L’episodio 6 della seconda stagione di The Last of Us, “Il prezzo”, ha riportato in scena Joel, interpretato da Pedro Pascal, attraverso una serie di flashback emotivamente potentissimi. In una stagione che ha faticato a trovare un nuovo equilibrio narrativo dopo la sua scomparsa, questo episodio è stato un’ancora emotiva per lo spettatore. Abbiamo visto Joel ed Ellie in momenti quotidiani, teneri e complessi, che hanno ricordato a tutti perché questa relazione era il cuore pulsante della serie (e perchè avevamo così tanto amato la prima stagione).
Uno dei momenti più intensi è stato il confronto tra i due, in cui Joel ammette che, se dovesse tornare indietro, rifarebbe tutto. È una confessione che non giustifica, ma rende ancora più profonda la natura contraddittoria del personaggio: protettivo, affettuoso, eppure moralmente ambiguo. Questo ritorno, seppur fugace, ha lasciato il segno. E ci ha fatto porre una domanda inevitabile: può davvero The Last of Us funzionare senza Joel?
Un vuoto difficile da colmare

Dalla morte di Joel nell’episodio 2, la seconda stagione ha attraversato una fase complessa. Nonostante l’intensità visiva, le sequenze d’azione e l’impegno recitativo di Bella Ramsey, qualcosa è cambiato: il cuore della storia sembra battere meno forte. Gli episodi 3, 4 e 5 non hanno avuto lo stesso impatto emotivo della prima stagione: pur essendo incentrati sul viaggio di Ellie alla ricerca di Abby, la rappresentazione del suo trauma e del suo desiderio di vendetta – così brucianti e fondamentali nel gioco – non è efficace quanto sarebbe necessario.

Il problema non è nella qualità delle interpretazioni o nella regia, ma sia nella direzione narrativa presa da questa seconda stagione (perchè Ellie è ancora così “poco” arrabbiata?) che nell’assenza di un centro affettivo riconoscibile. Joel era quel centro. Era il punto di riferimento, non solo per Ellie, ma anche per lo spettatore. Senza di lui, la narrazione sembra talvolta smarrirsi, oscillando tra momenti di grande tensione e passaggi più confusi e meno coinvolgenti. Le reazioni online lo confermano: l’episodio 6 è stato tra i più apprezzati della stagione, proprio perché ha riportato in scena, anche solo per poco, il volto e la voce di Pedro Pascal.
Ellie da sola: una narrazione ancora in costruzione

Il percorso di Ellie, da ragazza protetta a vendicatrice solitaria, è uno degli snodi più importanti del franchise videoludico. Eppure, come dicevamo, nella serie questa transizione appare meno efficace che nel videogioco. Dove il gameplay ci immergeva nel dolore e nella rabbia di Ellie, la serie TV fatica a mostrare appieno la sua discesa interiore, la perdita dell’innocenza, il senso di colpa e di smarrimento.
La presenza di Dina (Isabela Merced) come compagna di viaggio ha aperto a nuove dinamiche, ma non è bastata a colmare l’assenza di Joel. Ellie è un personaggio complesso, ma la scrittura finora non le ha offerto un approfondimento emotivo altrettanto forte. E il confronto con la prima stagione è inevitabile.
Tuttavia, la svolta finale dell’episodio cinque — che rivediamo nel commovente epilogo del sesto — potrebbe rappresentare il punto di rottura definitivo. Un momento chiave che segna l’inizio della sua vera trasformazione. La serie sembra suggerire che stia finalmente emergendo quel folle bisogno di vendetta che nel videogioco trascina Ellie verso un percorso oscuro, brutale, e profondamente umano. Se sviluppata con coraggio, questa direzione potrebbe restituire al personaggio la complessità e la forza narrativa che finora sono mancate. Ma qui sorge però un altro problema: quanto dovremo aspettare per apprezzare appieno questa sua trasformazione?
La terza stagione e il “problema Abby”

È stato confermato ufficialmente: la terza stagione sarà incentrata su Abby, personaggio chiave del secondo capitolo del videogioco. Una scelta narrativa coraggiosa, ma che pone interrogativi reali per il futuro della serie. Chi non ha giocato The Last of Us Part II si troverà improvvisamente immerso nella storia di una figura sconosciuta, legata a eventi traumatici e controversi — la morte di Joel — e destinata a raccogliere un’eredità narrativa difficile da accettare.
Nel videogioco, la seconda parte è stata profondamente divisiva proprio per questo motivo: Abby è un personaggio ostico, che chiede allo spettatore (e al giocatore) uno sforzo attivo di empatia. Il suo arco narrativo si basa sul ribaltamento della prospettiva, sull’umanizzazione del “nemico”. Ma questa transizione non è immediata, e richiede tempo, spazio e delicatezza. La serie riuscirà a costruire quella stessa connessione, soprattutto per un pubblico che non conosce già la storia?
A questo punto sorge una domanda cruciale: ha senso portare Ellie solo alla fine della stagione verso un punto di rottura, di perdita del controllo e di rabbia vendicativa, sapendo che nella prossima stagione il focus narrativo si sposterà interamente su Abby? C’è il rischio che lo spettatore perda il contatto con Ellie proprio nel momento in cui inizia a comprenderla, e venga poi chiamato ad abbracciare una nuova protagonista altrettanto complessa, ma ancora estranea.
Togliere Joel troppo presto e dividere l’attenzione tra personaggi non ancora consolidati potrebbe indebolire la forza emotiva che ha reso The Last of Us un racconto unico. Il cuore della serie non è l’azione, né il virus, ma i legami. E se non si costruiranno nuovi punti d’identificazione solidi e credibili, la serie rischia di frammentarsi.
Serve ancora Joel per far funzionare The Last of Us?

L’episodio 6 è stato un promemoria potente: Joel non era solo un personaggio. Era il cuore emotivo della serie.
La sua assenza non è solo narrativa, ma simbolica. Ha lasciato un vuoto che, per ora, nessun altro è riuscito a colmare. Ellie, pur essendo un personaggio straordinariamente scritto e interpretato, è ancora in fase di transizione: da ragazza salvata a donna che sceglie di affrontare il dolore con le proprie forze. Ma quel passaggio, senza il contrasto con Joel, sembra incompleto.
La serie sta cercando nuovi equilibri, nuove figure forti su cui costruire il futuro del racconto. Abby sarà una sfida: emotiva per i fan, di scrittura per gli autori. Ma se non si riuscirà a ristabilire un legame così intenso come quello tra Joel ed Ellie, The Last of Us rischia di diventare un’altra storia di sopravvivenza, bella da vedere ma meno incisiva da “sentire”.
The Last of Us è una storia sull’amore, sul sacrificio, sulla colpa. E Joel incarnava tutto questo.
La vera sfida delle prossime stagioni sarà costruire nuovi legami forti, nuovi dilemmi morali capaci di coinvolgere lo spettatore con la stessa intensità. Ma il confronto con “quando c’era ancora Joel” sarà inevitabile. E per molti, Pedro Pascal rimarrà il volto di un’umanità perduta, che ancora ci manca terribilmente.
