Nella mattinata statunitense del 9 giugno, è arrivato un colpo durissimo per Justin Baldoni: il regista e protagonista di It Ends With Us ha infatti subito una netta sconfitta legale nella sua battaglia giudiziaria contro Blake Lively, Ryan Reynolds e il New York Times.
Il giudice federale Lewis J. Liman ha infatti rigettato in blocco le cause per diffamazione e presunta estorsione presentate da Baldoni nei confronti dei tre soggetti a inizio anno in risposta alla simultanea denuncia di Lively per molestie sul lavoro.
Le affermazioni di Baldoni sono state ritenute infondate e prive dei requisiti minimi per poter essere ammissibili in tribunale. L’accusa avanzata da Baldoni ai tempi — secondo cui gli attori, la loro agente e il noto quotidiano avrebbero orchestrato una campagna mediatica denigratoria nei suoi confronti — è stata bollata dal giudice come priva di elementi probatori sufficienti.
Tuttavia, una minima apertura resta: alcune ulteriori contestazioni, come quelle di interferenza illecita con obblighi contrattuali e violazione del principio di correttezza nei rapporti d’affari, potranno essere ripresentate in una seconda denuncia entro il prossimo 23 giugno. Ma vediamo nel dettaglio cosa è accaduto.

Nel merito, la decisione si fonda su un’analisi rigorosa: secondo l’ordinanza del giudice Liman, le affermazioni in questione pronunciate da Blake Lively e contestate da Baldoni, rientrano interamente nella piena legittimità della denuncia depositata dall’attrice il 21 dicembre 2024 presso il Civil Rights Department della California.
Si tratta infatti di un atto ufficiale tutelato dal principio di immunità assoluta, simile a quella riconosciuta nel diritto italiano agli atti compiuti nell’esercizio di un diritto o nell’ambito di una procedura legale (Qui il resoconto su quella prima denuncia, che ha dato il via all’intero procedimento)
Lively prima ancora di intentare una causa in tribunale contro di loro, aveva infatti sporto denuncia nei confronti di Baldoni e altri dirigenti della Wayfarer Studios di molestie sessuali e ritorsioni, reclami che l’uomo tuttora respinge, presso l’ organismo californiano deputato a questi reclami. Tuttavia,, secondo Liman, non essendoci altri elementi incontrovertibilmente attribuibili a Lively al di fuori di quella legittima denuncia, la causa per diffamazione nei suoi confronti non può andare avanti.

Quanto a Reynolds, alla pubblicista Leslie Sloane e al New York Times, il giudice ha sottolineato che, anche se effettivamente da parte loro furono diffuse dichiarazioni pubbliche riguardo un presunto comportamento scorretto di Baldoni e su un’ipotetica campagna diffamatoria condotta da Wayfarer, non vi sono di fatto elementi che dimostrino come gli autori di tali affermazioni sapessero o fossero tenuti a sapere che esse fossero false.
In ambito giurisprudenziale, si tratta del principio secondo cui la diffamazione è configurabile solo nella misura in cui colui che diffama agisce con dolo circa la verità della notizia diffusa. In assenza di tali condizioni soggettive, la responsabilità civile per diffamazione non può essere riconosciuta.
Nell’ordinanza, lunga ben 132 pagine, Liman chiarisce anche un altro principio importante relativo alle richieste di Lively sulla sicurezza lavorativa, fulcro di entrambi gli esposti presentati dall’attrice: un dipendente ha infatti il diritto – afferma il giudice – di pretendere tutele contro molestie sul luogo di lavoro senza che ciò venga successivamente strumentalizzato dal datore di lavoro come pretesto per accusarlo di estorsione.
Una considerazione che sembra chiudere definitivamente la porta all’altra accusa avanzata da Baldoni, secondo cui la denuncia di Lively sarebbe stata in realtà un tentativo effettuato a posteriori di ottenere vantaggi indebiti.

L’accoglienza della decisione da parte del team legale di Lively è stata trionfale. Gli avvocati Esra Hudson e Mike Gottlieb hanno definito la sentenza, come ci ricorda Deadline, “una vittoria totale e una completa riabilitazione” per la loro assistita e per gli altri coinvolti, accusando Baldoni e il suo entourage di aver intrapreso una causa ritorsiva e infondata. Hanno inoltre preannunciato l’intenzione di richiedere ora le spese legali moltiplicate, i danni punitivi e il triplo del danno subito — rimedi tipici del sistema anglosassone.
La pubblicista Leslie Sloane, difesa dall’avvocato Sigrid McCawley, ha altresì espresso sollievo per l’esito, sostenendo di essere stata ingiustamente trascinata in una controversia distruttiva per la propria reputazione. Anche il New York Times, oggetto di una causa da 250 milioni di dollari, ha ribadito la correttezza del proprio lavoro giornalistico, dichiarando che l’articolo contestato “da Baldoni era accurato e responsabile”.

Al di là di questa vittoria procedurale, il caso resta aperto in sede civile e il processo, legato alla seconda denuncia di Lively contro Baldoni, al momento, è calendarizzato per il 9 marzo 2026. Le parti restano ferme sulle loro posizioni e non risultano in corso trattative per un patteggiamento. Ma la sentenza odierna, che ha letteralmente smontato le pretese di Baldoni, sembra già aver ridisegnato in maniera importante i confini della disputa, già in parte rideterminati dalle accuse di danni morali, inizialmente mosse da Lively a Baldoni, e poi fatte decadere.
