La serie: Portobello, 2025. Creata da: Marco Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari, Peppe Fiore. Cast: Fabrizio Gifuni, Lino Musella, Gianfranco Gallo, Antonia Truppo, Salvatore D’Onofrio. Genere: Drammatico, storico. Durata: 6 episodi/50 minuti circa. Dove l’abbiamo vista: su HBO Max.
Trama: Enzo Tortora, celebre conduttore televisivo, viene accusato ingiustamente di legami con la camorra sulla base di testimonianze false, dando vita a uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani.
A chi è consigliato: A chi cerca una serie intensa e rigorosa sulla storia italiana, capace di riflettere su giustizia, media e opinione pubblica.
Marco Bellocchio torna a confrontarsi con la Storia italiana e lo fa scegliendo uno dei casi più assurdi e dolorosi del nostro Paese: quello di Enzo Tortora. Ma Portobello non è solo la ricostruzione di un errore giudiziario clamoroso. È qualcosa di più stratificato e disturbante: un racconto su come un sistema – mediatico, giudiziario e sociale – possa trasformare un uomo in colpevole ancora prima di dimostrarlo.
La serie parte dalla luce, quella del varietà televisivo più amato d’Italia, per poi scivolare progressivamente nell’ombra. E lo fa senza mai cercare scorciatoie emotive o facili semplificazioni. Bellocchio costruisce un percorso rigoroso, quasi chirurgico, che mette in scena non solo i fatti, ma soprattutto i meccanismi che li rendono possibili.
Dalla televisione alla gogna: il crollo di un’icona

All’inizio, Enzo Tortora è il volto rassicurante di un’Italia che si riconosce davanti alla TV. Portobello è un rito collettivo, un luogo simbolico dove pubblico e privato si incontrano. È proprio questa esposizione totale a rendere ancora più violenta la caduta.
La serie lavora per contrasti: da una parte il successo popolare, dall’altra il mondo opaco delle carceri, dei pentiti, delle accuse costruite sul nulla. Il passaggio tra questi due universi è brusco ma mai forzato, perché Bellocchio insiste su un punto preciso: non è un errore improvviso, ma una deriva.
Il risultato è un racconto che assume progressivamente i contorni di un incubo kafkiano, dove la logica viene sostituita da una narrazione alternativa costruita su menzogne ripetute fino a diventare verità.
La macchina della menzogna

Uno degli elementi più riusciti della serie è il modo in cui rappresenta il sistema accusatorio. Non ci sono veri antagonisti nel senso classico, ma una serie di figure – pentiti, magistrati, giornalisti – che contribuiscono, ognuno a modo proprio, a costruire un castello di accuse sempre più fragile e allo stesso tempo sempre più difficile da smontare.
Il personaggio di Pandico diventa emblematico: non è solo un accusatore, ma il simbolo di un meccanismo più grande, fatto di frustrazione, invidia e bisogno di esistere. Le sue parole, prive di fondamento, acquistano peso semplicemente perché qualcuno decide di crederci.
Bellocchio non cerca mai il sensazionalismo. Al contrario, mantiene un tono freddo, quasi distaccato, che rende tutto ancora più disturbante. Non c’è enfasi, non c’è spettacolarizzazione: solo la progressiva normalizzazione dell’assurdo.
Fabrizio Gifuni: una presenza totale

Al centro di tutto c’è la performance di Fabrizio Gifuni, che evita qualsiasi imitazione superficiale e costruisce un Tortora credibile, umano, progressivamente svuotato.
Non è un eroe, né una vittima idealizzata. È un uomo che cerca di capire cosa sta succedendo mentre tutto intorno a lui continua a funzionare come se nulla fosse. Ed è proprio questa discrepanza a rendere la sua caduta ancora più dolorosa.
Gifuni lavora per sottrazione: lo smarrimento, la paura, la dignità emergono senza mai essere dichiarati apertamente. È una prova che regge l’intera serie e le dà una profondità emotiva rara.
Un racconto che parla anche al presente

Pur essendo ambientata negli anni ’80, Portobello è chiaramente una serie sul presente. Il rapporto tra media, opinione pubblica e giustizia è il vero cuore del racconto.
La serie mostra con lucidità come il consenso possa trasformarsi in condanna nel giro di pochi giorni, e come la narrazione mediatica possa diventare più forte dei fatti. In questo senso, il caso Tortora diventa un paradigma, non un’eccezione.
Bellocchio non cerca mai una consolazione. Anche quando arriva la verità, resta la sensazione che il danno sia ormai irreparabile.
Quando la serie dà il meglio

Se c’è un aspetto che rende Portobello davvero potente è la sua capacità di mantenere coerenza e rigore anche nei momenti più complessi. La regia non cede mai alla tentazione di spettacolarizzare il dramma, ma costruisce un racconto compatto, stratificato e profondamente consapevole.
È proprio in questa scelta che la serie trova la sua forza: nella fiducia nello spettatore, nella volontà di raccontare senza semplificare, nel rifiuto di trasformare una tragedia reale in intrattenimento.
La recensione in breve
Portobello è una serie solida, rigorosa e profondamente inquietante, che racconta un caso di malagiustizia senza cercare scorciatoie emotive. Bellocchio costruisce un’opera compatta e consapevole, sostenuta da una grande interpretazione di Fabrizio Gifuni, capace di riflettere sul passato ma anche - e soprattutto - sul presente. Non è una visione leggera, ma è una delle più lucide e necessarie della serialità italiana recente.
PRO
- Regia rigorosa e coerente
- Interpretazione straordinaria di Fabrizio Gifuni
- Scrittura solida e mai didascalica
- Forte impatto tematico e attualità del racconto
CONTRO
- Ritmo a tratti molto controllato
- Tono freddo che può creare distanza emotiva
- Nessuna concessione all’intrattenimento più immediato
- Voto CinemaSerieTV
