L’attentato al giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, la cui auto è esplosa insieme a quella della figlia nella notte del 16 ottobre scorso davanti alla sua abitazione a Campo Ascolano, Pomezia, porta la firma della camorra. A rivelarlo è Massimo Giletti durante la trasmissione Lo Stato delle Cose su Rai 3, smontando pezzo per pezzo la ricostruzione iniziale dell’episodio e aprendo uno scenario investigativo completamente diverso da quello ipotizzato nelle prime ore.
“Il mezzo usato non è una Panda nera, che probabilmente ha depistato all’inizio”, ha dichiarato Giletti anticipando sui social alcuni contenuti della puntata. “La notizia vera è che l’esplosivo intanto non era plastico ma è una gelatina, probabilmente presa in una cava. Gli uomini erano tanti, non uno solo, e venivano dalla Campania: sono arrivati quella sera stessa e sono tornati. Uomini che appartengono alla camorra. L’attentato a Sigfrido Ranucci è di camorra”.
Visualizza questo post su Instagram
La rivelazione ribalta completamente le prime ipotesi investigative. Non un attentatore solitario alla guida di una Panda nera, ma un gruppo organizzato partito dalla Campania appositamente per compiere l’azione e fare immediatamente rientro. Non esplosivo plastico, ma gelatina esplosiva, un materiale tipicamente utilizzato nelle cave e più difficile da tracciare rispetto al C4 o ad altri esplosivi militari.
Le indagini, condotte dai carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia con il pm Carlo Villani, stanno proseguendo attraverso l’analisi capillare delle telecamere di sorveglianza: impianti privati, sistemi condominiali e occhi elettronici posizionati su strade e incroci. Secondo quanto riportato da Repubblica, un elemento cruciale emerso dai primi rilievi riguarda il percorso del veicolo utilizzato dagli attentatori, che sarebbe arrivato e ripartito nella stessa direzione, un particolare che rafforza l’ipotesi di un’operazione pianificata dalla criminalità organizzata campana.
Lo stesso Ranucci, già pochi giorni dopo l’attentato sotto casa sua, aveva escluso la pista politica. “Noi tocchiamo talmente tanti interessi e centri di potere che è impossibile capire l’origine”, aveva spiegato il 19 ottobre. “Credo sia qualcuno legato alla criminalità, non credo nei mandanti politici”. Un’intuizione che trova ora conferma nelle rivelazioni di Giletti e nel lavoro degli investigatori.

Il 4 novembre scorso, Ranucci ha raccontato per oltre un’ora in Commissione parlamentare Antimafia i dettagli di quell’ordigno “non rudimentale” che avrebbe potuto “fare esplodere le auto a gas e far crollare la villetta” dove si trovava insieme alla famiglia. Durante l’audizione, il conduttore di Report ha elencato tutte le minacce ricevute dal 2010 in poi, dopo una serie di inchieste giornalistiche particolarmente delicate: dalle indagini sulle stragi alle infiltrazioni dei clan negli appalti, dal caso Moro all’omicidio di Piersanti Mattarella. Una parte dell’audizione è stata successivamente secretata.
L’esplosione aveva fatto saltare in aria sia l’automobile di Ranucci che quella della figlia, creando una scena drammatica davanti all’abitazione del giornalista. L’ordigno era stato posizionato con precisione, dimostrando una conoscenza tecnica e una determinazione che già nelle prime ore avevano fatto pensare a una matrice criminale organizzata piuttosto che a un gesto isolato.
