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Home » Serie TV » Recensioni serie TV » The Testaments: il terrificante ritorno a Gilead tra nuove protagoniste e vecchi orrori

The Testaments: il terrificante ritorno a Gilead tra nuove protagoniste e vecchi orrori

La recensione di The Testaments: il sequel di The Handmaid’s Tale esplora una nuova generazione a Gilead tra buone idee, limiti narrativi e un forte legame con la serie originale.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana8 Aprile 2026Aggiornato:8 Aprile 2026
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Le protagoniste di The Testaments (fonte: Disney+)
Le protagoniste di The Testaments (fonte: Disney+)
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La serie: The Testaments, 2026. Regia: Mike Barker, vari. Cast: Chase Infiniti, Ann Dowd, Lucy Halliday, Rowan Blanchard, Amy Seimetz. Genere: Dramma, distopico. Durata: 45 minuti circa/10 episodi. Dove l’abbiamo visto: su Hulu.

Trama: Ambientata anni dopo gli eventi di The Handmaid’s Tale, la serie segue Agnes e una nuova generazione di ragazze cresciute nel regime di Gilead, educate a diventare mogli perfette secondo le rigide regole del sistema. Ma tra dubbi, legami e segreti, qualcosa inizia a incrinarsi, mettendo in discussione le certezze su cui si fonda quel mondo.

A chi è consigliato? A chi ha amato The Handmaid’s Tale e vuole approfondire l’universo di Gilead da una prospettiva diversa, ma anche a chi cerca una distopia più centrata sulla crescita e sull’identità.


Tornare a Gilead non è mai un’esperienza semplice, e The Testaments lo dimostra fin dai primi minuti: un ritorno che prova a cambiare prospettiva ma che non può – essendo un sequel diretto – liberarsi dal peso di un passato senza dubbio ingombrande. Ambientata alcuni anni dopo The Handmaid’s Tale, la serie cambia prospettiva e racconta Gilead attraverso una nuova generazione di ragazze cresciute dentro il regime, che iniziano a metterne in discussione le regole.

Il cuore del racconto è Agnes, interpretata da una sempre più convincente Chase Infiniti, ragazza cresciuta nell’élite di Gilead e destinata a diventare una perfetta moglie secondo i dettami del sistema. Attorno a lei ruotano figure fondamentali come Daisy, outsider con molti segreti, e soprattutto Zia Lydia, ancora una volta incarnata da Ann Dowd con una complessità che resta uno degli elementi più solidi della serie. È proprio attraverso questi tre punti di vista che la narrazione costruisce un racconto di formazione segnato da paura, scoperta e progressiva disillusione.

Una nuova prospettiva su Gilead

Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)
Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)

Se The Handmaid’s Tale era dominato da un senso di oppressione totale e immediata, The Testaments introduce in modo molto efficace una dimensione più sfumata, almeno in apparenza. Il mondo è visivamente più luminoso, i colori più vari, le dinamiche inizialmente meno brutali. Ma è solo una superficie ingannevole: sotto questa patina resta intatto il meccanismo di controllo, ancora più inquietante perché interiorizzato dalle protagoniste.

La serie lavora molto sul concetto di educazione e indottrinamento. Le giovani “Plums”, vestite di viola e preparate al matrimonio, rappresentano una generazione cresciuta senza memoria del mondo precedente. È proprio questo che rende il racconto efficace: il male non è più solo imposto, ma accettato, desiderato, normalizzato. In questo senso, la serie riesce a essere persino più disturbante della sua predecessora, perché mostra un sistema che non ha più bisogno di giustificarsi.

Il peso del confronto con The Handmaid’s Tale

Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)
Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)

Il problema principale della serie emerge proprio nel confronto inevitabile con la sua predecessora. The Testaments è abbastanza diverso da risultare interessante, ma troppo legato al materiale originale per avere una vera identità autonoma. Molte dinamiche sembrano ripetersi, molti archetipi sono già noti, e alcune rivelazioni risultano prevedibili per chi conosce bene il mondo narrativo.

Anche la struttura narrativa fatica nella prima parte: l’esposizione è lunga, a tratti didascalica, e rallenta il coinvolgimento. La voce narrante, in particolare, insiste nel spiegare un mondo che gli spettatori già conoscono (difficile che qualcuno si approcci a The Testament senza aver visto Handmaid’s Tale), togliendo spazio alla scoperta. Solo nella seconda metà la serie trova maggiore equilibrio, lasciando più spazio ai personaggi e costruendo momenti emotivamente più incisivi, in cui le dinamiche tra le protagoniste iniziano davvero a prendere forma.

Tra coming-of-age e distopia

Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)
Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)

Uno degli aspetti più interessanti è il tentativo di fondere la distopia con il racconto di formazione. The Testaments è, in fondo, una storia di crescita: di ragazze che iniziano a mettere in discussione il sistema che le ha cresciute. Questo elemento introduce una componente più accessibile e persino più emotiva, senza però rinunciare alla durezza del contesto.

Il rapporto tra Agnes e Daisy, in particolare, diventa il fulcro emotivo della serie, mostrando come la fiducia e il dubbio possano convivere in un ambiente dove nulla è davvero come sembra. Anche Aunt Lydia continua a essere una figura ambigua e centrale, sospesa tra controllo e protezione, tra fede nel sistema e crepe sempre più evidenti.

Una serie sospesa tra ambizione e ripetizione

Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)
Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)

Ciò che impedisce a The Testaments di fare davvero il salto è una certa prudenza narrativa. La serie suggerisce molto, ma raramente affonda il colpo. I temi sono forti – il controllo dei corpi, l’educazione come strumento di potere, la costruzione dell’identità – ma spesso restano in superficie, sacrificati a favore di una struttura più convenzionale e accessibile.

Il risultato è una serie che oscilla continuamente tra due anime: da un lato il dramma politico e sociale, dall’altro un racconto più intimo e adolescenziale. Quando queste due dimensioni riescono a dialogare, la serie funziona molto bene. Quando invece si separano, emerge una certa discontinuità che ne limita l’impatto complessivo.

Un sequel necessario?

Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)
Una scena di The Testaments (fonte: Disney+)

La domanda che accompagna tutta la visione è inevitabile: era davvero necessario tornare a Gilead? The Testaments dimostra che c’è ancora qualcosa da raccontare, soprattutto attraverso lo sguardo delle nuove generazioni. Ma allo stesso tempo evidenzia i limiti di un universo narrativo che rischia di ripetersi.

Resta una serie solida, ben interpretata e capace di momenti di grande intensità, ma anche un prodotto che fatica a giustificare pienamente la propria esistenza. Più che un nuovo capitolo, sembra un’eco prolungata di qualcosa che aveva già detto molto, senza però aggiungere abbastanza da renderla davvero imprescindibile.

La recensione in breve

7.5 Coerente

The Testaments amplia l’universo di The Handmaid’s Tale con uno sguardo più giovane e intimo, ma resta troppo legata alla serie originale per risultare davvero innovativa. Un sequel solido ma non indispensabile.

Pro
  1. Ottime interpretazioni, soprattutto Chase Infiniti e Ann Dowd
  2. Nuova prospettiva interessante sul mondo di Gilead
  3. Buon equilibrio tra dramma e racconto di formazione (nella seconda parte)
CONTRO
  1. Troppo legata a The Handmaid’s Tale
  2. Prima metà lenta e molto espositiva
  3. Alcuni sviluppi prevedibili
  • Voto CinemaSerieTV 7.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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