I Duran Duran fecero la loro prima apparizione a Sanremo 1985, all’apice della loro fama in Italia, quando il gruppo guidato da Simon Le Bon occupava con pervasività quasi militare le camerette e i pensieri di centinaia, migliaia di giovanissime fan sognanti, pronte un giorno a sposare Simon Le Bon, un auspicio che il cinema, da brava macchina creatrice di desideri quale è da sempre, ha immortalato in una pellicola, peraltro tutta italiana, dal significativo titolo di Sposerò Simon Le Bon (tratto dall’omonimo libro di Clizia Gurrado). Ecco il video della loro esibizione e i ricordi di quel periodo indimenticabile.
L’esibizione del gruppo, rimasta famosa per via di Le Bon zoppicante a causa di un infortunio, certificò, nel febbraio 1985, un successo planetario che aveva portato il singolo Wild Boys (uscito nell’autunno 1984) in cima alle classifiche in Italia e nel mondo, apice ideale di una fama travolgente e multiforme che, anni prima dei social, aveva reso i Duran veri e propri marchi di fabbrica capaci di generare merchandising infinito e alimentare il proprio mito. Cosa di cui oggi i quattro membri rimasti (manca il chitarrista Andy Taylor, gravemente malato) sono ben consci. La conferenza stampa del loro ritorno a Sanremo, nel 2025, si trasforma così in un viaggio sul viale dei ricordi (dolorosi!), nelle parole del frontman
“Quando siamo venuti la prima volta qui, c’era Pippo Baudo a condurre (a proposito, è ancora vivo, lavora? Lo salutiamo) e io la sera prima di esibirmi, avevo vevuto un po’, e purtroppo, dopo aver fatto un giro sulla massicciata del porto, sono scivolato e mi sono rotto un piede. All’inizio pensavo ‘Che sarà mai? Ci bevo su un po’ di vodka e passa tutto’ Non è successo. Il giorno dopo, per il dolore, sono dovuto andare in ospedale, dove mi hanno messo un tutore e mi hanno dato un bastone. E alla fine ho dovuto esibirmi così”

Nemmeno la caduta – accidentale – del microfono dalle mani di Le Bon durante l’esibizione, segno inequivocabile che il gruppo si esibisse in playback (segreto di Pulcinella) poté all’epoca macchiare il ricordo di una performance poi rimasta negli annali, quasi come un’istantanea in grado di catturare e tramandare ai posteri sensazioni e abitudini tipiche di un passato che si allontana sempre di più, ma che resta vivo – oggi come ieri – attraverso le testimonianze di chi quell’isteria collettiva, addentellato più particolare di un momento socio culturale ben definito quale fu l’epoca dei paninari – l’ha vissuta in prima persona.
Marinella Venegoni su La Stampa, all’indomani della serata finale del 35° Sanremo, racconta ad esempio la storia di Vanessa e Roberta, due ragazze come tante – ma più fortunate di tante altre – che, grazie a un concorso, poterono assistere da vicino all’arrivo dei loro idoli in Liguria. Un rendezvous a metà tra sogno e dura realtà, come a ribadire il vecchio adagio: ‘Mai incontrare i propri miti”?
“Ogni funzionario Rai, ogni discografico che ha una figlia adolescente, è stato costretto a portarla a Sanremo per «vedere i Duran Duran». Il papà vittima più illustre è stato Pippo Baudo, la cui figlia Tiziana l’altro giorno è quasi svenuta di fronte all’apparizione dei suoi idoli nel retropalco, in carne ed ossa. Altre, meno fortunate, hanno sostato davanti all’albergo Royal e dietro l’Ariston, per ore e giorni.
Fortunate anche due sorelle di Roma, Roberta e Vanessa, di 18 e 14 anni, che hanno vinto il concorso del network musicale Videomusic: «Mandate due domande intelligenti ai Duran Duran: ve li faremo incontrare». Loro, di domande, ne hanno mandate 500, chiuse dentro 250 lettere.
I visi giovanissimi, sfasciati e un po’ unti, delle quattro rockstar, hanno deluso e impietosito le due fan romane in pellegrinaggio. «Sono stravolti, poverini», ha detto Roberta, e poi Vanessa, la più piccola, è corsa a consegnare al più bello presente, John, un orsacchiotto con una maglietta «Duran Duran» fatta a mano come la sua. La reazione è stata assai scortese: «Dov’è la vostra carta di accredito?» ha chiesto con il volto femmineo improvvisamente rude. Poi, imbarazzatissimo, ha messo l’orsacchiotto sotto la sedia.”
Tratto da ‘Archivio Storico La Stampa’ – edizione del 10.2.85, pag. 21
