La Mostra del Cinema di Venezia 2025 si è conclusa con la vittoria di Jim Jarmusch e del suo Father Mother Sister Brother. Una decisione che, almeno sulla carta, ha confermato la centralità di un autore già consacrato nella storia del cinema indipendente americano.
Tuttavia, questa scelta non ha suscitato un entusiasmo unanime. Al contrario, ha acceso polemiche e dibattiti perché, accanto a Jarmusch, c’era un film che ha incarnato con una potenza unica lo spirito del cinema come testimonianza e scossa collettiva: The Voice of Hind Rajab (di cui vi abbiamo parlato nella nostra recensione). La sensazione, condivisa da molti, è che la giuria abbia preferito una strada più sicura e istituzionale, rinunciando al coraggio di premiare il film che ha davvero segnato questa edizione.
Un’accoglienza che non ha precedenti

Se il cinema è, prima di tutto, un’esperienza condivisa in sala, allora The Voice of Hind Rajab aveva già vinto. La standing ovation di oltre venti minuti, tra le più lunghe e sentite nella storia della Mostra, ha rappresentato una risposta collettiva di rara intensità. Non si è trattato del classico applauso di circostanza, ma di un’onda emotiva che ha travolto il pubblico. I cori “Free Palestine” che hanno accompagnato la proiezione testimoniano che il film ha generato non solo commozione, ma anche partecipazione politica e civile. In quel momento, il cinema è uscito dalla sua dimensione estetica per diventare esperienza viva, capace di unire gli spettatori in una coscienza condivisa.
Cinema urgente, cinema necessario

Molti hanno parlato di The Voice of Hind Rajab come di un film “emotivo”. Ma questa definizione rischia di sminuirne la portata. L’opera di Mohamed Almughanni è un esempio di cinema urgente, che parte da un fatto reale per trasformarlo in un’esperienza cinematografica totalizzante. La storia della piccola Hind, rimasta intrappolata in un’auto sotto il fuoco israeliano, è raccontata attraverso le registrazioni autentiche della sua ultima telefonata. Ma il film non si limita a documentare: costruisce attorno a quella voce un tessuto visivo e sonoro di straordinaria forza. La regia è essenziale ma incisiva, il montaggio dosa silenzi e climax emotivi con precisione chirurgica, la fotografia restituisce il senso di un mondo in cui l’innocenza viene schiacciata dalla violenza. Non è solo un film che fa piangere: è un film che ridefinisce il confine tra realtà e finzione, tra testimonianza e creazione artistica.
Un premio che sa di compromesso

Il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, assegnato a The Voice of Hind Rajab, è certamente un riconoscimento prestigioso. Ma appare come un premio “di consolazione”, incapace di restituire davvero il peso dell’opera. In altri anni e in altri contesti, un film con questa forza avrebbe conquistato senza esitazioni il massimo riconoscimento. La scelta di fermarsi a metà strada, premiando Jarmusch con il Leone d’Oro e relegando Almughanni al ruolo di “secondo”, sembra rispondere più a logiche diplomatiche che artistiche. Venezia, dopotutto, è anche una vetrina internazionale, e assegnare il Leone d’Oro a un film apertamente politico, che denuncia con tale durezza il conflitto israelo-palestinese, avrebbe significato prendere posizione in modo inequivocabile. Forse troppo, per una giuria che ha preferito rifugiarsi nella rassicurante grandezza di un autore consacrato.
Jarmusch non è in discussione

Sia chiaro: Father Mother Sister Brother non è un brutto film. Anzi, è un’opera che conferma la sensibilità di Jim Jarmusch, capace di raccontare relazioni familiari e intimità quotidiane con uno sguardo poetico e minimalista (come vi abbiamo spiegato nella nostra recensione). È un film coerente con la sua filmografia, che aggiunge un tassello significativo al suo percorso autoriale. Ma la differenza tra questo e The Voice of Hind Rajab è abissale. Jarmusch ha firmato un buon film d’autore, fedele al suo stile, ma Almughanni ha portato sullo schermo qualcosa che va oltre il cinema stesso: un atto politico, un grido che resterà nella memoria collettiva. Mettere i due film sullo stesso piano è ingiusto per entrambi. Sono due leghe diverse, e l’errore della giuria è stato fingere che fossero paragonabili.
Il coraggio mancato della giuria

Ogni festival vive del rapporto tra arte e politica. Ci sono momenti in cui premiare un film non significa solo riconoscerne il valore estetico, ma anche affermarne la rilevanza storica e culturale. Il Leone d’Oro a The Voice of Hind Rajab sarebbe stato un gesto forte, capace di ribadire che il cinema non è solo intrattenimento o autorialità, ma anche memoria, testimonianza, coscienza collettiva. Invece, si è scelta la via più comoda: onorare un grande nome già affermato, evitando di consegnare il massimo premio a un film che avrebbe inevitabilmente generato reazioni politiche contrastanti. È un’occasione mancata che pesa sull’immagine stessa della Mostra.
Il Leone che resterà nella memoria

Alla fine, i premi raccontano una verità parziale. Quello che davvero resta è la traccia lasciata dai film. E se è vero che Father Mother Sister Brother avrà la sua dignità nella storia del cinema di Jarmusch, è altrettanto vero che The Voice of Hind Rajab resterà come l’opera simbolo di Venezia 2025. Il film che ha emozionato, diviso, scosso. Il film che ha trasformato una sala in un coro di protesta e commozione. Il film che, Leone d’Oro o no, ha già scritto la sua leggenda. Perché il vero premio del cinema non è una statuetta, ma la capacità di entrare nella memoria collettiva. E quest’anno, quel premio, se l’è già preso Hind Rajab.
