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Home » Film » Recensioni film » 28 anni dopo: Il tempio delle ossa è il capitolo più umano e disturbante della saga

28 anni dopo: Il tempio delle ossa è il capitolo più umano e disturbante della saga

La recensione di 28 anni dopo: Il tempio delle ossa, quarto episodio del franchise inglese post-apocalittico ideato da Alex Garland.
Max BorgDi Max Borg15 Gennaio 2026
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Una scena di 28 anni dopo - Il tempio delle ossa (fonte: Sony Pictures)
Una scena di 28 anni dopo - Il tempio delle ossa (fonte: Sony Pictures)
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Il film: 28 anni dopo: Il tempio delle ossa (2026)
Titolo originale: 28 Years Later: The Bone Temple
Regia: Nia DaCosta
Sceneggiatura: Alex Garland
Produzione: Danny Boyle
Genere: Horror, Drammatico, Post-apocalittico
Cast: Ralph Fiennes, Jack O’Connell, Chi Lewis-Parry
Durata: 125 minuti
Dove l’abbiamo visto: Cinema

Distribuzione in Italia: Sony Pictures

Trama: In una Gran Bretagna isolata dal resto del mondo e devastata dal virus, Spike incrocia una setta guidata da Sir Jimmy Crystal mentre il dottor Kelson continua a interrogarsi su ciò che resta di umano negli infetti. Tra fede, scienza e morte, il mondo post-apocalittico rivela nuove, inquietanti forme di spiritualità.

A chi è consigliato? 28 anni dopo: Il tempio delle ossa è consigliato a chi ama l’horror riflessivo, i sequel che espandono l’universo narrativo e le storie post-apocalittiche incentrate sull’essere umano più che sull’azione.


Durante la pandemia di Covid-19 era tornata alla mente, per molti cinefili, la sequenza di 28 giorni dopo in cui Jim (Cillian Murphy), ignaro di quanto accaduto mentre era in coma in ospedale, si aggirava per le strade di una Londra completamente deserta. Forse anche per questo, nel 2025, aveva senso riportare sullo schermo quel mondo con 28 anni dopo, un film ancora più malinconico in quanto ancorato in una realtà (romanzata) che rielaborava la Brexit e i lockdown, con la Gran Bretagna in quarantena permanente e isolata dal resto del mondo. Un film dove c’erano sì gli zombie (pardon, gli infetti), ma aveva un peso maggiore il racconto umano, fino a un finale straziante e spiazzante basato sul pensiero del memento mori (ricordati che devi morire). Da quella conclusione nasce la seconda parte di quella che il regista Danny Boyle – qui solo produttore – e lo sceneggiatore Alex Garland hanno concepito come una trilogia, ed è di questa seconda parte che parliamo nella recensione di 28 anni dopo: Il tempio delle ossa.

Dimmi, Jimmy

Una scena di 28 anni dopo - Il tempio delle ossa (fonte: Eagle Pictures)
Una scena di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa (fonte: Eagle Pictures)

Spike, da poco orfano di madre, ha lasciato la comunità in cui viveva, e lungo la strada ha fatto un incontro molto particolare, con un gruppo di giovani adulti, tutti con lo stesso look generale, capitanati da Sir Jimmy Crystal, sedicente portavoce di un’entità ultraterrena e leader di una setta convinta che il virus che ha debellato l’Inghilterra sia opera di un disegno divino (più o meno). Mentre il ragazzo deve fare i conti con questi disadattati che si rifanno esteticamente al conduttore televisivo Jimmy Savile (un elemento dark che molti fuori dal Regno Unito non coglieranno; è sottinteso che in questo universo non sia mai emerso che Savile in realtà era un maniaco pedofilo e necrofilo), altrove il dottor Kelson, recentemente sorpreso dalla nascita di una bambina perfettamente sana nonostante la madre fosse infetta, continua a interrogarsi su quanto ci possa ancora essere di umano negli individui dominati dal morbo. E lo fa interagendo regolarmente con Samson, l’infetto gigantesco che lui tiene a bada con abbondanti dosi di morfina…

Balliamo tutti sul mondo

Una scena di 28 anni dopo - Il tempio delle ossa (fonte: Eagle Pictures)
Una scena di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa (fonte: Eagle Pictures)

Dopo il ruolo da comprimario nel film precedente, a questo giro Ralph Fiennes è il vero protagonista, con una performance che è misurata quando serve e istrionica quando lo esige il copione, regalandoci diversi momenti sorprendenti, spesso accompagnati da brani musicali che, nel contesto diegetico, sono tra i pochi ricordi rimasti del mondo che era (a un certo punto, interrogato sulla società prima del virus, Kelson ammette candidamente di non ricordarsi come fosse vivere con un telefono o un computer in casa). Al suo uomo di scienza si contrappone un più spirituale Jack O’Connell nei panni di Jimmy, figura grottesca che, un po’ come il colonnello West del primo capitolo del franchise, sottolinea come il male possa celarsi in coloro che sulla carta sono ancora umani e riconferma la sintonia tra l’attore irlandese e le parti da villain in ambito horror dopo il recente tour de force che è stato I peccatori.

La notte del morto pensante

Una scena di 28 anni dopo - Il tempio delle ossa (fonte: Sony Pictures)
Una scena di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa (fonte: Sony Pictures)

La più grande sorpresa di questo quarto episodio, più “tranquillo” rispetto allo stile ipercinetico di Boyle (che lo spagnolo Juan Carlos Fresnadillo aveva replicato in maniera efficace in 28 settimane dopo), è il personaggio di Samson, che in 28 anni dopo era “solo” uno zombie massiccio e spaventoso (ma anche, per la gioia degli angoli più puerili dell’internet, superdotato). Qui, interpretato ancora una volta dall’ex-lottatore Chi Lewis-Parry, è la presenza più commovente dell’intera pellicola, il volto su cui si riflette tutta una meditazione su cosa significhi essere umano nel mondo post-apocalittico che, per la prima volta nel quarto di secolo di esistenza del franchise, coinvolge anche gli infetti in modo molto spirituale, elevandoli a qualcosa di più di semplice metafora di un mondo distrutto dalla rabbia collettiva. A conti fatti, mentre i più si chiedono se nel già annunciato terzo capitolo di questa nuova trilogia torneranno i protagonisti storici (Murphy finora è stato solo produttore esecutivo), la domanda che sorge più spontanea a visione terminata è un’altra: tornerà Samson?

Passaggio di consegne

Una scena di 28 anni dopo - Il tempio delle ossa (fonte: Eagle Pictures)
Una scena di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa (fonte: Eagle Pictures)

Pur avendo intenzione di tornare in cabina di regia per il prossimo capitolo, per questo episodio “intermedio” Boyle ha deciso di prendersi una pausa (forse anche perché, in quanto apertamente ateo, e dopo aver già litigato con Garland in merito durante la lavorazione di Sunshine, non se la sentiva di fare un altro film dove scienza e fede si scontrano). Lo sostituisce Nia DaCosta, che dopo l’esperienza di The Marvels torna ad atmosfere più contenute (e all’horror con cui aveva già dimostrato dimestichezza girando Candyman). Ne deriva un film più calmo, meno frenetico, dove le inquadrature respirano e le interpretazioni degli attori, spesso in primo piano, evidenziano sfumature inedite. Ma è una calma che precede la tempesta, e per via di questo approccio in apparenza più misurato i momenti di esplicita brutalità sono ancora più efferati di prima, con un effetto meno viscerale ma altrettanto spietato, condito poi da sprazzi di sorprendente umanità.

La recensione in breve

9.0 Umanista

Umani e infetti sono al centro di un film meno irrequieto, a tratti più meditabondo, ma non per questo meno brutale nei momenti cruciali.

PRO
  1. Jack O'Connell è un villain inquietante
  2. Ralph Fiennes è una presenza magnetica dall'inizio alla fine
  3. La riflessione sulla natura umana è intelligente e toccante
CONTRO
  1. Chi preferisce lo stile ipercinetico di Danny Boyle potrebbe rimanere deluso
  • Voto CinemaSerieTV 9.0
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