Ci sono adattamenti che funzionano perché riescono a liberarsi del materiale originale, e altri che cercano invece di ricrearne ossessivamente l’atmosfera. The Shards, la serie FX disponibile su Disney+ tratta dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis e sviluppata insieme a Ryan Murphy, prova inizialmente a seguire entrambe le strade. Il risultato è affascinante, visivamente impeccabile e spesso inquietante, ma anche molto irregolare.
Ambientata nella Los Angeles del 1981, la serie racconta un mondo di adolescenti ricchi, bellissimi e apparentemente intoccabili, immersi tra feste, droga, sesso, macchine costose e ville perfette. Sotto questa superficie levigata, però, qualcosa comincia a incrinarsi. Un serial killer conosciuto come il Trawler sta terrorizzando la città e l’arrivo di un nuovo studente nella scuola frequentata dal giovane Bret Easton Ellis sembra coincidere con una progressiva perdita di controllo sulla realtà.
The Shards funziona soprattutto quando rimane dentro questa zona di incertezza, trasformando desiderio, paranoia e paura di essere scoperti in parti dello stesso incubo. Quando invece decide di spiegare troppo, ampliare il racconto e trasformarsi in qualcosa di più vicino al classico universo di Ryan Murphy, perde parte della precisione che rende così efficace il suo inizio.
Un’estate di sesso, paura e paranoia

Igby Rigney interpreta una versione adolescente dello stesso Bret Easton Ellis, studente della prestigiosa Buckley School e aspirante scrittore che sta lavorando a quello che diventerà Less Than Zero. Agli occhi degli altri possiede tutto: amici privilegiati, una ragazza bellissima, Debbie, e un’esistenza apparentemente senza limiti. In realtà conduce una doppia vita, nascondendo la propria omosessualità e vivendo relazioni clandestine con altri ragazzi.
L’equilibrio del gruppo viene sconvolto dall’arrivo di Robert Mallory, nuovo studente affascinante e misterioso che suscita immediatamente in Bret un miscuglio di attrazione e diffidenza. Contemporaneamente, gli omicidi del Trawler si avvicinano sempre più al loro mondo.
Bret comincia così a convincersi che Robert possa essere collegato agli assassinii. Ma quanto di ciò che vede è reale? Quanto nasce dal desiderio che prova per lui? E quanto, invece, da una mente già abituata a trasformare la realtà in materiale narrativo? È questa ambiguità a rappresentare il nucleo più interessante della serie.
Igby Rigney regge sulle spalle l’intero racconto

La scelta più riuscita di The Shards è senza dubbio Igby Rigney. Bret è un personaggio difficile perché deve essere contemporaneamente distante e vulnerabile, sofisticato e ancora tremendamente giovane.
Rigney riesce a rendere visibile tutto ciò che il personaggio cerca di nascondere. Il suo Bret osserva continuamente gli altri come se stesse già trasformandoli in personaggi, ma dietro quella freddezza si percepiscono paura, desiderio e soprattutto la costante tensione di un ragazzo costretto a controllare ogni gesto per evitare che qualcuno scopra chi è davvero.
La presenza del Trawler diventa così qualcosa di più di una semplice minaccia criminale. La sensazione di essere osservato e seguito si sovrappone alla paura di essere smascherato, mentre Robert assume contemporaneamente il ruolo di possibile assassino, oggetto del desiderio e proiezione delle ossessioni di Bret.
È proprio questa complessità a rendere Rigney molto più convincente rispetto ad alcuni degli altri giovani interpreti, non tutti capaci di sostenere lo stesso livello di ambiguità.
Los Angeles è bellissima, artificiale e già destinata a rompersi

Dal punto di vista visivo, The Shards è esattamente il tipo di produzione che ci si aspetterebbe dall’incontro tra Ellis e Murphy.
La Los Angeles dei primi anni ’80 è ricostruita attraverso automobili, ville, abiti firmati, centri commerciali e una colonna sonora utilizzata quasi come una seconda voce narrante. Ogni dettaglio comunica ricchezza e controllo, ma la perfezione ha qualcosa di volutamente artificiale. I ragazzi sembrano spesso manichini perfettamente vestiti che si muovono in una città costruita per proteggerli dal mondo reale.
Ryan Murphy sfrutta questa patina per sottolineare l’idea centrale del racconto: tutto può rompersi da un momento all’altro. L’innocenza, la sicurezza economica, l’amicizia, l’identità e persino l’illusione di conoscere davvero le persone che ci circondano.
La nostalgia, inoltre, non è mai completamente rassicurante. Gli anni ’80 vengono ricordati come uno spazio di libertà e possibilità, ma dietro quella libertà incombono già la violenza, l’AIDS e la fine di un certo tipo di adolescenza.
Il serial killer funziona meglio quando rimane nell’ombra

Le prime puntate riescono a costruire un’atmosfera particolarmente efficace proprio perché il Trawler resta una presenza sfuggente. Le telefonate, i corpi mutilati e la progressiva vicinanza degli omicidi generano un senso di minaccia costante senza trasformare subito la serie in un semplice giallo. Il problema arriva quando The Shards decide di rendere il killer sempre più concreto.
Mostrare troppo della sua attività e introdurre nuovi punti di vista riduce inevitabilmente l’ambiguità. Il Trawler smette progressivamente di essere una manifestazione della paranoia di Bret e diventa un antagonista più tradizionale. La domanda su Robert perde quindi parte della propria forza, perché lo spettatore dispone di informazioni che il protagonista non possiede. È uno dei casi in cui sapere di più significa avere paura di meno.
Quando Ryan Murphy prende il sopravvento

La prima parte della stagione segue piuttosto da vicino il romanzo e mantiene un tono freddo, erotico e inquietante. Successivamente la serie comincia però a cambiare forma. Arrivano episodi più eccentrici, sottotrame ampliate, momenti apertamente camp e deviazioni narrative che ricordano sempre più il Ryan Murphy di Scream Queens e American Horror Story. Una gara televisiva di ballo e alcune sequenze costruite intorno a Shakespeare portano la serie in territori decisamente più surreali.
Non tutto funziona, ma questa trasformazione ha almeno il merito di rendere The Shards imprevedibile. La seconda metà è più caotica e meno elegante, ma anche più libera.
Il problema è che questa libertà compromette la coerenza dell’insieme. La serie sembra oscillare tra adattamento letterario, teen drama, thriller psicologico, slasher e satira nostalgica senza decidere completamente quale di queste identità debba prevalere. La decisione di espandere il racconto pensando a più stagioni accentua ulteriormente questa sensazione e impedisce alla prima stagione di trovare una vera conclusione.
Un adattamento affascinante, ma troppo frammentato

The Shards possiede immagini bellissime, una colonna sonora formidabile e un protagonista capace di sostenere quasi da solo l’ambiguità dell’intera storia. Nei suoi momenti migliori riesce a trasformare la Los Angeles del 1981 in un luogo sensuale e inquietante, dove il desiderio adolescenziale convive continuamente con la paura della morte.
Ma più la stagione procede, più la serie sembra allontanarsi da ciò che inizialmente la rendeva speciale. L’eccesso tipico di Murphy prende progressivamente il sopravvento, il mistero viene diluito e alcuni personaggi vengono ampliati attraverso sottotrame che sembrano appartenere a un’altra produzione.
Rimane comunque un esperimento affascinante, soprattutto quando osserva la fine dell’adolescenza come un lento processo di disillusione. I veri “frammenti” del titolo sono forse proprio quelli: pezzi di un mondo perfetto che Bret continua a raccogliere mentre intorno a lui tutto comincia a rompersi.
La recensione in breve
The Shards trasforma la Los Angeles del 1981 in un incubo elegante fatto di sesso, privilegi, paranoia e omicidi. Igby Rigney è eccellente e l’atmosfera iniziale conquista, ma l’espansione del racconto e gli eccessi di Ryan Murphy rendono la stagione progressivamente più disordinata.
PRO
- Igby Rigney offre una prova eccellente.
- Magnifica ricostruzione della Los Angeles dei primi anni ’80.
- Colonna sonora utilizzata con grande efficacia.
- Le prime puntate costruiscono molto bene paranoia e ambiguità.
- Interessante fusione tra desiderio, identità e paura.
CONTRO
- Il Trawler perde efficacia quando viene mostrato troppo.
- Alcuni membri del giovane cast risultano meno convincenti.
- La seconda metà diventa molto più caotica.
- L’espansione pensata per più stagioni indebolisce la conclusione.
- Voto CinemaSerieTv
