Riprendere frusta e cappello. Rimettere quella pesante giacca di pelle. Alzarsi ancora una volta cercando un un altro oggetto da trovare, preservare e da sottrarre ai nazisti. Vivere una nuova avventura, probabilmente l’ultima. È tornato l’archeologo più famoso del mondo. Stiamo ovviamente parlando di Indiana Jones e il Quadrante del Destino, quinto capitolo della saga dedicato al personaggio di Harrison Ford. Il film è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes, dove lo abbiamo visto e recensito.
L’arrivo in sala del titolo è stato accolto, tanto dalla critica quanto dalle prime reazioni del pubblico, tiepidamente. Le battute sugli anni di Ford si sprecano, i fantasmi del quarto capitolo si ripresentano mentre la trilogia originale sembra rimanere intoccabile nel pantheon del cinema. Ma perché Indiana Jones e il Quadrante del Destino non funziona? I suoi problemi sono figli di una formula non più replicabile o di un approccio di casa Disney al blockbuster ormai stantio? Cerchiamo di scoprirlo nel proseguo di questo articolo.
Il blockbuster Disney, la CGI e la mancanza di coraggio
Tra le varie critiche che vengono fatte a Indiana Jones e il Quadrante del Destino, una delle più frequenti riguarda l’eccesso di effetti digitali. Mangold crea delle lunghe sequenze action o di inseguimenti in cui, per rendere possibile la presenza di un Ford ottantenne, l’uso della CGI diventa centrale. Il primo pensiero, come logico, è stato accusare il regista e soprattutto recriminare l’assenza di Steven Spielberg (tendendo a scordare le accuse a lui fatte ai tempi del quarto capitolo). Ma proviamo a fare un passo indietro ed a guardare il progetto da un’altra prospettiva. Fin dai primi trailer di questo Indiana Jones e il Quadrante del Destino veniva mostrato un Harrison Ford ringiovanito digitalmente. Come se il reparto marketing del film volesse rassicurarci, sussurrandoci all’orecchio di stare tranquilli perché quello che avevamo davanti era sempre il solito Dott. Jones.
Un approccio che pervade e abbraccia tutto il film. La sceneggiatura, scritta da un numero indefinito di mani differenti e che definire “poco ispirata” è come costruire un monumento all’eufemismo, tiene sempre un piede sull’acceleratore e uno sul freno. Così quel sentimento d’avventura che dovrebbe essere centrale non riempie mai i polmoni dello spettatore e il film si stanca senza mai percorrere un metro. Indiana Jones e il Quadrante del Destino è un film che cerca in ogni modo di tranquillizzarci senza mai farci sentire il timore e il peso di quella che dovrebbe l’ultima avventura di Indy. James Mangold sembrava il nome perfetto per dipingere un crepuscolare atto finale dell’archeologo ma l’impressione è che si sia preferito rimanere ancorati a un blockbuster convenzionale con l’obiettivo, in linea con quanto fatto dalla stessa Kathleen Kennedy con la nuova trilogia di Star Wars, di non scontentare nessuno. Quel tipo di prodotto che film come Top Gun: Maverick ha relegato alla senilità.
Un’operazione nostalgia di un’operazione nostalgia

L’operazione messa in piedi da Lucas e Spielberg lungo gli anni ’70, poi confluita nel 1981 in I predatori dell’Arca Perduta, era uno dei primi grandi approcci al post-modernismo. Nessuno la definì all’uscita in quel modo perché il termine non era ancora stato coniato. Un approccio già presente in Star Wars ma portato all’estremo con Indiana Jones. I debiti ad opere del passato sono un’infinità ed esistono interi video facilmente reperibili che mettono a confronto le scene girate da Spielberg e quelle a cui si è ispirato. Ma non si tratta solo di approccio post-moderno, a trasparire da tutta la trilogia dedicata all’archeologo è un forte sentimento di nostalgia nei confronti di quei film con cui i due autori sono cresciuti.
E forse è proprio questo uno dei problemi più evidenti di questo quinto capitolo. Allontanandosi dalla strada crepuscolare che poteva essere percorsa, cade inevitabilmente in un mood nostalgico nei confronti dei primi film. Un’operazione nostalgia di un’operazione nostalgia. Come se ci si trovasse davanti a un’opera di seconda mano, dove si cita la citazione, realizzata da chi denota una mancanza di confidenza con il materiale originale. Il Rust Colhe di True Detective lo definirebbe “un cerchio piatto”, dove a morire è l’avventura.
