La serie: Siviglia 1992, 2024. Regia: Álex de la Iglesia e Rodolfo Martínez. Cast: Paz Vega, Gorka Lasaosa, Marián Álvarez, Mona Martínez, Fernando Valdivielso, Pablo Puyol, Carlos Santos, Jaime Ordóñez, Victor Rivas, Guillermo Barrientos. Genere: Azione, drammatico, giallo. Durata: 8 episodi da circa 50 minuti. Dove l’abbiamo vista: in streaming su Netflix.
Trama: Dopo una misteriosa esplosione che uccide suo marito, una donna inizia a cercare la verità con l’aiuto di Richi, ex poliziotto e guardia di sicurezza dal passato tormentato.
A chi è consigliato? A chi ama i thriller drammatici con atmosfere cupe e indagini psicologiche complesse.
Siviglia 1992 è una miniserie spagnola che parte da un’idea tanto bizzarra quanto intrigante: un serial killer che lascia come firma una figurina di Curro, la mascotte della Expo di Siviglia del 1992. Un simbolo giocoso trasformato in marchio di morte. Il concept ha tutto il potenziale per catturare l’attenzione, ma la narrazione non riesce a mantenere la stessa forza lungo le sue sei puntate; solo negli ultimi episodi la storia prende davvero vita, lasciando però lo spettatore a chiedersi se tutto il tempo trascorso in precedenza non sia stato sprecato.
Un’indagine che non decolla

Il fulcro della trama ruota attorno a Richi (Fernando Valdivielso), ex poliziotto alcolizzato, e Amparo (Marian Álvarez), vedova di una delle vittime. I due formano un’improbabile coppia di investigatori amatoriali, ma non aspettatevi una dinamica brillante alla “True Detective”. Entrambi i personaggi sembrano spesso mossi più dal caso che da una reale motivazione, e la loro investigazione è un susseguirsi di intuizioni casuali e comportamenti inspiegabili. Emblematica la scena in cui, durante una tempesta, Amparo si stupisce del maltempo con un innocente “Che tempesta?”, una battuta che rispecchia la confusione generale della serie.
Il serial killer, figura centrale di ogni thriller che si rispetti, resta nell’ombra per la maggior parte della serie. Veniamo a sapere qualcosa di lui solo dopo aver superato la metà degli episodi, quando finalmente si rivelano le sue motivazioni. Peccato che, a quel punto, lo spettatore abbia già speso troppo tempo con i due protagonisti e i loro drammi personali. Se la serie avesse seguito il punto di vista del killer fin dall’inizio, probabilmente ne avrebbe guadagnato in tensione e mistero. Il design del killer, tra il grottesco e l’infernale, richiama i grandi cattivi dell’horror come Freddy Krueger o Jason Voorhees, ma il contesto in cui è inserito lo fa sembrare fuori posto.
Una scrittura stiracchiata oltre il limite

Una delle critiche principali a Siviglia 1992 è la sensazione che la storia sia stata eccessivamente diluita: la trama poteva tranquillamente essere raccontata in un film di due ore, ma la scelta di espanderla a sei episodi dà l’impressione di voler allungare il brodo. Questo approccio, ormai comune sulle piattaforme streaming, rischia di sacrificare la compattezza della narrazione in favore di un “tempo di visione” più lungo. Troppi momenti sono riempitivi, con scene e dialoghi che sembrano esistere solo per guadagnare minuti. La rivelazione finale è certamente interessante, ma non abbastanza da giustificare tutta l’attesa.
La regia di Álex de la Iglesia e Rodolfo Martínez adotta uno stile ipercinetico, con una quantità esagerata di tagli e inquadrature che cambiano ogni pochi secondi. In teoria, questo dovrebbe aumentare la tensione, ma l’effetto finale è opposto: lo spettatore finisce per sentirsi disorientato. Ci sono conversazioni di un minuto che contano più di venti tagli di montaggio, un approccio che invece di aumentare il ritmo, lo spezza. Anche le scelte di tono sono discutibili. Alcune scene flirtano con la commedia nera, altre con il dramma psicologico, mentre il killer sembra uscito da un film horror: questo mix di stili rischia di alienare il pubblico, lasciandolo incerto su che tipo di storia stia guardando.
Cast e performance: luci e ombre

Fernando Valdivielso e Marian Álvarez fanno il possibile con il materiale che hanno a disposizione: la loro chimica funziona, ma i loro personaggi sono scritti con poca profondità. Richi è il classico poliziotto caduto in disgrazia con problemi di alcolismo, un cliché che non viene aggiornato in alcun modo. Amparo, da parte sua, ha un’ottima introduzione come donna in cerca di verità e giustizia, ma la sua evoluzione è scialba e prevedibile. L’entrata in scena di Paz Vega, un’attrice di grande talento, è troppo tardiva per avere un vero impatto sulla narrazione. La sua presenza eleva la qualità delle scene in cui appare, ma il suo personaggio rimane sottoutilizzato.
Un’occasione parzialmente sprecata

Siviglia 1992 non è una serie completamente da bocciare, ma il potenziale iniziale si perde strada facendo. Le ultime due puntate mostrano cosa avrebbe potuto essere l’intera serie: una storia affascinante con un villain indimenticabile e un messaggio sul sistema capitalistico che protegge i potenti. Purtroppo, il viaggio per arrivarci è troppo lungo e tortuoso. Se fosse stata un film, forse staremmo parlando di un piccolo cult. Così com’è, Siviglia 1992 finisce per sembrare un episodio troppo lungo di Criminal Minds, con un tocco di horror visivo che però non trova la giusta collocazione narrativa.
Se siete appassionati di thriller investigativi e siete disposti a sopportare un po’ di caos stilistico, “1992” potrebbe regalarvi qualche brivido. Ma se cercate una storia coesa e coinvolgente dall’inizio alla fine, rischiate di rimanere delusi.
La recensione in breve
Siviglia 1992 parte da un concept promettente ma spreca il suo potenziale con una narrazione diluita e uno sviluppo disomogeneo. Finale interessante, ma non sufficiente a riscattare l’intera serie.
Pro
- Idea originale: L’uso della mascotte Curro come firma del killer è intrigante e visivamente efficace
- Atmosfera e tensione: Le ultime puntate aumentano il ritmo e offrono una maggiore carica emotiva e suspense.
- Le performance attoriali: Buona chimica tra i protagonisti e solida interpretazione di Paz Vega, sebbene arrivi tardi nella trama.
Contro
- Ritmo narrativo lento: La storia si dilunga inutilmente e avrebbe potuto essere raccontata in un film di due ore.
- Personaggi poco sviluppati: I protagonisti risultano stereotipati e la loro evoluzione è debole.
- Villain sottoutilizzato: La presenza del killer è tardiva e le sue motivazioni appaiono poco esplorate.
- Regia confusionaria: Montaggio ipercinetico e mix di stili (thriller, horror, commedia nera) che disorientano lo spettatore.
- Voto CinemaSerieTV.it
