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Home » Film » Recensioni film » Mission: Impossible – The Final Reckoning, la recensione: l’ultimo (?) salto mortale

Mission: Impossible – The Final Reckoning, la recensione: l’ultimo (?) salto mortale

La recensione di Mission: Impossible – The Final Reckoning, ottavo capitolo del franchise d’azione capitanato da Tom Cruise.
Max BorgDi Max Borg15 Maggio 2025Aggiornato:15 Maggio 2025
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Tom Cruise in una scena aerea di Mission Impossible 8
Tom Cruise in una scena aerea di Mission Impossible - The Final Reckoning
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Il film: Mission: Impossible – The Final Reckoning, 2025. Diretto da: Christopher McQuarrie.
Genere: Azione, Spionaggio, Thriller. Cast: Tom Cruise, Hayley Atwell, Ving Rhames, Simon Pegg, Pom Klementieff, Esai Morales, Henry Czerny, Angela Bassett. Durata: 2h 43min.
Dove l’abbiamo visto: Al Festival di Cannes 2025, in lingua originale con sottotitoli.

Trama: Dopo gli eventi di Dead Reckoning – Parte Uno, Ethan Hunt è braccato da ogni governo del pianeta: è l’unico in possesso della chiave per accedere all’Entità, un’intelligenza artificiale pericolosamente fuori controllo. Con l’aiuto del suo team – Luther, Benji e Grace – Ethan si lancia in una missione potenzialmente finale per salvare l’umanità da un nemico invisibile e onnisciente.

A chi è consigliato? Agli appassionati della saga e del cinema d’azione puro, soprattutto se amano le acrobazie reali e la presenza carismatica di Tom Cruise.


Quasi trent’anni fa usciva il primo Mission: Impossible cinematografico, un oggetto controverso agli occhi del fandom (per la scelta di trasformare uno dei protagonisti storici della serie televisiva originale in uno dei cattivi) ma di grande successo, prima vera consacrazione di Tom Cruise come produttore oltre che interprete principale.

E difatti, al netto della chiara impronta autoriale lasciata dai registi dei primi quattro capitoli (Brian De Palma, John Woo, J.J. Abrams e Brad Bird), è sempre stato lui il vero artefice del franchise per il grande schermo, idea ribadita dal quinto film in poi con la scelta di mantenere lo stesso regista e sceneggiatore, Christopher McQuarrie (collaboratore principale di Cruise su gran parte dei suoi progetti a partire dal 2008). Una scelta che ha anche dato alla saga di Ethan Hunt una maggiore identità seriale (laddove l’originale catodico funzionava con la modalità episodica), culminante nel lungometraggio di cui parliamo nella nostra recensione di Mission: Impossible – The Final Reckoning.

L’ultima avventura (?)

Mission Impossible 8, una scena
Mission Impossible 8, una scena

Sono passati due mesi dagli eventi di Mission: Impossible – Dead Reckoning, ed Ethan Hunt è ricercato da mezzo mondo poiché è in possesso della chiave che consentirebbe di controllare l’Entità, la famelica intelligenza artificiale che si sta impossessando degli arsenali nucleari di tutte le nazioni. Solo che lui si rifiuta di consegnarla, poiché ritiene che nessun governo sia abbastanza affidabile da poter regolare le attività dell’Entità senza conseguenze spiacevoli. Per questo, insieme a ciò che rimane del suo team (Luther Stickell, Benji Dunn e la ladra Grace, reclutata nel film precedente), è alla ricerca degli ultimi elementi necessari per sconfiggere l’intelligenza artificiale una volta per tutte, mentre i suoi superiori sono poco inclini a dargli fiducia, in parte per la sua tendenza a fare di testa propria (poiché nel corso della saga, fatta eccezione per il secondo film, ha sempre agito senza autorizzazione ufficiale per un motivo o l’altro). Questa nuova missione impossibile potrebbe essere l’ultima, poiché il minimo passo falso porterebbe al trionfo dell’Entità sotto forma di annientamento definitivo dell’intero genere umano…

La squadra al completo

Mission ImpossibleTrattandosi, sulla carta, del capitolo finale di un ciclo narrativo iniziato – retroattivamente – nel 1996, McQuarrie ha riunito per l’occasione volti dei capitoli passati, da Henry Czerny ad Angela Bassett, oltre al solito team composto da Ving Rhames, Simon Pegg e Hayley Atwell con l’aggiunta di Pom Klementieff che nel settimo lungometraggio era dalla parte dei cattivi. Riconfermato anche l’antagonista umano del film precedenti, Esai Morales, nei panni del misterioso Gabriel, il personaggio meno compiuto dell’intera operazione malgrado il tentativo generale di collegare tutti gli elementi rimasti in sospeso e dare delle risposte definitive (a volte con delle sbavature di troppo, come nel caso di un rimando francamente gratuito al primo episodio che non aggiunge nulla di particolare), con alcuni dettagli che rimangono vaghi esattamente come in Dead Reckoning, sintomo forse di una scrittura meno precisa rispetto a quella che era il marchio di fabbrica del regista, qui costretto a volte a cambiare la trama stessa in funzione di location disponibili e altri elementi (tra cui gli stunt proposti dall’attore principale).

L’importanza di essere Tom Cruise

Tom Cruise in Mission Impossible 8
Tom Cruise in Mission Impossible 8

E poi c’è lui, Cruise, forse l’ultimo divo classico di Hollywood, che negli ultimi anni si è trasformato in autentico promotore e difensore dell’esperienza in sala e ha usato i propri ruoli cinematografici per ribadire l’importanza del fattore umano in un’industria sempre più ossessionata dal digitale, prima in Top Gun: Maverick e poi in questo dittico dove, sempre più vulnerabile (e con l’età anagrafica che comincia a mostrare i segni su un volto che ne ha viste parecchie su questi set, inclusa la rottura di un piede durante le riprese del sesto film), affronta di petto l’intelligenza artificiale che vuole annientare il mondo a cui lui è abituato. Il sottotesto (che in realtà tanto sotto non sta) aggiunge uno strato di sincerità in più nel contesto delle scene d’azione, che l’attore ha sempre preferito girare senza l’uso di controfigure, trasformandole nella cifra stilistica del franchise al punto che per l’uscita del settimo capitolo ci fu un video con il backstage di uno di quei momenti, commentato da McQuarrie con la frase “L’unica cosa che mi spaventa di più è quello che abbiamo in mente per l’ottavo.” Senza svelare troppo, possiamo dire che aveva ragione.

La missione senza fine

Mission ImpossibleA un certo punto si parla della vita come della somma di una serie di scelte infinite (come noto, gli agenti dell’IMF devono scegliere di accettare le loro missioni), e di come Ethan Hunt fosse predestinato a fare ciò che ha fatto nel corso della saga. Discorso che da un lato sottolineerebbe la natura crepuscolare di questi ultimi due film, più malinconici anche alla luce di ciò che è accaduto a Hollywood e ha influenzato l’approccio di Cruise e McQuarrie, ma dall’altro allude anche alla possibilità concreta che il franchise non si fermi qui, malgrado il titolo. Se così fosse, ben venga, ma con un ritorno alle origini diverso da quello proposto da qui: al netto dell’evoluzione sempre più mirabolante delle macrosequenze, il fascino della saga stava anche nella varietà stilistica portata dai vari registi, elemento che si è un po’ perso a partire da Rogue Nation. Concluso il grande arco narrativo, sarebbe forse d’uopo ripristinare un approccio più contenuto. A patto che il protagonista/produttore scelga di accettarlo.

La recensione in breve

7.5 Prolisso

Ethan Hunt ha ancora tutta la grinta necessaria, ma il film non è sempre al passo con lui, soprattutto in una prima ora (su tre) un po' debordante di chiacchiere.

Pro
  1. Tom Cruise rimane una forza della natura
  2. Le macrosequenze sono impeccabili
  3. Il ritmo è sostenuto nonostante la durata generosa
Contro
  1. Il cattivo rimane poco interessante
  2. La prima ora è un po' troppo prolissa a tratti
  • Voto CinemaSerieTV 7.5
  • Voto utenti (1 voti) 8.2
Max Borg
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Finlandese di nascita, italiano e svizzero d'adozione, si innamora del cinema e della televisione nel periodo adolescenziale, e durante gli studi universitari trasforma gradualmente questo amore in lavoro. Scrive per varie testate in Italia e all'estero, soprattutto quando si tratta di supereroi, cinema nordico e svizzero, streaming e festival.

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