Ha aperto fuori concorso l’81° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, è già nelle nostre sale da giovedì 5 settembre distribuito da Warner Bros, è molto probabilmente il film diretto da Tim Burton più appagante e soddisfacente dai tempi del suo (straordinario) musical Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street. Ed è addirittura un sequel, soltanto il secondo realizzato dal celeberrimo cineasta dopo i fasti che furono nel 1992 di quel suo Batman – Il ritorno che riscrisse in maniera totalmente dark ed anarchica le regola del cinecomic per grande schermo. Ovviamente stiamo parlando dell’apprezzato Beetlejuice Beetlejuice (lo avevamo visto a Venezia 81 e ve ne parlammo positivamente nella nostra recensione), secondo capitolo di quello che nel 1988 fu il primo, grande cult movie diretto da Burton, l’opera cinematografica che lo fece conoscere una volta per tutte al mondo della nuova generazione di cineasti e spettatori.
Dopo il film del 1988, la strada fu tutta in discesa per Tim, con successi straordinari e di “costume” quali Batman, il suo sequel, Edward Mani di Forbice, Mars Attacks, Il mistero di Sleepy Hollow. Poi, nel corso del Nuovo Millennio, lavori dietro la macchina da presa spesso fiacchi, opachi e ripetitivi: è scomparso il “Burton Touch”? La parentesi disneyana sembrava aver confermato un triste trend in discesa qualitativa (vedasi i discussi Alice in Wonderland e Dumbo), poi il rinvigorimento grazie a Netflix e alla serie Mercoledì, e successivamente il via libera di Warner al sequel di Beetlejuice tanto sospirato da decenni. Con il film attualmente in sala Tim Burton è veramente tornato in pompa magna, per cui vi diamo alcune ragioni per sostenere il sequel con Michael Keaton e Jenna Ortega.
Tim Burton (finalmente) bio-esorcizzato

A causa di un inaspettato lutto, tre generazioni della famiglia Deetz si riuniscono nella storica casa di Winter River, tuttora infestata dallo spiritello porcello Beetlejuice (Michael Keaton). La vita di Lydia (Winona Ryder) e di tutta la famiglia finisce sottosopra quando la figlia (Jenna Ortega), un’adolescente ribelle, scopre che la magione nasconde un misterioso portale per l’aldilà. Quando qualcuno compie l’errore di pronunciare per tre volte il nome di Beetlejuice, il dispettoso demone torna nel regno dei vivi per scatenare nuovamente il caos. Sono passati ben 36 anni dagli eventi del primo capitolo del 1988, il tempo necessario per Burton di trovare il team di sceneggiatori adatto per riportare sul grande schermo le avventure dello spiritello porcello più celebre e sboccato della storia del cinema pop. La formula magica la trova grazie allo script originale curato a quattro mani da Alfred Gough e Miles Millar, il duo che aveva convinto Burton a dirigere tra l’altro buona parte della prima stagione di successo di Mercoledì, per Netflix.
Riprendendo in mano i personaggi originali creati dalla mente di Michael McDowell e Larry Wilson, Warner Bros. accende la luce verde del semaforo produttivo al progetto, assegna la scrittura del sequel al duo formato da Gogh e Millar e convince Burton di avere tra le mani l’idea perfetta per un vero e proprio ritorno alla origini del regista. Certo, è anche vero che Beetlejuice fu cronologicamente il secondo lungometraggio da lui diretto (fu preceduto dal poco ricordato Pee Wee’s Big Adventure, del 1985), ma la commedia horror con Keaton e una giovanissima Ryder fu la prima, vera testimonianza per grande schermo di tutta la più sfrenata inventiva che Burton aveva da donare all’inizio della sua sfavillante carriera. Dopo anni ed anni di recenti progetti deludenti, con Beetlejuice Beetlejuice il cineasta di Burbank viene “bio-esorcizzato” a dovere, riportando nelle sale di tutto il mondo la cifra stilistica e narrativa che da sempre lo ha contraddistinto al meglio.
Parola d’ordine: disintossicazione

E Burton lo fa ripercorrendo a ritroso le sue radici artistiche, le sue passioni, le ossessioni cinematografiche che lo avevano formato e che, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, lo hanno imposto molto velocemente come una delle voci dietro la macchina da presa più vivaci e riconoscibili di sempre. E così, dopo almeno un decennio di progetti poco personali e mal riusciti, tra regie di kolossal ad alto budget e profuso utilizzo di effettistica speciale in CGI, con Beetlejuice Beetljuice Tim Burton torna a ricostruire il variopinto Aldilà attraverso le risorse tattili dell’artigianalità di scena. Quella che fece del resto il successo strepitoso del cult movie del 1988, che spese oltre un milione di dollari del suo budget totale di 15 in animazione in stop motion, animazione sostitutiva, burattini e pupazzi, schermi blu e abbondanza di fantasmagorico trucco prostetico. E che vinse un Oscar storico per il makeup.
Valori produttivi aggiunti che Burton e tutto il team a capo Warner Bros. si sono portati dietro per il sequel attualmente nelle sale a partire da giovedì 5 settembre; conditio sine qua non senza la quale l’immaginifico regista non avrebbe mai accettato di occupare la cabina di regia del seguito di uno dei suoi film più quintessenziali. Per tali motivi Beetlejuice Beetlejuice ha un’ulteriore ragione di essere ammirato e sostenuto, perché esempio perfetto ed efficace di “disintossicazione” per il suo regista, dopo decenni di progetti opachi e sbagliati, dove le esigenze personali erano state crudelmente soppiantate da uno studio system che aveva presto fiutato il “Burton business” sfruttandone elementi ricorrenti, iconografie e spudorato e derivativo merchandising. Ricetta perfetta per una vera e propria crisi d’autore.
Tim Burton si toglie qualche sassolino dalla scarpa

Non è quindi un caso che Beetlejuice Beetlejuice sia stato anche l’occasione perfetta per Burton di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, soprattutto nei confronti della sua frustrante esperienza in casa Disney. Dopo aver diretto per loro i divisivi Alice in Wonderland e Dumbo (nel 2011 ci fu la dolcissima parentesi Frankenweenie, vera e propria eccezione alla regola di una triste fase discendente), il regista si era poi recentemente lamentato di quanto si fosse sentito in gabbia alle redini di quegli adattamenti sfibrati e depersonalizzanti, tanto da aver sfiorato addirittura l’idea di voler abbandonare la carriera di regista. L’esperienza in Netflix con la direzione degli episodi principali di Mercoledì (un progetto sì seriale e popolarissimo, ma ben più intimista e vicino alle sensibilità originarie di Burton), pare lo abbia letteralmente rinvigorito. Un rafforzamento di intenti, di ambizioni e di idee tutte confluite nel delizioso sequel attualmente nelle sale italiane.
Che magari non supererà mai il lungometraggio precursore in originalità, idee fantasmagoriche, freschezza e rivoluzione, ma che tuttavia riporta sul grande schermo la passione primigenia che aveva mosso il cuore e l’anima del cineasta statunitense nei suoi primi anni di carriera, quando i suoi sogni dark e deliziosamente gotici erano il risultato delle suggestioni di quel cinema fatto di B-Movie che preferivano la tattile artigianalità degli effetti speciali e che avevano cullato gli incubi del giovanissimo Burton. In tal senso, Beetlejuice 2 è un atto cinematografico di totale ed anarchica riappropriazione di un personalissimo modo di mettere in scena le fantasie più inquietanti e sfrenate del popolarissimo regista, seppur stavolta confezionate all’interno di uno script decisamente meno freak e scatenato di quello che curarono Michael McDowell e Larry Wilson trentasei anni prima.
Chi è la nuova musa di Burton?

E poi, in Beetlejuice Beetlejuice, torna preponderante l’ossessione quasi felliniana di Tim Burton per le muse femminili davanti la macchina da presa dei suoi lungometraggi. Dopo l’exploit di Mercoledì, Jenna Ortega è già alla sua seconda collaborazione con il regista americano (e pare che alcuni degli episodi della seconda stagione Netflix saranno altrettanto diretti da Tim), mentre la new entry tutta italiana Monica Bellucci suggella la nuova liaison amorosa da tabloid tra il cineasta e la diva del cinema nostrano ed internazionale. Un po’ come Burton fece con Lisa Marie, negli anni Novanta moglie dell’autore ed interprete di piccoli ma significativi ruoli in alcuni delle sue pellicole più apprezzate, come ad esempio Ed Wood, Mars Attacks e Il mistero di Sleepy Hollow.
Qui Monica Bellucci (in un gustoso ruolo secondario) veste i panni perversamente perfetti di Delores, novella e oscurissima sposa cadavere che coniuga le fattezze della bambola di pezza Sally di Nightmare Before Christmas al destino tragico e crudele della dolcissima Emily, nel capolavoro in stop-motion del 2005 impersonata (almeno nella voce) da Helena Bonham-Carter, altro love interest di Burton, ça va sans dire. Altra ragione per la quale, se ancora ci fosse bisogno di ribadirlo, dovremmo tutti sostenere in sala (e fuori dai cinema) il graditissimo ritorno del “folletto di Burbank” alla regia di un film finalmente a misura di… Tim Burton.
