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Home » Film » Leatherface, la storia vera del serial killer che ha ispirato i film

Leatherface, la storia vera del serial killer che ha ispirato i film

Leatherface prende spunto una storia vera, quella del serial killer Ed Gein. I film horror della saga di Non aprite quella porta furono ispirati da lui.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino10 Agosto 2023
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Leatherface, la storia vera del serial killer che ha ispirato i film
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Leatherface,  il protagonista di Non aprite quella porta, horror diretto nel 1974 da Tobe Hooper, è in parte ispirato alla storia vera del serial killer Ed Gein (1906 – 1984). Come nel film di Hooper, dove il personaggio principale indossa una maschera fatta di pelle umana, il vero Gein, era solito conservare e conciare l’epidermide dei cadaveri trafugati nel cimitero. O appartenente alle sue vittime. Gein però non imbracciò  mai una motosega per uccidere le prede, al pari di Faccia di cuoio. In questo caso l’idea fu una creazione originale di Hooper che un giorno, durante una puntata in una supermercato affollato, notò una motosega nel reparto ferramenta. E tra il serio e il faceto si chiese quanto tempo avrebbe risparmiato a se l’avesse usata per farsi largo tra la gente.

Ironia a parte, Hooper approdò alla storia della mostruosa famiglia di Non aprite quella porta all’inizio degli anni ’70, quando lavorava come assistente universitario nel corso di regia del principale ateneo texano. La prima bozza della storia aveva un impianto fantasy, che poi Hooper trasformò in horror, su suggerimento dello sceneggiatore Kim Henkel. L’autore allora fece delle indagini e arrivò alla storia del Macellaio di Plainfield, così era chiamato Ed Gein. Un serial killer che agì nel Wisconsin del 1950, seminando morte e orrore.

Ed Gein
Il serial killer Ed Gein

Figlio di un uomo violento e alcolizzato e di una fanatica religiosa, Ed Gein crebbe in una famiglia disfunzionale da manuale. Grazie alla madre sessuofobica, coltivò un odio feroce nei confronti delle donne, considerate tutte alla stregua di prostitute. Naturalmente, ogni genere di attività erotica era bandita dalla sua vita e da quella del fratello Henry. Per quanto, all’età di 10 anni, provò un orgasmo nel vedere i suoi genitori macellare un maiale.

Attratto dal sesso, ma convinto che fosse del tutto sporco, Gein fu totalmente incapace di gestire le normali pulsioni di un adolescente. Esile e non particolarmente prestante, fu anche bullizzato dai compagni di scuola. Insomma, le premesse per lo sviluppo di una personalità malata c’erano tutte. Ed Gein maturò la sua indole criminale intorno agli anni ’50, dopo la morte di padre, fratello (forse da lui uccisi) e dell’amata madre. Verso cui nutriva un sentimento morboso.

Agì indisturbato per alcuni lustri, poi l’arresto per l’omicidio di Bernice Worden nel 1957 portò a una scoperta abominevole. Il serial killer, infatti, aveva nascosto dentro la sua casa molte parti di corpi da lui trafugati dai cimiteri. O prelevate dalle donne brutalizzate. Reperti come nasi, teschi, gambali creati con pelle umana (suo padre era un conciatore), cinture realizzate con capezzoli umani furono catalogati e poi in parte distrutti dagli inquirenti. Dei veri e propri trofei di cui Gein amava circondarsi e il cui ritrovamento portò, successivamente, alla confessione dell’uomo. Sulla caratteristica di tenere parti dei cadaveri delle sue vittime, in questo Ed Gein fu simile ad un altro serial killer, Jeffrey Dahmer, di cui abbiamo tracciato un profilo psicologico. Dahmer però, si limitava a tenere i corpi in frigo o a scioglierli in fusti di acido. In alcuni casi tenne alcuni teschi, opportunamente sbiancati.

Non solo si dedicava al dissotterramento dei cadaveri, dunque, ma Ed Gein da ragazzo aveva commesso diversi delitti nella cittadina di Plainfield. Gein fu considerato un caso emblematico dai criminologi, che in lui hanno ravvisato, tra le altre cose, un chiaro caso di crisi d’identità. Lui stesso rivelò di aver pensato a un cambio di sesso dopo il decesso della madre. Morì nel 1984 in un ospedale psichiatrico, dopo essere stato assolto per infermità mentale. La sua figura ispirò in parte anche Alfred Hitchcock per il suo Psycho. E Thomas Harris per il Buffalo Bill di Il silenzio degli innocenti. Per la figura di Hannibal Lecter invece, ci si ispirò ad altri serial killer.

Francesca Fiorentino
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Giornalista professionista, podcaster e voice talent, si laurea nel 2000 in Storia e Critica del Cinema con una tesi su Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Per 10 anni lavora in radio dove si occupa prevalentemente di spettacoli e cultura, prima di approdare al web, nel 2010, dove continua a scrivere e parlare di cinema e televisione per diverse testate e webradio. Dal 2018 produce e realizza podcast di approfondimento su cinema, serie TV, cultura e lifestyle, dedicandosi anche all'insegnamento del podcasting.

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