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Home » Film » M3GAN, la spiegazione del finale del film prodotto da James Wan

M3GAN, la spiegazione del finale del film prodotto da James Wan

Parliamo del finale di M3GAN e di come si ricollega alla poetica del suo soggettista e produttore James Wan.
Max BorgDi Max Borg9 Gennaio 2023
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Una scena di M3gan
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Senza nulla togliere al regista Gerard Johnstone, che probabilmente è destinato a una bella carriera nel cinema di genere americano come gli altri pupilli di James Wan, parlando di M3GAN viene spontaneo pensare al film come a una creatura del cineasta australiano, che ne ha firmato il soggetto e la produzione (in collaborazione rispettivamente con Akela Cooper e Jason Blum). E questo non solo perché il suo nome appare a caratteri cubitali sul poster e nel trailer, ma anche perché il film rientra molto esplicitamente nella sua poetica, ed è di questo che vogliamo parlare nella nostra spiegazione del finale di M3GAN. Ovviamente questo articolo contiene spoiler.

Puppet, Creepy Puppet

Una scena di M3gan

Su Instagram – e su Twitter quando aveva l’account – James Wan si firma con l’identificativo @creepypuppet, ossia il burattino inquietante. Ed è da circa vent’anni che pupazzi e marionette sono parte integrante del suo cinema: ha esordito nel lungometraggio con Saw – L’enigmista, dove il perfido Jigsaw si serviva di un pupazzo, Billy, per comunicare con le sue cavie umane; nel 2007 ha firmato Dead Silence, sulla vendetta postuma di una ventriloqua capace di possedere demonicamente i suoi strumenti di lavoro; e dal 2013, tramite il franchise di The Conjuring, ha regalato al pubblico un’icona come Annabelle, ricettacolo di forze maligne che ha la particolarità di risultare altamente spaventoso pur non muovendosi mai. Non sorprende, quindi, che la sua mente, unitamente a quella di Cooper con cui aveva già scritto Malignant, abbia partorito l’idea di M3GAN, una bambola capace di fungere da babysitter grazie a un sistema di apprendimento che la aiuta a migliorarsi di volta in volta, salvo quando si tratta della distinzione tra bene e male.

La famiglia prima di tutto

Una scena di M3gan con Cady

L’altro filo conduttore della filmografia di Wan, legato intimamente all’immagine del pupazzo, è il tema della famiglia, anche quello sin dall’inizio o quasi: Billy era un regalo per il figlio, mai nato, di John Kramer (anche se questo dettaglio non viene direttamente da Wan, che ha smesso di scrivere i film della saga dopo il terzo episodio); Mary Shaw, la ventriloqua di cui sopra, considerava i suoi pupazzi i propri figli, facendosi seppellire con essi, e nel presente si crea una nuova, grottesca “famiglia” con i cadaveri dei discendenti della folla che la uccise; Annabelle, come svelato nel prequel uscito nel 2017, era il nome della figlia dei coniugi Mullins, e il demone che si è impossessato della bambola ha sfruttato il loro dolore per farsi aprire l’accesso al nostro mondo.

E anche in contesti diversi come Malignant o Aquaman o Insidious (o anche, come produttore, La Llorona – Le lacrime del male), il rapporto genitore-figlio, o tra fratelli, rimane un elemento centrale della carriera del cineasta. E spesso la componente horror è un espediente per analizzare questioni come i traumi infantili, il lutto o le relazioni complicate tra parenti (con Malignant che è forse la summa di quel ragionamento, per motivi che però non spiegheremo in questa sede per non rovinare la sorpresa a chi non l’ha ancora visto). Forse anche per questo Wan ha scelto come regista Gerard Johnstone, il cui precedente lungometraggio – la commedia horror neozelandese Housebound – era soprattutto un’esplorazione dei rapporti tesi fra madre e figlia.

La bambola propedeutica

Una scena di M3gan con Cady e Gemma

A livello puramente concettuale M3GAN è il film che più di tutti unisce i due fattori e ci riflette sopra sin dall’inizio, dato che la sequenza d’apertura è uno spot sulle prodezze dei giocattoli intelligenti seguito dall’incidente che toglie la vita ai genitori della piccola Cady, già cliente affezionata dell’azienda che produce i suoi compagni di gioco artificiali. E per quasi l’intera durata della pellicola la bambola è la duplice incarnazione dell’ambizione professionale e delle scarse qualità umane di Gemma, la zia che dovrebbe fare da madre ma proprio non ci riesce.

Con un percorso inversamente proporzionale per i due personaggi, dato che Gemma scopre il proprio lato materno di pari passo con la discesa agli inferi di M3GAN, ormai votata alla psicopatia pura. E non a caso la sconfitta della bambola – che però, forse in ottica sequel, nell’inquadratura finale sembra essersi impossessata a distanza dell’intelligenza artificiale che controlla la casa di Gemma – arriva nel momento in cui Gemma e Cady finalmente si rendono conto di avere bisogno l’una dell’altra, senza l’ausilio di tecnologie avanzate. E almeno per ora, la loro coinquilina cibernetica è solo un lontano, inquietante ricordo.

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