ormai lontana da Roma, ritirata in un piccolo paese della Valle d’Aosta e praticamente dimenticata dal pubblico e dagli stessi colleghi. A raggiungerla è il giornalista Malcom Pagani, incaricato di realizzare un documentario sulla sua carriera e soprattutto di capire che cosa sia successo alla star che un tempo sembrava destinata a rimanere sulla cresta dell’onda.
Da qui prende forma la ricostruzione di un’esistenza che mescola elementi realmente appartenenti alla carriera di Fanelli ad altri completamente inventati. I David di Donatello e C’è ancora domani diventano così soltanto il punto di partenza di un futuro sempre più assurdo, fatto di improbabili successi cinematografici, televisione generalista, reality show, scandali, dichiarazioni controverse e un progressivo declino.

A raccontare questa parabola non è soltanto la stessa Fanelli. Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Paola Cortellesi, Ferzan Özpetek, Geppi Cucciari, Valerio Mastandrea, Paolo Virzì, Francesca Archibugi e molte altre personalità dello spettacolo interpretano versioni future e deformate di se stesse, contribuendo a rendere sempre più sottile il confine tra realtà e invenzione.

Emanuela Fanelli è il primo bersaglio della propria satira

L’intuizione migliore di Peccato è probabilmente quella di partire dal punto più rischioso possibile: l’ego della sua protagonista. Una serie costruita attorno a Emanuela Fanelli che coinvolge amici, colleghi, registi e personaggi dell’industria italiana avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un gioco autoreferenziale comprensibile soltanto a chi conosce molto bene quell’ambiente. In parte il rischio rimane, perché alcuni riferimenti funzionano inevitabilmente meglio per chi sa riconoscere persone, dinamiche e meccanismi dello spettacolo italiano. Ma la serie riesce quasi sempre a evitare l’autocelebrazione proprio perché Fanelli è la prima a demolire la propria immagine.

La Emanuela del 2049 è il punto di arrivo grottesco di tutte le insicurezze e le vanità che possono accompagnare il successo. La serie immagina cosa accadrebbe se la carriera dell’attrice continuasse a crescere fino a trasformarla in una star onnipresente e poi, improvvisamente, smettesse di funzionare. Il personaggio pubblico finisce per divorare la persona, mentre ogni scelta professionale sembra nascere dal disperato tentativo di rimanere importante.
Fanelli è perfettamente a suo agio in questo cortocircuito tra persona e personaggio. La sua comicità surreale, la capacità di rendere credibile la battuta più assurda e soprattutto il modo in cui utilizza imbarazzo e disagio permettono alla serie di mantenere un tono riconoscibile anche quando accumula situazioni sempre più improbabili.

Una satira dello spettacolo italiano che non risparmia quasi nessuno

Attraverso la falsa carriera di Fanelli, Peccato costruisce soprattutto una satira del mondo dello spettacolo e dei suoi rituali. Il cinema d’autore, la televisione generalista, i reality, le interviste celebrative, gli scandali social, il giornalismo culturale e la necessità di reinventarsi continuamente diventano pezzi dello stesso meccanismo.
La presenza di tanti volti reali è fondamentale perché quasi tutti accettano di deformare la propria immagine. Ferzan Özpetek, Sabrina Ferilli, Alessandro Borghi e Paola Cortellesi, tra gli altri, non sono semplicemente cameo messi lì per sorprendere lo spettatore, ma partecipano attivamente al gioco. Il futuro immaginato dalla serie permette di portare alle estreme conseguenze caratteristiche, cliché e percezioni pubbliche che già esistono nel presente.

Ed è proprio quando l’assurdo rimane abbastanza vicino alla realtà da sembrare quasi possibile che Peccato dà il meglio di sé. La ricostruzione serissima di programmi, film, interviste e scandali inesistenti utilizza perfettamente il linguaggio documentaristico: più la forma pretende di essere autorevole, più ciò che viene raccontato diventa ridicolo.
Non tutte le gag, però, funzionano allo stesso modo. Alcune trovate vengono portate avanti più del necessario e il ritmo dei sei episodi risulta inevitabilmente altalenante. L’idea alla base della serie è talmente forte che qualche segmento finisce per sembrare meno brillante rispetto ai suoi momenti migliori.

Dietro le risate c’è la paura di essere dimenticati

Ridurre Peccato alla semplice parodia del cinema italiano sarebbe però limitante. Il vero elemento che tiene insieme la serie è la riflessione sulla precarietà del successo. Lo spettacolo crea continuamente nuove star, le celebra come se fossero destinate a rimanere tali per sempre e può dimenticarle con la stessa velocità.
La scelta di Fanelli di immaginare il proprio fallimento proprio mentre la sua carriera attraversa una fase particolarmente fortunata rende questo discorso ancora più interessante. Dietro la versione grottesca dell’attrice si intravede una domanda tutt’altro che comica: cosa resta quando il lavoro attraverso cui ci siamo definiti smette improvvisamente di definirci?

È qui che Peccato trova qualcosa di più universale della semplice satira degli addetti ai lavori. La paura di diventare irrilevanti, il bisogno di essere riconosciuti e la difficoltà di separare ciò che siamo da ciò che facciamo appartengono a un discorso molto più ampio. E la serie riesce a parlarne senza abbandonare il registro comico, fino a un finale particolarmente riuscito che porta alle estreme conseguenze il gioco costruito nei sei episodi.

Peccato, una comedy originale che osa prendere in giro il proprio mondo

In un panorama seriale italiano in cui la satira del mondo dello spettacolo rimane relativamente rara, Peccato ha innanzitutto il merito di tentare qualcosa di diverso. Il riferimento a esperienze come Boris può venire spontaneo, ma la serie di Fanelli sceglie una strada propria: non osserva il sistema dall’interno di un set, bensì costruisce un’intera carriera alternativa per mostrare quanto possano essere assurdi i meccanismi che regolano fama, reputazione e successo.

Non tutto raggiunge lo stesso livello e qualche gag avrebbe beneficiato di maggiore sintesi, ma sono limiti che non compromettono un progetto pieno di personalità. Fanelli riesce soprattutto nell’impresa più difficile: mettersi al centro senza trasformare Peccato in una celebrazione di se stessa. Al contrario, si espone per prima al ridicolo e invita tutti gli altri a fare altrettanto.
Ne viene fuori una serie folle e intelligentemente costruita, capace di alternare comicità evidente e dettagli molto più sottili. Si ride della Emanuela Fanelli del futuro, dello spettacolo italiano e dei suoi protagonisti, ma dietro ogni eccesso rimane una verità piuttosto semplice: nessuna carriera dura per sempre e probabilmente il vero peccato sarebbe dimenticarsene.

La recensione in breve

7.5 Irriverente

Peccato è una comedy originale e irriverente che permette a Emanuela Fanelli di immaginare il proprio futuro fallimento per prendere in giro il mondo dello spettacolo italiano. Il mockumentary funziona soprattutto grazie alla sua autoironia, alle versioni grottesche dei tanti personaggi famosi coinvolti e a una satira che, dietro le gag più assurde, riflette sulla precarietà del successo e sulla paura di essere dimenticati. Non tutte le trovate hanno la stessa efficacia e il ritmo è a tratti altalenante, ma la personalità del progetto e una Fanelli perfettamente al centro del gioco rendono la serie una delle comedy italiane più particolari del momento.

PRO
  1. L'idea del mockumentary ambientato nel 2049 è originale e sfruttata con grande autoironia -
  2. Emanuela Fanelli è perfetta nel trasformare se stessa nel primo bersaglio della serie
  3. La satira del cinema, della televisione e dello show business italiano è spesso intelligente e molto divertente
  4. I numerosi ospiti famosi accettano realmente di giocare e ridicolizzare la propria immagine
  5. Dietro la comicità emerge una riflessione interessante sulla fama, sull'oblio e sul rapporto tra identità e successo
CONTRO
  1. Non tutte le gag e le trovate comiche hanno la stessa efficacia
  2. Alcuni passaggi si dilungano più del necessario, rendendo il ritmo dei sei episodi un po' altalenante
  3. Qualche riferimento rischia di funzionare meglio per chi conosce da vicino personaggi e dinamiche dello spettacolo italiano
  • Voto Cinemaserietv.it 7.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
Carlotta Deiana
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Nata a Bologna nel 1987, è la coordinatrice editoriale e responsabile social di Cinemaserietv.it, che fa parte del network Digital Dreams Srl che Carlotta ha co-fondato. Dopo essersi laureata nel 2013 in Archeologia e Culture del Mondo Antico presso l'Università degli Studi di Bologna e lavorato in quell'ambito all'estero per qualche anno, torna in Italia per perseguire la sue seconda passione, quella per il cinema e le serie TV, che ha coltivato sin da piccola anche grazie ai genitori amanti del genere horror. Nel 2019 ha frequentato un Master di Comunicazione all'Università degli Studi Roma Tre, finalizzato ad approfondire le sue coscienze sul mondo dei social media e della comunicazione digitale. Negli ultimi cinque anni ha collaborato attivamente con Movieplayer.it come editor e redattrice, per poi co-fondare dei progetti editoriali tutti suoi sotto il network di Digital Dreams Srl.

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