Le nomination agli Oscar 2026 restituiscono l’immagine di un’Academy piuttosto compatta sulle proprie certezze. Una battaglia dopo l’altra e I peccatori dominano la corsa e rappresentano due esempi solidi di cinema ambizioso, personale e riconoscibile. Se uno dei due dovesse imporsi come miglior film, la sensazione sarebbe quella di una continuità qualitativa rara, quasi rassicurante.
Ma se da un lato l’Academy dimostra di saper riconoscere l’eccellenza quando è evidente, dall’altro appare ancora prudente, talvolta timorosa, nel momento in cui le scelte richiedono una presa di posizione più netta. Ed è proprio osservando chi è rimasto fuori che le nomination del 2026 iniziano a parlare davvero.
Wicked: For Good e il rifiuto dei sequel troppo ravvicinati

L’esclusione totale di Wicked: For Good è il segnale più rumoroso di questa edizione. Dopo le dieci nomination ottenute dal primo capitolo, il secondo viene ignorato quasi con ostinazione. Non è solo una questione di qualità – il secondo atto del musical è oggettivamente meno compatto e meno incisivo (ne abbiamo parlato nella nostra recensione) – ma anche di percezione.
L’Academy raramente premia due volte di seguito lo stesso universo narrativo, soprattutto quando la prosecuzione appare meno necessaria, meno urgente. Il risultato è una bocciatura che assume i contorni di un avvertimento: il successo commerciale e la continuità non bastano, se non sono accompagnati da una vera evoluzione artistica.
Cynthia Erivo e Ariana Grande: il peso (ancora decisivo) del tempo in scena

All’interno di questa esclusione generale, trovano una spiegazione anche le mancate nomination di Cynthia Erivo e Ariana Grande. Nel secondo film i loro personaggi perdono centralità, e l’arco narrativo – soprattutto quello di Elphaba – risulta più frammentato.
In una stagione affollata di interpretazioni femminili forti e complesse, il tempo in scena e la densità drammatica continuano a essere criteri determinanti. È una regola non scritta, ma costante, che penalizza performance valide ma percepite come “incomplete” nel quadro generale.
Avatar: Fuoco e Cenere e la stanchezza del grande spettacolo
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Se l’esclusione di Wicked sorprende, quella di Avatar: Fuoco e Cenere appare invece quasi inevitabile. Con incassi imponenti ma inferiori ai capitoli precedenti, il terzo film della saga sembra pagare una saturazione narrativa che nemmeno l’apparato tecnico riesce più a mascherare del tutto.
Il messaggio dell’Academy è chiaro: l’evento visivo, da solo, non garantisce più l’accesso alle categorie principali. Anche il cinema-spettacolo, se reiterato senza un reale rinnovamento, rischia di diventare routine.
Jafar Panahi e un’assenza che pesa più delle altre

Più difficile da accettare è l’esclusione di Un semplice incidente dalla categoria miglior film. L’opera di Jafar Panahi, feroce, ironica e politicamente lucidissima, sembrava avere tutte le carte in regola per entrare nella rosa principale, anche alla luce del contesto internazionale.
La nomination alla sceneggiatura originale non basta a dissipare la sensazione di un’occasione mancata. In un contesto politico internazionale segnato da forti tensioni e repressioni, l’Academy avrebbe potuto dare maggiore visibilità a un film che affronta direttamente il tema dell’autoritarismo.
F1 e il ritorno del cinema classico da Academy

Tra le sorprese, spicca la candidatura di F1 come miglior film. Un’opera solida, diretta, che non reinventa il genere ma lo padroneggia con mestiere. È una scelta conservatrice, ma coerente con una parte dell’Academy ancora legata a un’idea di cinema professionale, muscolare, rassicurante.
Non è una candidatura rivoluzionaria, ma racconta bene l’equilibrio interno ai votanti: accanto all’autorialità più radicale, continua a esserci spazio per un cinema classico, ben fatto e senza ambizioni di rottura.
Joachim Trier e il riconoscimento di un cinema più intimo

Decisamente più interessante è la nomination alla regia di Joachim Trier per Sentimental Value. Il film, capace di muoversi tra memoria, trauma e disillusione con grande finezza, ottiene un riconoscimento che va oltre le aspettative iniziali.
Qui l’Academy dimostra di saper guardare anche a un cinema europeo meno accomodante, capace di riflettere sul passato e sull’industria stessa senza mai risultare autoreferenziale.
Kate Hudson, Delroy Lindo e il valore della riscoperta

Tra gli attori, la nomination di Kate Hudson per Song Sung Blue ha il sapore di una riscoperta. Un’interpretazione sincera, priva di artifici, che richiama un cinema adulto sempre più raro.
Ancora più significativa è la candidatura di Delroy Lindo per I peccatori. Arriva dopo una carriera lunga e spesso sottovalutata e riconosce una performance che non è marginale, ma centrale per il senso del film. Il suo personaggio incarna la dimensione storica e politica del racconto, dando voce a una memoria collettiva che attraversa tutta la narrazione. È una candidatura che premia il peso reale dell’interpretazione, non una logica di compensazione o di carriera.
Le esclusioni “di lusso” e i limiti dell’Academy

Restano infine le assenze che fanno discutere: Paul Mescal per Hamnet, Guillermo del Toro per la regia di Frankenstein, e Chase Infiniti per Una battaglia dopo l’altra. Esclusioni che non negano il valore dei film, ma rivelano quanto le dinamiche interne all’Academy possano essere rigide, compartimentate, talvolta miopi.
Uno specchio imperfetto del cinema contemporaneo

Le nomination agli Oscar 2026 non sono clamorose, ma sono profondamente rivelatrici. Raccontano un’Academy capace di riconoscere l’eccellenza quando è evidente e condivisa, ma ancora prudente quando le scelte richiedono una presa di posizione più netta. Il cinema più ambizioso viene premiato finché resta entro confini rassicuranti; quello che mette in discussione equilibri politici, industriali o culturali viene più facilmente ridimensionato. Uno specchio imperfetto, come sempre, ma utile per leggere non solo lo stato del cinema contemporaneo, ma anche le esitazioni e i limiti di un’industria che fatica a trasformare il coraggio artistico in una scelta collettiva.
