Dopo Young Sheldon e Georgie & Mandy’s First Marriage, era difficile immaginare un altro modo per espandere l’universo di The Big Bang Theory. Chuck Lorre, Bill Prady e Zak Penn scelgono invece la strada più imprevedibile possibile: trasformare una sitcom da salotto in una commedia fantascientifica sul multiverso, popolata da realtà alternative, apocalissi, mostri giganti e continui rimandi alla cultura pop. Il risultato è Stuart Fails to Save the Universe, distribuita in Italia con il titolo originale e disponibile su HBO Max dal 24 luglio.
È una serie che rompe quasi tutte le regole della sitcom classica. Abbandona il formato multicamera, sostituisce il divano dell’appartamento di Sheldon con universi sempre diversi e mette finalmente al centro Stuart Bloom, per anni uno dei personaggi secondari più sfortunati della serie madre. L’operazione è coraggiosa e spesso sorprendentemente creativa, anche se paga il prezzo di una comicità molto altalenante. Perché, se il lato fantascientifico funziona quasi sempre, quello puramente comico fatica più del previsto.
Stuart contro il multiverso

La serie si apre in una Pasadena completamente devastata. Il mondo è ormai un’apocalisse popolata da insetti giganti, milizie improvvisate e universi che collassano uno dopo l’altro. Tutto è nato da un dispositivo quantistico costruito da Sheldon e Leonard, che Stuart ha accidentalmente danneggiato, provocando la frammentazione della realtà.
Per rimediare al disastro, il proprietario del negozio di fumetti deve attraversare il multiverso insieme a Denise, Bert e Barry Kripke, cercando di individuare la linea temporale corretta prima che tutte le realtà cessino di esistere.
Ogni episodio porta il gruppo in un universo differente, con regole proprie e continui richiami alla fantascienza, al fantasy e ai grandi franchise della cultura nerd.
Il multiverso diventa un gigantesco parco giochi

La scelta migliore degli autori è non limitarsi a utilizzare il multiverso come semplice espediente narrativo. Ogni episodio costruisce un mondo nuovo, con un’identità precisa e spesso completamente diversa da quello precedente.
Ci si ritrova così in società preistoriche, regni dominati dalla magia, realtà distopiche governate dall’intelligenza artificiale, universi che sembrano usciti direttamente dai fumetti DC o da Matrix. Il divertimento nasce proprio dalla curiosità di scoprire quale sarà la prossima destinazione e come i protagonisti dovranno adattarsi a regole che cambiano continuamente.
È evidente anche il contributo di Zak Penn, sceneggiatore abituato a lavorare con cinecomic e racconti metanarrativi. La serie gioca continuamente con il linguaggio della fantascienza, con i paradossi temporali e con l’idea stessa di personaggio televisivo, arrivando persino a riflettere sul concetto di sitcom e sulla natura della fiction.
Non tutte le idee vengono sviluppate allo stesso livello, ma la sensazione è quella di assistere a un laboratorio creativo che preferisce rischiare piuttosto che ripetere la formula della serie originale.
Una dichiarazione d’amore alla cultura nerd

Chi ha sempre accusato The Big Bang Theory di prendere in giro i nerd probabilmente non cambierà idea davanti a questo spin-off. Anche qui continuano i riferimenti ossessivi ai fumetti, alla fisica, ai videogiochi e alla fantascienza, insieme alle battute costruite su discussioni apparentemente irrilevanti per chi non appartiene a quel mondo.
La differenza è che Stuart Fails to Save the Universe sembra ancora più consapevole della propria identità. La serie ride dei propri protagonisti, ma allo stesso tempo mostra un affetto sincero per le loro passioni. Gli Easter egg, i cameo e le citazioni non servono soltanto come fan service, ma diventano parte integrante del racconto.
Anche i numerosi ritorni di personaggi storici di The Big Bang Theory sono gestiti con intelligenza. Alcuni interpretano nuovamente i loro ruoli, altri appaiono in versioni completamente alternative, sfruttando le possibilità offerte dal multiverso senza limitarsi alla semplice nostalgia.
Stuart diventa finalmente il protagonista che meritava

La sorpresa più piacevole è Kevin Sussman. Per dodici stagioni Stuart era rimasto il perdente cronico della compagnia, spesso utilizzato come semplice bersaglio delle battute. Qui acquista finalmente una vera evoluzione.
Il viaggio attraverso le realtà parallele diventa anche un percorso personale. Stuart continua a sentirsi inadatto, convinto che in qualsiasi universo la sua vita sia destinata a non funzionare. Dietro l’avventura fantascientifica emerge quindi una riflessione piuttosto malinconica sull’autostima, sulla paura di fallire e sulla convinzione di non meritare mai una seconda possibilità.
È probabilmente questo l’aspetto più riuscito della stagione. Pur mantenendo il tono leggero, gli autori riescono a costruire un arco narrativo emotivo credibile, molto più forte di quanto ci si potesse aspettare da un personaggio nato quasi come macchietta.
Anche Denise acquista maggiore spazio e il rapporto con Stuart diventa il vero centro emotivo della serie. Bert si conferma una presenza irresistibilmente tenera, mentre Barry Kripke, nonostante continui a essere costruito intorno agli stessi difetti già noti, trova finalmente qualche momento di autentica umanità.
La comicità è il vero punto debole

Paradossalmente, il limite principale della serie riguarda proprio le battute. L’idea di fondo è brillante e ogni episodio propone situazioni potenzialmente molto divertenti, ma la comicità non mantiene sempre le promesse. Alcuni sketch vengono ripetuti troppo a lungo, altri insistono su un’unica idea fino a esaurirne rapidamente l’effetto. Più di una volta si sorride per l’inventiva della situazione, senza arrivare però alla vera risata.
Anche il tono più adulto, reso possibile dall’approdo su HBO Max, produce risultati alterni. Parolacce, splatter e qualche momento decisamente più esplicito rispetto alla sitcom originale ampliano le possibilità della serie, ma non sempre rappresentano un reale valore aggiunto.
Fortunatamente gli episodi durano appena una ventina di minuti e mantengono un ritmo molto sostenuto. Quando una trovata funziona meno, il racconto passa rapidamente alla successiva senza trascinarsi inutilmente.
La qualità più sorprendente di Stuart Fails to Save the Universe è probabilmente il coraggio. Invece di limitarsi a riproporre le dinamiche che avevano reso popolare The Big Bang Theory, Chuck Lorre decide di smontare completamente quel mondo e ricostruirlo da zero.
Il risultato è inevitabilmente discontinuo. Alcuni episodi sono molto più ispirati di altri e la comicità raramente raggiunge il livello delle idee narrative. Eppure è difficile non apprezzare una serie che sceglie di reinventarsi continuamente, trasformando uno dei personaggi meno importanti della sitcom originale nell’improbabile protagonista di un’avventura fantascientifica ricca di fantasia.
Per i fan storici di The Big Bang Theory rappresenta un’espansione sorprendentemente rispettosa del materiale originale. Per chi non ha mai amato quella sitcom, invece, difficilmente riuscirà a cambiare opinione: l’umorismo resta profondamente legato alla cultura nerd e conserva molti dei tic che hanno sempre diviso il pubblico.
La recensione in breve
Stuart Fails to Save the Universe è lo spin-off più audace nato dall'universo di The Big Bang Theory. Pur alternando trovate brillantissime a una comicità spesso altalenante, riesce a reinventare la saga con un'avventura fantascientifica piena di fantasia, meta-riferimenti e un sorprendente cuore emotivo.
PRO
- Premessa originale che rinnova completamente l'universo di The Big Bang Theory.
- Kevin Sussman dà finalmente profondità a Stuart.
- Ottimo uso del multiverso, sempre ricco di idee e riferimenti.
- Numerosi cameo ed Easter egg gestiti con intelligenza.
- Episodi brevi e dal ritmo molto sostenuto.
CONTRO
- La comicità è molto incostante e raramente davvero esilarante.
- Alcuni sketch vengono ripetuti troppo a lungo.
- Barry Kripke resta il personaggio meno riuscito del gruppo.
- Chi non ha mai apprezzato The Big Bang Theory difficilmente cambierà idea.
- Voto CinemaSerieTv
