Il film: The Monkey, 2025. Regia: Osgood Perkins. Cast: Theo James, Tatiana Maslany, Christian Convery, Colin O’Brien, Rohan Campbell, Sarah Levy, Adam Scott, Elijah Wood, Osgood Perkins. Genere: horror, commedia. Durata: 98 minuti. Dove l’abbiamo visto: al cinema, in anteprima stampa, in lingua originale.
Trama: Due fratelli che non si parlano da anni si ritrovano quando torna a farsi viva una vecchia minaccia.
A chi è consigliato? Ai fan della prosa di Stephen King e dei film horror in stile Final Destination.
Quarant’anni fa veniva dato alle stampe Skeleton Crew (in italiano Scheletri), raccolta di racconti di Stephen King tra i quali primeggiava, almeno in termini iconografici, La scimmia, storia di un giocattolo assassino che il più delle volte fungeva anche da immagine di copertina. A quattro decenni di distanza, quel racconto è diventato un film, affidato al regista Osgood Perkins che, per sua esplicita ammissione, ha voluto servirsi del soggetto per fare i conti, come già in altri suoi film, con la morte dei genitori (il padre, l’icona horror Anthony Perkins, è stato stroncato dall’AIDS quando Osgood aveva 18 anni, nel 1992; la madre, Berry Berenson, era tra i passeggeri di uno dei voli dirottati nell’attacco alle Torri Gemelle nel 2001). Un duplice trauma che lui si porta dietro da sempre, anche nel lungometraggio oggetto della nostra recensione di The Monkey.
Quando ti sale la scimmia

Non si sa da dove provenga la scimmia meccanica, solo che nel 1999, dopo aver cercato di liberarsene, il pilota Petey Shelburn è sparito senza lasciare traccia, con il giocattolo che è finito in mano ai suoi figli gemelli, Hal e Bill. I due scoprono abbastanza rapidamente che, una volta attivato il meccanismo, la scimmia provoca la morte casuale di una persona nelle circostanze appena finisce di suonare il suo tamburo, e a farne le spese per prima è la babysitter dei ragazzi, che muore male. Ma proprio male. Dopo un lutto di troppo, i fratelli gettano il giocattolo in un pozzo, convinti di essersene sbarazzati per sempre. Venticinque anni dopo, Hal è volutamente schivo con tutti a causa dei suoi traumi d’infanzia, al punto da fregarsene quando il nuovo compagno della sua ex-moglie propone di adottare suo figlio Petey, escludendo di fatto Hal dalla vita del ragazzo. Quello che sulla carta dovrebbe essere l’ultimo weekend tra padre e figlio prende una piega macabra quando Hal riceve una telefonata da Bill, col quale non era più in contatto da una decina d’anni: la gente ha cominciato a morire in modo strano nel paesino dove i due sono cresciuti, il che vuol dire che la scimmia è tornata…
Duplice performance

L’arco emotivo della pellicola ruota soprattutto attorno al lavoro di Theo James e Christian Convery, con il primo che interpreta i due gemelli da adulti e il secondo quando sono ragazzini, e in entrambi i casi è Bill, il meno timido dei due, a lasciare il segno attraverso la doppia linea temporale del film. Coinvolgente anche il lavoro di Tatiana Maslany nei panni della madre dei due fratelli, mentre il resto del cast di contorno, per quanto simpatico (vedi l’eccentrico cameo di Elijah Wood, da anni affidabile presenza nell’horror come attore e/o produttore), ha un minutaggio troppo breve per incidere veramente sulla componente umana del racconto. Detto questo, anche i comprimari fanno il loro a livello di contributo allo humour nero del progetto, in primis lo stesso Perkins che, per i motivi citati in apertura di articolo, si è regalato da solo il ruolo con le implicazioni più simpaticamente macabre.
Ridere e morire

Rispetto ad altri racconti di King, La scimmia ha sempre avuto un certo senso dell’umorismo tinto di nero, una componente che Perkins ha accentuato sullo schermo per sottolineare la natura arbitraria e a tratti ridicola della morte. Nelle sue mani la premessa diventa effettivamente una variante di Final Destination, con una presenza tangibile ma immobile a fare le veci dell’invisibile entità mortifera del franchise creato da Jeffrey Reddick. Il sangue si mescola con le risate sin dalla prima scena, facendo emergere un lato della personalità cinematografica del regista che finora non si era visto più di tanto (i suoi film precedenti, fino al recentissimo Longlegs, erano tendenzialmente più seri), la principale carta vincente di un’operazione che rilegge il brivido con fare inquietantemente buffo. Rimane il solito difetto di molti degli adattamenti dei racconti brevi di King, ossia la necessità di allungare artificiosamente il brodo per arrivare a una durata di almeno un’ora e mezza, in questo caso con un finale dove l’arbitrarietà diventa un po’ troppo calcolata, seppure simpatica.
La recensione in breve
Osgood Perkins affronta di nuovo i temi della morte e della famiglia, questa volta in ottica comicamente macabra grazie al racconto di Stephen King.
PRO
- Theo James e Christian Convery funzionano con il loro quadruplo ruolo
- Le scene di morte sono eseguite con gusto e inventiva
- L'umorismo macabro è ai massimi livelli
CONTRO
- Il meccanismo comincia a farsi prevedibile nella seconda parte del film
- Voto CinemaSerieTV
