Teresa Potenza, la prima donna ad aver sfidato apertamente la mafia foggiana, rompe il silenzio in un’intervista a Belve Crime condotta da Francesca Fagnani in onda stasera 19 maggio 2026, in prima serata, su Rai 2. L’ex moglie del boss di Cerignola Giuseppe Mastrangelo, noto come “u cecato”, con il volto totalmente coperto da passamontagna, occhiali e cappello per tutelare la propria incolumità, ripercorre gli anni di violenze, torture e umiliazioni subiti accanto a un uomo condannato a tre ergastoli per molteplici omicidi e associazione mafiosa. Attenzione, seguono descrizioni forti che potrebbero turbare i lettori più sensibili.
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L’anteprima video del programma, pubblicata sui social Rai, restituisce un racconto agghiacciante di una notte in aperta campagna, dove il desiderio di fuga della donna si è scontrato con la ferocia delirante del compagno dell’epoca. Potenza descrive come Mastrangelo, in uno stato di esaltazione, l’abbia costretta a subire atti degradanti sotto la minaccia costante di un’arma.
“Mi fa svestire, mi fa mettere in ginocchio, mi mette la pistola in bocca, mi mette la pistola alla testa. Diceva: “Tu che mi dici sempre che vuoi scappare, tu non sai chi sono io. Io sono Dio. Io decido chi vive e chi muore”.”
Il racconto prosegue con dettagli brutali sull’umiliazione inflitta dal boss dopo che la donna, paralizzata dal terrore, aveva implorato di essere lasciata libera promettendo di non rivelare nulla di quanto visto. Per ribadire il suo possesso e il suo potere, Mastrangelo avrebbe reagito con un gesto di estremo disprezzo.
“Si sbottona la cerniera e mi urina in faccia e mi dice: ‘Tu che vuoi scappare da me meriti questo’.”
Nonostante il clima di terrore e le confidenze del marito su delitti efferati – come il triplice omicidio di alcuni ragazzi uccisi e fatti sparire solo per aver frequentato un bar con esponenti rivali – Teresa Potenza ha trovato la forza di rompere il muro di omertà. La sua testimonianza è stata il pilastro del processo Cartagine, che negli anni Novanta ha inflitto un colpo durissimo alla malavita di Cerignola. Una decisione maturata durante un sequestro durato settimane, mentre era incinta, spinta dalla volontà di offrire un destino diverso al proprio bambino.
“L’ho fatto per dare la possibilità a mio figlio di crescere libero.”
Oggi Potenza si definisce una “vittima mancata di lupara bianca” e prosegue la sua battaglia civile affinché le venga riconosciuto lo status di vittima innocente di mafia in vita. Il suo caso è attualmente al vaglio della Cassazione, mentre la donna denuncia la mancanza di tutele adeguate e l’isolamento seguiti alla sua coraggiosa collaborazione con lo Stato.
A Belve Crime, stasera è prevista anche un’intervista a Raffaele Sollecito.
