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Home » Film » Gravity, il capolavoro di Alfonso Cuaròn compie 10 anni

Gravity, il capolavoro di Alfonso Cuaròn compie 10 anni

Dieci anni fa usciva nelle sale di tutto il mondo Gravity, capolavoro spaziale diretto da Alfonso Cuaròn e vincitore di 7 premi Oscar.
Simone FabrizianiDi Simone Fabriziani3 Ottobre 2023
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Gravity
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Il 3 ottobre 2013 arrivava nelle sale italiane Gravity, rivoluzionario lungometraggio diretto dal premio Oscar Alfonso Cuaròn e scritto dallo stesso assieme al figlio Jonàs; quello stesso anno, qualche mese prima, la space opera del cineasta messicano aveva aperto in pompa magna la 70° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, fuori concorso. Un evento epocale che spalancava le porte del 3D d’autore anche alle più prestigiose rassegne di cinema, qualche tempo dopo gli incassi da capogiro di lungometraggi tridimensionali quali Avatar di James Cameron e Alice in Wonderland di Tim Burton.

A dieci anni esatti di distanza dal debutto nelle sale internazionali del film targato Warner Bros. Pictures, cosa rimane di Gravity? Quale l’eredità di un’opera cinematografica che ha cambiato per sempre la configurazione (e la rappresentazione) dello spazio siderale nella storia della settima arte? Con protagonisti due eccezionali George Clooney e Sandra Bullock, il lungometraggio scritto e diretto da Alfonso Cuaròn si prepara a celebrare il suo decimo anniversario senza essere invecchiato di un giorno. Ma non chiamatelo film di fantascienza!

Lost in Space, ma non troppo

Gravity, una scena

La dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock), un brillante ingegnere medico, è alla sua prima missione a bordo di uno shuttle ed è lì per affiancare la squadra del veterano Matt Kowalsky (George Clooney), al comando della sua ultima spedizione prima di ritirarsi in pensione. Il loro è un viaggio di ordinaria amministrazione che si trasforma però in un inaspettato disastro quando, a causa di un evento non previsto, la navicella esplode, uccidendo il resto dell’equipaggio. Da soli e alla deriva nello spazio, Ryan e Matt perdono ogni contatto con la Terra e la paura si trasforma in panico quando con il poco ossigeno a loro disposizione tenteranno l’impossibile pur di ritornare a casa.

Partiamo dalle basi: Gravity è, prima di ogni altra (e legittima) cosa, un two-hander. Con questo termine si vogliono descrivere opere multimediali (dalla letteratura al teatro, dal cinema alla tv, fino alla videoludica) realizzate a braccetto da due autori oppure dove i protagonisti della tessitura narrativa sono solo due e due soltanto. Un escamotage strutturale ed artistico che focalizza alla massima potenza l’attenzione dello spettatore sulle vicende e le interazioni tra i due personaggi unici; il risultato può essere pericolosamente in bilico tra genialità e noia, tra capolavoro ed occasione mancata. A dieci anni di distanza dalla primissima visione sul grande schermo, possiamo però affermare che la scommessa narrativa di Alfonso Cuaròn è ancora vinta su tutti i fronti, e che la scelta di affidare il 100% del materiale emotivo del film esclusivamente al talento recitativo della coppia Sandra Bullock/George Clooney ne ha decretato il successo di pubblico e di critica, ancor prima dei pur straordinari effetti visivi utilizzati per dare vita a questo racconto cinematografico spaziale (qui trovate quelli che per noi, oltre a Gravity, sono i migliori film sullo spazio).

Effetti speciali spaziali

Gravity, una scena

Nonostante tutto, Gravity viene però ancora oggi ricordato come un trionfo assoluto nella tecnica messa in campo per la realizzazione dei rivoluzionari effetti visivi. Il film di Alfonso Cuaròn è a tutti gli effetti, e senza scanso di equivoci, una pietra miliare incontestabile del lavoro di post-produzione digitale applicato ai lungometraggi cinematografici. Vi basti pensare che circa l’80% della durata del film (salvo diciassette sequenze) sono state realizzate con l’onnipresente uso della computer grafica, allestita per creare anche gli spazi e l’oggettistica all’interno delle navicelle spaziali in cui si trovano ad interagire i due protagonisti nel corso del racconto. Un lavoro incredibile che lo spettatore ignaro non riesce spesso e volentieri ad apprezzare ad occhio nudo, visto lo straordinario fotorealismo di ambienti, oggetti, luci ed inquadrature dove il trucco digitale c’è, ma sembra praticamente invisibile.

Una rivoluzione amplificata dal trend che, a cavallo tra la fine del primo e l’inizio del secondo decennio degli anni 2000, imperversava nelle sale cinematografiche di tutto il mondo: il 3D, esperienza immersiva nel mondo fantastico dei film realizzati in questo formato che ha avuto eccellenti modelli autoriali (l’Avatar di Cameron, su tutti) ed innumerevoli imitatori di bassa lega qualitativa. La tridimensionalità di Gravity invece assume i toni di innovativo linguaggio espressionistico, dove l’esperienza di isolamento fisico e psicologico dei due protagonisti diventa tenebroso abisso privo di inizio e di una fine, dove fluttuare alla deriva, ad una spanna di distanza dall’affannoso respiro dell’atterrita Dottoressa Ryan Stone. Perduti con lei nello spazio siderale, soli come il personaggio interpretato da Sandra Bullock in compagnia del buio della nostra anima.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

Gravity, una scena

La carta vincente di Gravity forse sta proprio qui, nell’aver saputo calibrare in fase di sceneggiatura spettacolo visivo di rara e rivoluzionaria bellezza ad un racconto di grande intimità, nella mente e nell’anima fragile di Ryan Stone, ingegnere biomedico in fuga da una perdita famigliare talmente travolgente da averla nel tempo costretta a non provare più emozioni. Una fuga dalla propria condizione di precarietà di sentimenti che trova la sua soluzione ideale lontano dal brusio della quotidianità terrestre, a bordo di una navicella spaziale che il nostro pianeta lo abbraccia tutto da lontano, con la giusta distanza.

Una forma di terapia spaziale capace di ripulire nel freddo siderale delle stelle al di sopra delle nostre teste tutto il materiale emotivo che aveva convinto la donna ad accettare quel pericoloso lavoro in assenza di gravità, in costante e precario equilibrio tra una vita che non vuole più vivere e la possibilità di una morte agghiacciante e spietata dello spazio profondo. Lontano dagli occhi e lontano dal cuore, Ryan Stone sarà però costretta a sopravvivere da sola dopo lo schianto di alcuni detriti spaziali con lo shuttle dove l’ingegnere condivideva lavoro e conforto assieme a Matt Kowalski; la morte di quest’ultimo sarà per lei grimaldello necessario per trovare un percorso di vita e di speranza, laddove la glaciale alternativa di una morte solitaria nello spazio più nero diventa orizzonte non più perseguibile, ma da combattere con tutte le forze rimaste in corpo.

Gravity è un film di fantascienza?

Gravity, una scena

Una rinascita fisica ed emotiva che avverrà in un catartico ed emozionante finale in discesa libera verso la Terra, dove l’acqua vivifica di un lago avvolge e completa la resurrezione dell’anima della nostra protagonista, pronta ad imparare di nuovo a camminare sulle proprie gambe, questa volta con i piedi ben piantati sulla superficie terrestre. Gravity è, a tutti gli effetti, un thriller dell’anima “ad alta quota” che molta della critica di settore e del pubblico negli anni successivi al suo trionfo totale (alla fine della sua gloriosa corsa, vinse anche ben 7 premi Oscar, tra cui quello alla regia, alla fotografia di Emmanuel “Chivo” Lubezki e agli effetti visivi) sbolognò ai posteri come fantascienza d’autore. Una classificazione riduttiva e quasi offensiva, anche a dieci anni di distanza dalla sua uscita globale, perché foriera di una concezione fantasiosa e squisitamente sovrannaturale della natura del film.

Benché possegga chiaramente elementi narrativi di plausibilità tecnico-scientifica preponderanti, il Gravity concepito da Alfonso Cuaròn non sconfina mai nella fantasia e nei prodromi che rendono la narrativa sci-fi filologicamente per quello che è ed è sempre stata, anzi. La space opera del cineasta messicano al contrario ci lascia in eredità un tesoro cinematografico inestimabile che supera gli imbarazzi di appropriazione contenutistica e tecnica che nel 1969 rese modello immortale il 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, per mettere invece in scena un dramma dell’anima felicemente contraddittorio nelle sue due ambizioni-rivoluzioni: raccontare una rinascita emotiva nella quale lo spettatore avrebbe potuto immergersi con il cuore e con i sensi visivo-uditivi amplificati da un 3D di avvolgente maestosità. A qualche chilometro di distanza dalla Terra.

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