Il film: Scream 7 (2026)
Titolo originale: Scream 7
Regia: Kevin Williamson
Sceneggiatura: Kevin Williamson, Guy Busick
Genere: Horror, Slasher
Cast: Neve Campbell, Joel McHale, Jasmin Savoy Brown, Mason Gooding, Matthew Lillard
Durata: 115 minuti (circa)
Dove l’abbiamo visto: Anteprima stampa
Trama: Sidney Prescott vive lontano da Woodsboro con la sua famiglia, cercando di lasciarsi alle spalle i traumi del passato. Ma quando Ghostface torna a colpire, prendendo di mira anche sua figlia, il passato riemerge con forza. Tra vecchi fantasmi, nuovi sospettati e legami con gli eventi di trent’anni prima, Sidney dovrà affrontare ancora una volta il killer che ha segnato la sua vita.
A chi è consigliato? Scream 7 è consigliato ai fan storici della saga e a chi vuole ritrovare Sidney Prescott al centro della storia. Meno indicato per chi cerca un’evoluzione del franchise o una riflessione sul genere horror: qui prevalgono nostalgia e citazionismo.
Fa abbastanza sorridere – ma si tratta di un sorriso amaro – il fatto che, dopo due capitoli della saga in cui si analizzava il comportamento tossico dei fan dei franchise cinematografici, tale comportamento si sia riversato sulla saga stessa con il film di cui andiamo a parlare nella recensione di Scream 7. Inizialmente previsto come terzo episodio della trilogia incentrata su Sam e Tara Carpenter, con Christopher Landon reclutato per la regia, è diventato tutt’altro quando la casa di produzione Spyglass Entertainment ha deciso di licenziare Melissa Barrera per il suo sostegno alla Palestina, portando quindi anche alla dipartita artistica di Jenna Ortega – ufficialmente per sovrapposizione di impegni, ma l’attrice stessa ha smentito – e di Landon (ma non prima che questi ricevesse minacce di morte).
Risultato: un lungometraggio rimaneggiato in extremis, con Kevin Williamson – il creatore del franchise – chiamato per firmare la regia e riscrivere la sceneggiatura (ed è stata una riscrittura importante, poiché nei credits il suo nome precede quello del collega Guy Busick, che aveva scritto la versione precedente). E con le due fazioni di fan in guerra sui social, tra chi contestava le motivazioni del licenziamento di Barrera e chi invece gioiva per il ritorno di Neve Campbell come protagonista, la Paramount ha cercato di tutelare ulteriormente il film imponendo un embargo stampa fino al giorno dopo l’uscita internazionale, bloccando anche i commenti su piattaforme come Letterboxd. Una situazione, quest’ultima, che è quasi più interessante di quello che accade effettivamente sullo schermo.
L’ennesima telefonata

Dopo essere stata assente nel sesto film, Sidney Prescott (anzi, Sidney Evans, poiché lei preferisce farsi chiamare con il cognome del marito) è di nuovo tra noi. Vive tranquillamente con la propria famiglia, lontana da Woodsboro, ma il trauma degli anni passati non se andrà mai, al punto che quella che potrebbe essere normale diffidenza nei confronti del compagno della figlia Tatum diventa vera e propria paranoia dettata dall’esperienza con Billy Loomis. E improvvisamente la paranoia è giustificata, poiché ricominciano le solite telefonate di Ghostface con la voce camuffata, e questa volta il killer ce l’ha non solo con Sidney, ma anche con Tatum. In ogni caso, le motivazioni rimangono legate, almeno in parte, a quanto accaduto tre decenni or sono, e ancora una volta amici vecchi e nuovi dovranno aiutare madre e figlia a sopravvivere…
A volte risorgono?

Neve Campbell è di nuovo protagonista assoluta, quasi a voler sminuire gli eventi – e il successo commerciale – dei due film precedenti (a un certo punto il killer, parlando dei suoi predecessori, dice apertamente che non considera quanto accaduto a New York, cioè in Scream VI, perché Sidney non era presente). Per lo stesso motivo, tramite un espediente narrativo legato all’intelligenza artificiale ma senza la componente satirica che è parte integrante del franchise, ritornano attori i cui personaggi sono defunti nel corso della trilogia originale, in primis Matthew Lillard che da anni è oggetto di una teoria dei fan – menzionata, ironia della sorte, nel sesto lungometraggio – su come Stu Macher sarebbe sopravvissuto alla fine del primo episodio (dato che nessuno gli aveva sparato in testa per accertarne la morte, nonostante gli fosse finito in faccia un televisore piuttosto pesante). Non mancano i nuovi volti adolescenziali, ma a questo giro sono per lo più solo una bella presenza, così come gli unici interpreti che tornano dal dittico sulle sorelle Carpenter, Jasmin Savoy Brown e Mason Gooding.
La formula dell’autocelebrazione

Più che un settimo capitolo, con qualcosa da aggiungere sul discorso che ruota intorno al cinema in generale e l’horror in particolare (l’intelligenza artificiale è solo una scusa per sprofondare nella nostalgia più cinica e becera), sembra di vedere un best of, una celebrazione dei momenti iconici del franchise, con sottotesto un po’ denigratorio nei confronti dei due film firmati dal collettivo Radio Silence, in particolare il sesto (di conseguenza fa un po’ ridere che Williamson omaggi apertamente il terzo film, da cui lui stesso fu escluso durante la lavorazione). Dalla riflessione sullo slasher siamo passati allo slasher puro e semplice, con un copione palesemente riscritto per salvare il salvabile e non deragliare un progetto già attivamente in produzione (che abbiano dovuto adattarsi alle circostanze lo dimostra il personaggio del marito di Sidney, che doveva essere quello interpretato da Patrick Dempsey in Scream 3 ma, causa defezione dell’attore, è stato reinventato con un cognome nuovo e assegnato a Joel McHale, pur rimanendo un poliziotto di nome Mark). In altre parole, esattamente il tipo di operazione che gli episodi precedenti mettevano alla berlina. “Non tutti i film hanno bisogno di un post-credits”, diceva Mindy dopo i titoli di coda del sesto film. Ecco, non tutti i franchise hanno bisogno di andare avanti all’infinito, soprattutto se – sulla base di quanto appena visto – non hanno più nulla da dire.
La recensione in breve
Kevin Williamson e Neve Campbell tornano all'ovile, ma la riflessione sugli stilemi del genere horror è ormai un lontano ricordo.
PRO
- Le scene di sangue sono eseguite con stile
- Neve Campbell rimane una presenza formidabile nei panni di Sidney
CONTRO
- La componente satirica è annacquata al punto da essere praticamente assente
- La sottotrama sull'intelligenza artificiale serve solo ad alimentare il fattore nostalgia
- La sufficienza con cui vengono trattati i due film precedenti è molto irritante
- Voto CinemaSerieTV
