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Home » Film » Recensioni film » Black Phone 2, la recensione: se telefonando io potessi dirti addio…

Black Phone 2, la recensione: se telefonando io potessi dirti addio…

La recensione di Black Phone 2, sequel del film horror di Scott Derrickson tratto dall’inquietante racconto di Joe Hill.
Max BorgDi Max Borg16 Ottobre 2025
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La locandina di Black Phone (fonte: Universal)
La locandina di Black Phone (fonte: Universal)
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Il film: Black Phone 2 (2025)
Regia: Scott Derrickson
Sceneggiatura: Scott Derrickson, C. Robert Cargill
Genere: Horror, Thriller psicologico, Supernatural
Cast: Ethan Hawke, Mason Thames, Madeleine McGraw, Jeremy Davies, Demián Bichir, Miguel Mora
Durata: 110 minuti
Dove l’abbiamo visto: In anteprima al Fantastic Fest di Austin, Texas (settembre 2025)

Distribuzione in Italia: Universal Pictures / Blumhouse (ottobre 2025)

Trama: Colorado, 1982. Quattro anni dopo essere sopravvissuti al Rapace, Finn e Gwen Blake cercano di lasciarsi alle spalle i traumi dell’infanzia. Ma quando la ragazza comincia a essere tormentata da sogni premonitori sempre più vividi, i due fratelli si ritrovano in un campo invernale isolato tra le montagne. Lì, un vecchio telefono in una cabina vicino al lago comincia a squillare… e dall’altra parte c’è proprio lui, il Rapace, tornato dall’aldilà per vendicarsi nei loro incubi.

A chi è consigliato? Black Phone 2 è consigliato a chi ama gli horror atmosferici e malinconici, più interessati ai traumi e alla psicologia dei personaggi che al puro spavento. Ideale per chi ha apprezzato Sinister, The Black Phone e gli horror di stampo spirituale come The Babadook o It Follows. Sconsigliato a chi cerca solo jump scare o un ritmo da blockbuster.


In principio fu un modo per ricaricare le batterie: scottato da quella che sarebbe stata la sua seconda esperienza Marvel, abbandonata per divergenze creative (Doctor Strange nel Multiverso della follia), il regista Scott Derrickson era tornato all’ovile, all’horror fatto con grandi idee e budget ridotti, in collaborazione con Blumhouse. Quello era Black Phone, dal racconto di Joe Hill (figlio di Stephen King), e proprio quest’ultimo, in seguito al successo del film, ha suggerito a Derrickson e al co-sceneggiatore C. Robert Cargill l’idea per un sequel che approfondisse il rapporto antagonistico tra il giovane Finney Blake e il perfido serial killer noto come il Rapace. Quasi esattamente quattro anni dopo (entrambi i lungometraggi hanno esordito nel mese di settembre al Fantastic Fest, nota manifestazione di genere che si tiene a Austin, Texas), eccoci quindi al cospetto del ritorno del male, di cui parliamo nella nostra recensione di Black Phone 2.

Hello from the Other Side

La locandina di Black Phone (fonte: Universal)
La locandina di Black Phone (fonte: Universal)

Colorado, 1982. Finn – non più Finney – è diventato aggressivo e asociale, quasi come il padre, solo che invece dell’alcool fa uso di marijuana per annegare i traumi legati a quando fu sequestrato dal Rapace. Non se la cava molto meglio la sorella minore Gwen, i cui sogni premonitori si fanno sempre più intensi, al punto da suggerirle di recarsi in una colonia per giovani cristiani in mezzo alle montagne, un posto noto come Alpine Lake Camp. Circondata da neve e ghiaccio, Gwen comincia ad avere visioni ancora più inquietanti del solito, mentre Finn, che l’ha accompagnata per sicurezza, ha la malaugurata idea di rispondere al telefono situato nella cabina vicino al lago. La voce che arriva dalla cornetta è quella del Rapace, misteriosamente tornato dalla tomba e determinato a tormentare i due fratelli nei loro sogni. E lì sorge il dubbio: se dovesse ucciderli nel mondo onirico, quali sarebbero le conseguenze in quello reale?

Dal profondo della notte gelida

La locandina di Black Phone (fonte: Universal)
La locandina di Black Phone (fonte: Universal)

Ancora più che nel primo film, Derrickson si affida alle capacità recitative dei giovani Mason Thames e Madeleine McGraw, che ritornano nei ruoli di Finn e Gwen e dimostrano una notevole maturità interpretativa in questo sequel che approfondisce in modo intelligente e coerente i danni psicologici che i due protagonisti hanno subìto in un modo o nell’altro. Di nuovo al loro fianco anche il padre interpretato da Jeremy Davies, sempre più lontano dallo stereotipo del genitore alcolizzato e violento che già nel capostipite aveva dello spessore aggiuntivo, mentre Miguel Mora, che nel primo capitolo era una delle vittime del Rapace, incarna questa volta il fratello minore di quel personaggio. Il nuovo ingresso più importante è Demián Bichir, ormai abituato agli horror con elementi religiosi (anche se qua sono decisamente sottotono al confronto con The Nun).

La voce della vendetta

La locandina di Black Phone (fonte: Universal)
La locandina di Black Phone (fonte: Universal)

E poi c’è di nuovo lui, Ethan Hawke, che qualche anno fa sorprese il pubblico nella parte del Rapace, primissimo strappo alla sua regola autoimposta di non interpretare cattivi che lui si era concesso per poter lavorare di nuovo con Derrickson. Al secondo giro è molto più disinibito e a suo agio, abbracciando la dimensione puramente orrifica del villain che, come un novello Freddy Krueger, tormenta le sue vittime in sogno e si presenta con un volto sfigurato (per quanto strategicamente coperto dalla maschera, che ritorna con le sue irresistibili variazioni sul tema). Si consiglia caldamente la visione in lingua originale anche per apprezzare appieno il lavoro che Hawke fa con la voce, un suono che arriva dall’oltretomba per seminare il panico nei paesaggi innevati che, a detta del diretto interessato, non sono così diversi da dove è finito lui perché l’Inferno non è fatto di fuoco, bensì di ghiaccio…

Incubi fatti in casa

La locandina di Black Phone (fonte: Universal)
La locandina di Black Phone (fonte: Universal)

Tra i due lungometraggi basati sul racconto di Hill è uscito anche l’antologico V/H/S 85, dove Derrickson ha firmato uno degli episodi, ambientato nel medesimo universo delle vicende di Finn e Gwen (ma con l’attore-feticcio James Ransone, che nel primo film interpretava Max, in un ruolo diverso). Un’esperienza che probabilmente ha consentito al regista di perfezionare l’ambizione estetica di Black Phone 2, che merita lo schermo più grande possibile – e una qualità di proiezione ottimale, ça va sans dire – per rendere giustizia al contrasto voluto fra le suggestive location all’aperto (situate in Canada, laddove il predecessore era stato girato in North Carolina) e la componente onirica girata in Super 8, come se fossero nuovamente i raccapriccianti home movies dei due adolescenti traumatizzati e/o del loro stalker cadaverico (ed è evidente il rimando a Sinister, andando a ritroso nella filmografia del regista). Da questo nasce un mondo dove la materia fisica (la pellicola impiegata dal cineasta, il telefono fisso in apparenza inutilizzabile) si fa veicolo per riflessioni più spirituali, fino ad arrivare a una conclusione che, dopo tanti brividi, è catartica ed emozionante, forse l’espressione più pura della poetica di Derrickson fino a oggi, racchiusa nell’elegante e brutale confezione di un sequel horror.

La recensione in breve

8.0 Onirico

Il Rapace torna a tormentare Finn in un sequel che approfondisce in modo intelligente e inquietante gli spunti più interessanti del primo film.

PRO
  1. Ethan Hawke è ancora più spaventoso
  2. L'elemento paranormale è gestito alla grande
  3. La componente emotiva va di pari passo con quella orrifica
CONTRO
  1. Astenersi anime sensibili, soprattutto se non vi piacciono gli horror con elementi religiosi
  • Voto CinemaSerieTV 8.0
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