La serie: You – Stagione 5, 2025. Creata da: Greg Berlanti, Sera Gamble. Cast: Penn Badgley, Charlotte Ritchie, Madeline Brewer, Anna Camp, Amy-Leigh Hickman.
Genere: Thriller psicologico, dramma, noir. Durata: Circa 45 minuti / 10 episodi. Dove l’abbiamo vista: su Netflix (in Italia e nel mondo).
Trama: Joe Goldberg è tornato a New York, ora marito di Kate Lockwood e padre di Henry. Non si nasconde più, è una figura pubblica rispettata. Ma quando una nuova donna entra nella sua vita e vecchi fantasmi riemergono, il suo lato oscuro prende di nuovo il sopravvento. Tra ossessioni, deliri di onnipotenza e giochi di potere, la stagione finale cerca di chiudere il cerchio con un racconto disturbante e ambiguo sul fascino del male.
A chi è consigliato? A chi ha seguito la serie fin dall’inizio e vuole vedere come finisce la parabola di Joe Goldberg. A chi ama i thriller con protagonisti moralmente ambigui e le storie che mettono in discussione la figura del “bravo ragazzo”. Consigliato a chi ha apprezzato Dexter e Mindhunter.
Con la quinta stagione, You mette fine alla storia di Joe Goldberg, un personaggio che ha dominato la scena televisiva degli ultimi anni per la sua ambiguità magnetica. Serial killer, stalker, narcisista manipolatore, ma anche padre, marito e intellettuale affascinante: Joe è sempre stato un cocktail di contraddizioni, e la serie ha saputo giocare con questa ambiguità in modo brillante — almeno per un po’. In questo capitolo conclusivo, lo ritroviamo in una posizione inedita: è un uomo pubblico, un personaggio rispettato e amato, che vive a New York con la moglie Kate Lockwood (CEO miliardaria dal passato torbido) e il figlio Henry. La maschera è caduta, ma non c’è nessuno che abbia voglia di guardare davvero sotto. Joe, nel frattempo, continua a vivere in una bolla di autocompiacimento, convinto che la sua natura oscura possa essere addirittura giustificata. Il contesto è cambiato, ma la domanda rimane: quanto possiamo ancora tollerare un personaggio così tossico senza che la narrazione si spezzi?
Una satira che ha perso mordente

Uno dei punti di forza delle prime stagioni di You era la sua capacità di muoversi tra thriller, commedia nera e satira sociale, giocando con i cliché del romanticismo tossico e del culto della personalità maschile. In questa stagione finale, ci sono tentativi di recuperare quello spirito, soprattutto nel primo atto, dove la critica al mondo dell’élite newyorkese si fa sentire. Ma sono tentativi timidi, che si perdono ben presto in una struttura narrativa che ricicla meccanismi già visti: l’ossessione di Joe per una nuova donna (la scrittrice Bronte), il suo lento scivolare verso l’abisso, i soliti colpi di scena messi lì per confondere più che per sorprendere. Anche i momenti di umorismo nero, una volta graffianti, oggi appaiono smorzati, quasi un residuo nostalgico del passato. Si percepisce lo sforzo di chiudere il cerchio, ma lo si fa senza la freschezza di un tempo.
Joe come emblema del maschilismo romantico

Ciò che You cerca di affrontare, con alterne fortune, è la questione centrale che accompagna la serie sin dal primo episodio: perché siamo così attratti da Joe Goldberg? Cosa ci spinge a seguirlo, stagione dopo stagione, nonostante tutto? La risposta non è semplice, ma questa stagione prova a metterla in discussione. Joe ha smesso di fingere: non è più il “buono” che uccide per amore, ma un uomo che comincia a credere davvero che essere un killer sia, in fondo, una vocazione. Il dialogo con Kate, che tenta invano di riportarlo alla realtà, mostra come persino chi gli sta vicino non riesca a distinguere la parte affascinante da quella mostruosa. La serie, forse per la prima volta, non si limita a mostrare le sue azioni, ma cerca di farci vedere come lui stesso le razionalizza, costruendo un castello di giustificazioni che suonano tristemente familiari. Il risultato è un ritratto più cupo e disilluso, che lascia però una sensazione di incompletezza: si poteva e doveva scavare più a fondo.
Il risveglio tardivo delle donne di Jo

Se Joe è il centro oscuro della narrazione, le donne che orbitano attorno a lui sono le vere protagoniste emotive della stagione. Kate, Bronte, le vittime del passato che tornano come spettri nella sua mente: ognuna, a modo suo, rappresenta un percorso di consapevolezza e di rottura. La figura di Bronte in particolare, interpretata con intensità da Madeline Brewer, incarna perfettamente la tensione tra attrazione e repulsione. È una donna intelligente, sensibile, ma anche vulnerabile alle manipolazioni di Joe, proprio perché rappresenta quel tipo di figura femminile che il protagonista ha sempre cercato di “salvare” — per poi distruggere. La stagione sembra voler dare voce a queste donne, restituendo loro agency e profondità, ma lo fa tardi, come un’ultima concessione piuttosto che una scelta strutturale. Tuttavia, è proprio nel confronto tra Joe e le sue vittime che You riesce ancora a colpire nel segno.
Tra alti, bassi e ambiguità finali

Dal punto di vista narrativo, la stagione alterna momenti di stasi a brevi accelerazioni. I primi episodi sono zavorrati dall’introduzione di numerosi nuovi personaggi e da un senso generale di déjà vu, ma gli episodi centrali (in particolare il quinto e il sesto) risollevano le sorti con sviluppi inattesi e una tensione finalmente ben dosata. Purtroppo, il finale non mantiene le promesse. Ambiguo e frettoloso, lascia più domande che risposte, e sembra quasi voler incolpare lo spettatore per aver “accompagnato” Joe fino a questo punto. Un gioco metanarrativo che, anziché stimolare la riflessione, appare come un colpo basso. Si avverte la voglia di chiudere il racconto senza prendere una posizione netta, e questo indebolisce l’impatto emotivo complessivo.
La recensione in breve
La quinta stagione di You cerca di chiudere con dignità una serie che, nel bene e nel male, ha segnato un’epoca televisiva. Con Joe Goldberg definitivamente smascherato, la serie tenta un’ultima riflessione sul potere del carisma tossico e sulla difficoltà di separare il mostro dall’uomo. Ma l’effetto è altalenante: tra meccanismi narrativi stanchi, personaggi secondari poco sviluppati e un finale che non osa abbastanza, la stagione lascia un retrogusto amaro. I momenti riusciti ci sono, soprattutto nelle interpretazioni, ma l’impressione generale è quella di una corsa arrivata al traguardo col fiatone. Più dovere che scelta, più chiusura necessaria che climax narrativo.
Pro
- Penn Badgley continua a offrire un’interpretazione intensa e coerente.
- Madeline Brewer (Bronte) è una rivelazione, magnetica e disturbante.
- Alcuni episodi centrali (5 e 6) offrono buoni momenti di suspense e introspezione.
- Interessante (seppur tardivo) tentativo di dare voce alle vittime di Joe.
- Il tema della manipolazione romantica viene finalmente messo a nudo.
Contro
- Trama ripetitiva e poco innovativa.
- Satira sociale annacquata, ormai lontana dallo stile delle prime stagioni.
- Finali delle storyline ambigui e deludenti.
- Ritmo narrativo altalenante, con molte sequenze superflue.
- La serie non prende mai davvero posizione sul destino morale di Joe.
- Voto CinemaSerieTV.it
