La serie: Untamed (2025) Creatori: Mark L. Smith, Elle Smith Genere: Crime, Thriller, Drammatico Cast: Eric Bana, Lily Santiago, Sam Neill, Rosemarie DeWitt, Wilson Bethel Durata: 6 episodi da circa 50 minuti Dove l’abbiamo vista: Su Netflix (versione originale con sottotitoli in italiano)
Trama: Nel cuore del Parco Nazionale di Yosemite, il corpo di una donna precipita dal celebre El Capitan. A indagare è Kyle Turner, agente dell’ISB, uomo solitario e tormentato che si muove a cavallo tra i sentieri del parco e i fantasmi del suo passato. Affiancato dalla giovane ranger Vasquez, scoprirà che il crimine nasconde una rete di segreti, violenze e traumi sepolti nel silenzio della natura.
A chi è consigliata? Untamed è perfetta per chi ama i crime immersi in ambientazioni spettacolari, i misteri dal sapore noir e i protagonisti solitari e tormentati. Ideale per gli appassionati di True Detective e Yellowstone, meno adatta a chi cerca un giallo innovativo o fuori dagli schemi: la bellezza del paesaggio spesso supera la forza della trama.
La serie Untamed si apre con una sequenza mozzafiato: due scalatori si arrampicano sull’imponente El Capitan, simbolo del parco nazionale di Yosemite, quando un corpo femminile precipita dall’alto, impigliandosi nelle corde. Non è una semplice tragedia: è il primo tassello di un mistero che si snoda tra valli, foreste e silenzi inquietanti. A occuparsene è Kyle Turner (Eric Bana), agente solitario dell’ISB, l’unità investigativa federale dedicata ai crimini nei parchi nazionali. Con lui, la natura è parte della scena del crimine, e ogni dettaglio ambientale – foglie, tracce, silenzi – può essere una prova.
È un incipit potente, che promette un viaggio nel lato oscuro di un luogo amato e fotografato in tutto il mondo. Ma se le immagini seducono, la narrazione, purtroppo, inciampa presto nei sentieri già battuti del genere crime.
Un protagonista classico in una cornice insolita

Turner è il prototipo dell’investigatore solitario e burbero, segnato da una tragedia familiare che ancora lo tormenta. Ex agente dell’FBI, rifugiatosi a Yosemite per fuggire dai fantasmi della sua vita passata, preferisce il silenzio al dialogo, i cavalli alle automobili, il bourbon al confronto umano. È l’uomo giusto nel posto giusto per chi ama i protagonisti “duri e puri”, ma risulta fin troppo familiare in un panorama televisivo già ricco di figure simili.
A controbilanciarlo c’è Naya Vasquez (Lily Santiago), ranger alle prime armi, proveniente da Los Angeles e alle prese con un trasferimento non solo geografico ma anche emotivo. Madre single, decisa ma ancora inesperta, è costretta a fare squadra con Turner, creando una dinamica che funziona, anche grazie alla buona alchimia tra i due attori. Tuttavia, anche questo rapporto ricalca cliché già visti: mentore riluttante e giovane partner motivata, con qualche scintilla di umorismo ad alleggerire la tensione.
Yosemite, il vero protagonista della serie

Se c’è un elemento che davvero distingue Untamed da tanti altri thriller è l’ambientazione. Yosemite non è solo sfondo, ma personaggio silenzioso e ingombrante. I suoi spazi immensi, le sue vette innevate, i boschi fitti e i sentieri impervi fanno da cornice a ogni episodio, diventando una costante fonte di tensione e meraviglia. Le immagini aeree, i tramonti infuocati, il suono dei ruscelli o delle cascate: tutto contribuisce a creare un’atmosfera unica, in cui la bellezza si mescola al pericolo.
La fotografia, firmata da Michael McDonough e Brendan Uegama, è uno dei punti più alti della serie. Ogni scena sembra una cartolina, ma non idealizzata: la natura è viva, mutevole, anche ostile. È questo contrasto tra meraviglia e minaccia che regala a Untamed un’identità visiva forte, anche quando la scrittura non è all’altezza.
Un mistero che si perde tra scorciatoie e déjà-vu

Nonostante le promesse iniziali, la trama di Untamed scivola presto verso binari prevedibili. Il mistero della giovane donna caduta da El Capitan si intreccia con altri casi irrisolti, legami del passato e segreti personali che coinvolgono direttamente Turner. Ma invece di costruire una rete complessa e stratificata, la serie preferisce semplificare: pochi personaggi chiave, connessioni troppo comode, colpi di scena che non sorprendono davvero.
C’è il tentativo di toccare temi più ampi – l’abbandono dei parchi da parte dello Stato, la presenza di comunità ai margini, i conflitti interni tra istituzioni – ma queste riflessioni vengono lasciate in superficie. L’intreccio resta tutto sommato efficace, con un buon ritmo e momenti di tensione ben gestiti, ma manca quella profondità che avrebbe potuto rendere Untamed qualcosa di più di un giallo ben confezionato.
Personaggi secondari con grande potenziale (sprecato)

Intorno a Turner e Vasquez si muove un cast interessante ma poco sviluppato. Sam Neill interpreta il capo ranger Paul Souter, figura paterna e alleata fedele, mentre Rosemarie DeWitt è Jill, ex moglie di Turner, ancora coinvolta – a suo modo – nella sua vita. Entrambi portano sullo schermo un calore umano che manca altrove, ma i loro ruoli vengono spesso sacrificati per esigenze di trama o per spingere il protagonista sempre più al centro della scena.
Altri personaggi – come l’ex cecchino convertito in agente della fauna o i ranger più giovani – appaiono e scompaiono senza un vero arco narrativo. Questo impoverisce il mondo della serie, che, pur essendo ambientato in un luogo immenso, finisce per sembrare abitato da un numero limitato di figure, tutte funzionali alla risoluzione del caso principale.
Tra western moderno e noir rurale

Il tono di Untamed oscilla tra il western contemporaneo e il noir rurale. C’è la mitologia dell’eroe solitario, il senso di frontiera, la sfida contro una natura difficile e imprevedibile. Ma ci sono anche gli echi delle serie crime di qualità, da True Detective a Reacher, con protagonisti tormentati e ambientazioni cariche di simbolismo. Il problema è che Untamed non sceglie mai davvero quale direzione prendere: resta a metà tra il prodotto di intrattenimento e il racconto di denuncia, tra l’indagine investigativa e la riflessione esistenziale.
La conseguenza è un’identità narrativa un po’ confusa: coinvolgente, sì, ma non memorabile. Si percepisce che la serie avrebbe potuto osare di più, soprattutto nello sviluppo dei suoi temi più originali, ma preferisce restare al sicuro, affidandosi a schemi già collaudati.
La recensione in breve
Untamed è un thriller visivamente potente e ben recitato, ambientato in uno dei luoghi più affascinanti d’America. Tuttavia, dietro le immagini spettacolari e la tensione costante, si nasconde una storia fin troppo familiare, che sceglie la sicurezza del già visto invece di esplorare nuove vie narrative. Il risultato è una serie godibile, ma che non lascia il segno.
Pro
- Yosemite è valorizzato come un vero personaggio
- Ottima fotografia e cura tecnica
- Il duo Bana–Santiago funziona
- Ritmo solido e atmosfera suggestiva
Contro
- Trama prevedibile e convenzionale
- Uso superficiale dei personaggi secondari
- Temi forti solo accennati e mai approfonditi
- Finale troppo ordinato per una storia così ambiziosa
