Per secoli le streghe sono state raccontate come creature malvagie, donne da temere, perseguitare o eliminare. Ma cosa succederebbe se quelle storie fossero state scritte da chi aveva interesse a trasformarle in mostri? È da questa domanda che prende forma Yaga, la serie creata da Kat Sandler che rilegge la leggenda slava di Baba Yaga attraverso un thriller investigativo attraversato da desiderio, violenza e rabbia femminile.
Interpretata da una magnetica Carrie-Anne Moss, affiancata da Noah Reid, Clark Backo e Hudson Williams, Yaga mescola atmosfere noir, suggestioni soprannaturali e umorismo nero. Il risultato è una serie seducente e imprevedibile, capace di costruire un universo inquietante e ricco di personalità, anche se non sempre riesce a dare la giusta profondità alle idee che introduce.
Una scomparsa e il mistero di Baba Yaga

La storia si svolge a Whittock, una piccola comunità canadese circondata da boschi e acqua, dove il ventiduenne Henry Park (Hudson Williams), figlio di una ricca famiglia legata all’industria della pesca, scompare improvvisamente. La detective Carson (Clark Backo), incaricata delle indagini, non sembra particolarmente preoccupata. Henry è un ragazzo privilegiato, abituato a comportarsi in modo irresponsabile, e la possibilità che si sia semplicemente allontanato senza avvertire nessuno appare inizialmente plausibile.
La famiglia, tuttavia, decide di mandare sul posto l’investigatore privato Charlie Rapp (Noah Reid), un uomo affascinante, sfacciato e decisamente poco incline a rispettare le regole. Costretti a collaborare, Carson e Rapp scoprono presto che la scomparsa potrebbe essere collegata a Katherine (Carrie-Anne Moss), un’enigmatica docente universitaria che studia le ossa e che ha la reputazione di intrattenere relazioni con uomini molto più giovani.
Le indagini conducono i protagonisti verso una realtà sempre più difficile da spiegare: simboli misteriosi, animali morti, sostanze allucinogene e strani rituali nei boschi suggeriscono che a Whittock si nasconda qualcosa di molto più antico di un semplice crimine. A complicare ulteriormente la situazione c’è Logan, il coinquilino di Henry, interpretato ancora da Hudson Williams, identico nell’aspetto all’amico ma profondamente diverso nel carattere.
Sullo sfondo emerge la figura di Baba Yaga, la creatura del folklore slavo tradizionalmente rappresentata come una vecchia strega che vive nella foresta, capace tanto di aiutare quanto di minacciare chi incontra.
Un thriller che trasforma la leggenda di Baba Yaga in una riflessione sulla rabbia femminile

L’aspetto più interessante di Yaga è il modo in cui utilizza il folklore per interrogarsi su chi abbia il potere di raccontare una storia e, soprattutto, di stabilire chi debba esserne il mostro. Nella tradizione slava, Baba Yaga è una figura ambigua, spesso terrificante ma non necessariamente malvagia. Kat Sandler parte proprio da questa contraddizione per costruire una riflessione sulla rappresentazione delle donne, in particolare di quelle che rifiutano di conformarsi alle aspettative sociali.
La strega diventa così il simbolo di una femminilità giudicata pericolosa perché indipendente, sessualmente libera e difficile da controllare. La serie collega questa immagine alla storia delle persecuzioni e alla tendenza a trasformare in minaccia tutto ciò che sfugge alle convenzioni.
Il tema emerge soprattutto attraverso Katherine, una donna matura che non accetta di diventare invisibile con l’avanzare dell’età. Il suo desiderio, la sua intelligenza e la sua capacità di manipolare le persone la rendono una figura affascinante, ma anche moralmente ambigua.
Yaga non cerca di presentare le donne come necessariamente migliori degli uomini. Al contrario, rivendica per loro la possibilità di essere egoiste, crudeli, vendicative e contraddittorie, senza che queste caratteristiche debbano trasformarsi automaticamente in una condanna.
È un approccio interessante, anche se non sempre particolarmente sottile. I riferimenti al privilegio maschile, alle differenze di classe e alla rabbia femminile vengono talvolta esplicitati con un’insistenza che lascia poco spazio all’interpretazione. La serie funziona meglio quando affida questi temi alle dinamiche tra i personaggi e alle suggestioni del mistero, piuttosto che cercare di trasformarli in dichiarazioni programmatiche.
Carrie-Anne Moss domina la scena, tra seduzione e ambiguità

Se c’è un motivo per guardare Yaga, è Carrie-Anne Moss. L’attrice costruisce una Katherine magnetica, capace di attirare l’attenzione anche attraverso un semplice sguardo o una battuta pronunciata con apparente indifferenza. Il suo personaggio è provocatorio, intelligente e perfettamente consapevole del potere che esercita sugli altri. Moss evita però di ridurlo allo stereotipo della seduttrice pericolosa, lasciando intravedere una complessità che rende difficile stabilire quanto Katherine sia davvero coinvolta negli eventi.
È proprio questa impossibilità di definirla a renderla il personaggio più riuscito della serie. Katherine non cerca di risultare simpatica, non si giustifica continuamente e non sembra particolarmente interessata all’opinione altrui. Anche Clark Backo offre un’interpretazione convincente nei panni di Carson, una detective pragmatica che cerca di mantenere il controllo mentre l’indagine assume contorni sempre più inquietanti. Il suo lavoro è meno appariscente rispetto a quello di Moss, ma riesce a trasmettere molto attraverso le espressioni e i momenti di silenzio.
Noah Reid interpreta invece Rapp con una combinazione di fascino e arroganza. Il suo investigatore è divertente proprio perché non possiede l’eleganza e l’infallibilità che vorrebbe attribuirsi. La serie, tuttavia, insiste eccessivamente sulla sua capacità di sedurre praticamente ogni donna che incontra, trasformando quello che inizialmente è un tratto comico in un meccanismo ripetitivo e poco credibile.
Hudson Williams, già conosciuto per Heated Rivalry, affronta una doppia interpretazione distinguendo con efficacia l’arroganza di Henry dalla personalità più chiusa e insicura di Logan. È una prova interessante, anche se entrambi i personaggi avrebbero meritato maggiore spazio per acquisire una profondità davvero significativa.
Atmosfere inquietanti e umorismo nero: il fascino di Yaga

Uno dei maggiori punti di forza della serie è la sua identità visiva e narrativa. Whittock appare come un luogo isolato, quasi sospeso nel tempo, dove la bellezza dei paesaggi naturali convive con la sensazione che qualcosa di minaccioso si nasconda appena oltre gli alberi. I boschi, l’acqua e gli ambienti poco illuminati contribuiscono a creare un’atmosfera suggestiva, rafforzata da immagini ricorrenti di uccelli morti, simboli rituali e visioni allucinatorie. La componente soprannaturale si intreccia con quella investigativa senza che sia sempre possibile distinguere ciò che appartiene alla realtà da ciò che potrebbe essere frutto di suggestione o manipolazione.
A rendere Yaga particolare è anche il suo umorismo. La serie non prende mai completamente sul serio le convenzioni del noir e si diverte a ridicolizzare alcuni atteggiamenti dei protagonisti, soprattutto quelli di Rapp. Questa leggerezza convive con momenti di violenza esplicita, erotismo e inquietudine, creando un equilibrio insolito che permette al racconto di evitare la prevedibilità di molti thriller soprannaturali.
Anche la musica contribuisce a definire l’identità della produzione, con reinterpretazioni in lingua russa di celebri canzoni pop che accompagnano gli episodi e rafforzano il legame tra l’ambientazione contemporanea e le origini della leggenda. La durata di circa mezz’ora per episodio rappresenta un ulteriore vantaggio: la narrazione procede rapidamente, alternando nuovi indizi e rivelazioni senza soffermarsi troppo a lungo sulle spiegazioni.
Un mistero affascinante che non sfrutta fino in fondo le proprie idee

Nonostante l’originalità della premessa, Yaga fatica talvolta a trasformare le proprie suggestioni in un racconto altrettanto solido. La serie è particolarmente abile nel creare aspettative, introdurre simboli e suggerire collegamenti inquietanti, ma non sempre riesce ad approfondire ciò che mette in scena. Alcuni personaggi rimangono poco sviluppati, mentre il mistero della scomparsa di Henry rischia progressivamente di perdere centralità. Anche la relazione professionale tra Carson e Rapp attraversa cambiamenti emotivi che non risultano sempre convincenti. Le loro reazioni sembrano a volte dettate dalla necessità di creare nuovi conflitti piuttosto che da un’evoluzione coerente dei personaggi.
La stessa ambizione tematica finisce per rappresentare un limite. Yaga vuole parlare di misoginia, potere, desiderio, privilegi economici e persecuzione delle donne, ma l’accumulo di argomenti non permette sempre di svilupparli con la profondità necessaria. Sono debolezze che impediscono alla serie di raggiungere pienamente il potenziale della sua premessa, senza però cancellarne il fascino.
Yaga rimane un thriller soprannaturale seducente, ironico e ricco di personalità, sostenuto soprattutto dalla straordinaria presenza scenica di Carrie-Anne Moss. Non tutte le sue idee trovano uno sviluppo convincente e il mistero è talvolta più suggestivo che realmente incisivo, ma l’atmosfera, il cast e la rilettura contemporanea di Baba Yaga rendono la visione coinvolgente. Più che spaventare, la serie vuole mettere in discussione il modo in cui siamo abituati a riconoscere i mostri. E il suo risultato migliore consiste proprio nel ricordarci che, a volte, la figura più pericolosa di una storia è semplicemente quella che non ha mai avuto la possibilità di raccontare la propria versione dei fatti.
La recensione in breve
Yaga rilegge il mito di Baba Yaga attraverso un thriller investigativo che mescola folklore slavo, umorismo nero, erotismo e rabbia femminile. Carrie-Anne Moss domina la scena con un personaggio magnetico e moralmente ambiguo, mentre l'atmosfera inquietante e il ritmo sostenuto rendono la serie coinvolgente. Non tutte le idee vengono approfondite adeguatamente e alcuni personaggi risultano poco sviluppati, ma la produzione conserva un'identità originale e un fascino difficile da ignorare.
PRO
- Carrie-Anne Moss è magnetica nel ruolo di Katherine.
- Atmosfere suggestive e un uso originale del folklore slavo.
- Un'interessante riflessione sulla rabbia femminile e sugli stereotipi.
- Umorismo nero e ritmo sostenuto.
CONTRO
- Alcuni temi vengono affrontati in modo troppo esplicito o superficiale.
- Il mistero centrale perde parte della sua forza.
- - Personaggi e dinamiche investigative non sempre sviluppati in modo convincente.
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Voto Cinemaserietv.it
