Osannato dalla critica per il modo coraggioso e assolutamente non convenzionale con il quale si approccia a uno dei periodi più tragici della storia umana, La zona d’interesse (di cui trovate la nostra recensione) conduce il suo pubblico in un viaggio dentro l’orrore senza effettivamente mai portarlo sullo schermo, ma facendolo sentire – con le orecchie e attraverso le viscere – in maniera forte e chiara. La pellicola, quarto lavoro del regista britannico Jonathan Glazer recentemente premiato agli Academy Awards con l’Oscar al miglior film straniero e al miglior sonoro (non a caso), trae ispirazione da una storia vera, quella del comandante di Auschwitz Rudolf Höss e di sua moglie Hedwig, che conducevano una vita tranquilla insieme ai loro due figli (nel lungometraggio ne vediamo, invece, cinque) in un’idilliaca villetta a due piani all’ombra del campo di concentramento. A separarli dal dramma umano che andava in scena al suo interno, infatti, solo un muro, che però non poteva impedire il diffondersi nell’aria delle urla dei prigionieri e della cenere dei loro poveri corpi bruciati. Tutte cose con le quali, i due coniugi e la rispettiva prole, sembravano convivere pacificamente.
Il film ci racconta, quindi, una quotidianità alienata, nella quale le azioni mostruose compiute da Rudolf e dalle altre SS al di là del muro (che non possiamo vedere ma che immaginiamo) si scontrano con un’apparenza del tutto ordinaria, andando a creare una dissonanza cognitiva fortemente disturbante, che mostra quanto banali possano diventare i comportamenti umani più crudeli quando le persone iniziano a considerarli normali.
Come finisce la zona d’interesse?

Nel finale de La zona d’interesse, vediamo come il comandante Rudolf Höss (Christian Friedel), dopo essere stato promosso con conseguente trasferimento, riceve un incarico che gli consente di far ritorno ad Auschwitz per completare i suoi piani di sviluppo delle camere a gas. Una notizia che entusiasma la moglie Hedwig (Sandra Hüller), che non vuole rinunciare a una vita in quella che lei considera la propria casa dei sogni, l’idilliaca villetta con giardino e vista sull’orrore. Dopo aver preso parte a una festa organizzata dai nazisti a Berlino per celebrare il successo del campo di concentramento e del suo operato, Rudolf telefona alla moglie per aggiornarla, ma rivela subito che, il suo unico pensiero mentre si trovava al ricevimento, riguardava il modo in cui avrebbe potuto gasare tutti i presenti nella stanza. Negli inquietanti minuti finali, l’uomo scende le scale del palazzo in silenzio, fermandosi un paio di volte per vomitare, ma senza mai riuscire effettivamente a farlo. È la sua coscienza che ribolle o si tratta di altro?
La scena del vomito

Una cosa è certa: i conati di vomito dell’uomo non sono dovuti a una presa di coscienza da parte di Rudolf; egli, infatti, non prova pietà per nessuno, se non forse per se stesso. Questa scena può quindi avere due interpretazioni plausibili. La prima: dopo così tanto tempo trascorso in prossimità di Auschwitz, Rudolf potrebbe aver sviluppato un problema di salute, causato dal fumo e dalla fuliggine provenienti dal campo di concentramento e che, inevitabilmente, avranno inquinato l’aria e l’acqua nei pressi della casa. Nel corso del film, infatti, vediamo come i membri della famiglia siano costretti a soffiarsi spesso il naso, producendo del muco con residui di colore nero. La seconda: se Rudolf ha potuto costruirsi una determinata rappresentazione mentale di ciò che è e ciò che fa, il suo corpo non può essere immune agli orrori ai quali assiste tutti i giorni e si ribella a ciò che gli viene imposto attraverso la nausea. In entrambi i casi, comunque, il malessere è esclusivamente del corpo, è nell’uomo non vi è il minimo di redenzione.
Il significato della scena del museo

Mentre Rudolf è per le scale e si sta riprendendo da un terribile conato, guarda in fondo al corridoio buio e il film fa un salto in avanti nel tempo fino ad arrivare ai giorni nostri: ci ritroviamo, così, all’interno del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, mentre gli addetti alle pulizie stanno passando l’aspirapolvere in queste enormi sale che raccolgono montagne di scarpe e vestiti appartenuti ai prigionieri del campo di concentramento. Una scena che evoca l’enorme brutalità degli atti compiuti dai nazisti ma, al tempo stesso, rappresenta il fallimento del loro obiettivo di eliminare il popolo ebraico dalla storia umana. L’inquadratura torna poi su Rodolf che continua a scendere le scale come in una personale discesa negli inferi.
Chi è la ragazza delle mele?

A questo punto, però, forse qualcuno potrebbe chiedersi chi era la ragazza che vediamo in alcune scene del film, ritratta attraverso una lente termica mentre è intenta a lasciare mele nel terreno. Si tratta di un persona realmente esistita, un’adolescente polacca di nome Alexandria che, durante il periodo dell’Olocausto, di notte, prendeva la sua bicicletta per andare a lasciare delle mele per i prigionieri nei sentieri che portavano ad Auschwitz. Jonathan Glazer ha conosciuto questa donna – ormai 90enne – simbolo di speranza e resistenza; ma non solo:
“Viveva nella casa in cui abbiamo girato. Era la sua bici che usavamo, e il vestito che indossa l’attrice era il suo vestito. Purtroppo, è morta poche settimane dopo che abbiamo parlato.” ha dichiarato il regista.
Lo schermo nero alla fine del film

Proprio come era iniziato, La zona d’interesse si chiude con uno schermo nero, accompagnato da una musica inquietante e a tratti assordante. Un invito per il pubblico a riflettere su ciò che si è appena visto e su quanto questo non abbia solo a che fare con un passato ormai chiuso ma anche con il nostro presente e il nostro futuro. Troppo spesso, infatti, l’uomo ha un atteggiamento passivo di fronte al male del quale finisce così inevitabilmente per diventare complice.
