La serie: Rooster (2026)
Titolo originale: Rooster
Creata da: Bill Lawrence, Matt Tarses
Cast: Steve Carell, Charly Clive, Danielle Deadwyler, Phil Dunster, Lauren Tsai, John C. McGinley, Connie Britton
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 10 episodi / circa 30 minuti
Dove l’abbiamo vista: HBO Max
Trama: Greg Russo, autore di bestseller pulp e uomo ancora segnato dal divorzio, accetta un incarico come writer-in-residence in un college del New England. L’occasione gli permette di stare più vicino alla figlia Katie, docente universitaria alle prese con la fine del proprio matrimonio, ma lo trascina anche in un ambiente accademico che non conosce e in una serie di situazioni sempre più imbarazzanti.
A chi è consigliato? A chi ama le comedy agrodolci ambientate nel mondo universitario e le serie corali costruite attorno a personaggi imperfetti e relazioni familiari complicate.
Con Rooster, HBO riunisce due nomi importanti della comedy televisiva contemporanea: Bill Lawrence, creatore di Scrubs, Ted Lasso e Shrinking, e lo sceneggiatore Matt Tarses, suo collaboratore di lunga data. Il risultato è una serie che, almeno sulla carta, possiede tutti gli ingredienti giusti: un protagonista carismatico, un’ambientazione universitaria ricca di potenziale e un cast di supporto di grande livello.
Al centro della storia c’è Greg Russo (Steve Carell), autore di thriller pulp di enorme successo, noto soprattutto per il personaggio del macho investigatore chiamato Rooster. Nella vita reale, però, Greg è l’esatto opposto del suo alter ego letterario: introverso, malinconico e ancora profondamente segnato dal divorzio.
Quando accetta un incarico come writer-in-residence al Ludlow College, una piccola università del New England, la sua decisione non è motivata dalla carriera. Greg vuole semplicemente stare più vicino alla figlia Katie, professoressa di storia dell’arte alle prese con la fine del proprio matrimonio.
Una serie con troppe direzioni

Il problema principale di Rooster emerge quasi subito: la serie sembra non sapere esattamente che storia vuole raccontare.
Da un lato c’è la potenziale commedia universitaria, con Greg catapultato in un ambiente accademico che non conosce e costretto a confrontarsi con studenti e colleghi molto più giovani. Dall’altro c’è la dimensione familiare, legata al rapporto tra Greg e Katie e alla difficoltà di ricostruire un legame adulto tra padre e figlia.
A questi due filoni se ne aggiungono altri: la satira delle dinamiche accademiche contemporanee, il racconto di una crisi di mezza età e perfino una storia sentimentale per il protagonista. Il risultato è una narrazione che cambia continuamente direzione senza mai approfondire davvero nessuna delle sue piste. Rooster non manca di idee, ma fatica a trasformarle in un racconto coerente.
Un umorismo incerto

Anche sul piano della comicità la serie mostra una certa indecisione. Molte gag ruotano attorno al contrasto tra Greg e la sensibilità del mondo universitario contemporaneo. Il protagonista si ritrova più volte nei guai per comportamenti considerati inappropriati – spesso per malintesi o incidenti – e finisce regolarmente davanti agli organi disciplinari del college.
Questo tipo di comicità potrebbe funzionare se fosse accompagnato da una riflessione più precisa sul cambiamento culturale degli ultimi anni. Invece la serie sembra limitarsi a ripetere la stessa dinamica più volte, trasformando situazioni potenzialmente divertenti in gag prevedibili.
In alcuni momenti l’umorismo appare persino fuori tempo, come se il racconto guardasse con nostalgia a un modello di sitcom ormai superato.
Un cast che meriterebbe di più

Se Rooster riesce comunque a rimanere guardabile, gran parte del merito va al cast. Steve Carell dimostra ancora una volta la sua straordinaria capacità di muoversi tra comicità e malinconia. Greg è un personaggio spesso goffo e imbarazzante, ma Carell riesce a renderlo umano e credibile anche quando la sceneggiatura lo trascina in situazioni improbabili.
Accanto a lui spiccano Danielle Deadwyler, brillante nei panni della professoressa Dylan, e John C. McGinley, che interpreta il presidente del college con l’energia istrionica che lo ha reso celebre fin dai tempi di Scrubs.
Anche Charly Clive, nel ruolo della figlia Katie, riesce a dare profondità a un personaggio che avrebbe meritato maggiore spazio.
Il vero peccato è che molti di questi interpreti rimangano sottoutilizzati. La serie sembra avere a disposizione un ensemble ricco e interessante senza sapere davvero come sfruttarlo.
Una serie che potrebbe ancora migliorare

Come spesso accade nelle produzioni di Bill Lawrence, Rooster lascia intravedere una certa sensibilità per i personaggi imperfetti e le relazioni complicate. Quando la serie rallenta e si concentra sulle dinamiche emotive dei protagonisti, emergono momenti autenticamente riusciti.
Il problema è che questi momenti sono troppo sporadici. Per ora Rooster resta una comedy irrisolta, divisa tra diverse identità narrative e incapace di scegliere davvero quale strada percorrere.
Forse con il passare degli episodi la serie riuscirà a trovare il proprio equilibrio. Ma nei primi capitoli sembra ancora, proprio come il suo protagonista, alla ricerca di una direzione.
La recensione in breve
Rooster riunisce Steve Carell e i creatori di alcune delle comedy più popolari degli ultimi anni, ma fatica a trovare una direzione chiara. Tra satira universitaria, crisi di mezza età e dinamiche familiari, la serie accumula idee senza svilupparle davvero. A sostenerla resta soprattutto il cast, guidato da un Carell sempre efficace nel mescolare comicità e malinconia.
PRO
- Steve Carell sempre convincente
- Cast di supporto molto solido
- Alcuni momenti emotivi funzionano
CONTRO
- Identità narrativa confusa
- Humor spesso ripetitivo
- Ambientazione universitaria poco approfondita
- Personaggi secondari sottoutilizzati
- Voto CinemaSerieTV
