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Home » Personaggi » “Puoi dire di no”: Sandra Bullock racconta come ha affrontato con i figli la malattia del compagno

“Puoi dire di no”: Sandra Bullock racconta come ha affrontato con i figli la malattia del compagno

Sandra Bullock racconta la malattia di Bryan Randall e come ha aiutato i figli Louis e Laila ad affrontare gli ultimi anni con lui.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana25 Agosto 2026
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Sandra Bullock
Sandra Bullock Photo by PopularImages (depositphotos)
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Sandra Bullock ha raccontato per la prima volta come ha affrontato con i suoi figli la malattia di Bryan Randall, il suo compagno morto nel 2023 a 57 anni dopo aver convissuto per circa tre anni con la SLA. Ospite del podcast SmartLess, l’attrice ha spiegato che ha chiesto aiuto ad uno psicologo, ma ha anche aggiunto che Louis e Laila erano consapevoli di ciò che stava accadendo e che, con il progredire della malattia, hanno avuto bisogno di prendere le distanze, anche se in momenti e modi diversi.

Nascondere ai ragazzi le condizioni di Randall, del resto, sarebbe stato impossibile. Negli ultimi tempi l’uomo era costretto a letto in casa di Bullock e aveva bisogno dell’assistenza continua di personale infermieristico. “Lo vedevano“, ha spiegato l’attrice. “Hanno occhi. E sono ragazzi molto perspicaci, perché non vedono solo il cambiamento fisico, ma c’è un comportamento che cambia in tutti noi“.

Il primo a sentire la necessità di proteggersi emotivamente è stato Louis. Secondo Bullock, circa due anni prima della morte di Randall il ragazzo capì che essere costantemente coinvolto in quella situazione stava diventando troppo difficile. “Ha capito che era una dinamica che non sana, per la sua salute mentale“, ha raccontato. Bullock ha ricordato soprattutto la maturità con cui il figlio riuscì a stabilire i propri limiti. “Mi ha detto: ‘Sai cosa? Io sono qui per te’“. L’attrice, però, non voleva che Louis sentisse di dover assumere responsabilità da adulto mentre era ancora un ragazzo: “Non volevo che diventasse l’uomo di famiglia a quell’età. Il mio compito era essere entrambe le cose in quel momento“.

Sandra Bullock alla premiere di The Lost City
Sandra Bullock alla premiere di The Lost City – Photo by Image Press Agency (depositphotos)

Louis continuò quindi a essere presente per la madre, ma senza caricarsi di una situazione che non era in grado di sostenere. “Ha scelto semplicemente di esserci, di sostenere e aiutare nelle cose che erano facili“, ha spiegato Bullock. Quando il figlio decise di prendere maggiormente le distanze, lei rispettò la sua scelta: “Intelligentemente si è disimpegnato e ha detto: ‘Questo è uno spazio più sicuro per me’. E io ho detto: ‘Assolutamente, vai pure’“.

Per Laila il percorso fu diverso, anche perché – come ha spiegato Bullock in un’altra intervista, lei vedeva Bryan come una figura paterna. La bambina rimase più vicina a Randall durante la malattia e soltanto negli ultimi mesi cominciò a sentire di non riuscire più ad affrontare quelle visite. Circa sei mesi prima della morte del fotografo, chiese direttamente alla madre di poter smettere.

“Mi ha detto: ‘Puoi dire di no quando mi chiamano per andare a trovarlo?’“, ha ricordato Bullock. “E io ho risposto: ‘Assolutamente'”. L’attrice lasciò comunque alla figlia la possibilità di cambiare idea in qualsiasi momento: “Le ho anche detto: ‘Se vuoi andare a trovarlo, verrò con te e sarò proprio lì. E se non ce la fai più, io sono lì’“.

Bullock cercò anche di organizzare la casa in modo che la malattia di Randall non occupasse ogni spazio della quotidianità dei figli. Gli ambienti nei quali il compagno veniva assistito furono tenuti separati il più possibile da quelli vissuti dai ragazzi. “Ho fatto del mio meglio per sistemare tutto quello che potevo, e sono fortunata ad aver avuto i mezzi per permettermelo“, ha detto. Una scelta simile a quella compiuta dalla moglie di Bruce Willis, per la quale è stata anche fortemente criticata.

A rendere ancora più difficile quel periodo fu la decisione di mantenere completamente privata la diagnosi di Randall. Il fotografo non voleva che la sua malattia diventasse di dominio pubblico e Bullock rispettò la sua volontà fino alla fine. “Mi ha chiesto di non condividerlo“, ha spiegato. Una promessa che, però, ebbe un costo: secondo l’attrice, mantenere il segreto, mentre cercava contemporaneamente di assistere il compagno e proteggere i figli, la fece sentire “isolata”

Sandra Bullock nel film Un amore tutto suo
Sandra Bullock nel film Un amore tutto suo

Come riporta Entertainment Weekly, l’impatto della malattia del compagno dell’attrice stravolse le loro vite.

“Controllavo tutto in modo maniacale, perché dovevo assicurarmi che lui stesse bene. e dovevo anche assicurarmi che riuscissimo a mantenere gli infermieri, perché chiunque abbia avuto il privilegio di ricevere assistenza domiciliare conosce la continua turnazione degli infermieri. E io li ho trovati durante una pandemia. Ho trovato quattro uomini abbastanza forti, perché Bryan era alto un metro e ottantotto, e questa è un’anomalia. Non so come sia riuscita a contattare una dottoressa che conoscevo e l’ho supplicata. Le ho detto: “Per favore, non dirlo a nessuno, ma ho bisogno di aiuto per trovare queste persone. Non dire che le sto cercando”. È stata la più segreta operazione della CIA che si sia mai vista”

Bullock e Randall si erano conosciuti nel 2015, quando il fotografo era stato incaricato di delle foto alla festa di compleanno di Louis. La loro relazione è iniziata poco dopo e Randall è progressivamente entrato nella vita familiare dell’attrice, contribuendo alla crescita di Louis e Laila. Da una precedente relazione aveva inoltre una figlia, Skylar.

Nel 2021, parlando pubblicamente del loro rapporto, Bullock aveva definito Randall “l’amore della mia vita” e aveva spiegato di aver trovato con lui la famiglia che desiderava senza sentire la necessità di sposarsi. La diagnosi di SLA arrivò nel 2020 e la coppia scelse di affrontarla lontano dall’attenzione pubblica.

 

Carlotta Deiana
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Nata a Bologna nel 1987, è la coordinatrice editoriale e responsabile social di Cinemaserietv.it, che fa parte del network Digital Dreams Srl che Carlotta ha co-fondato. Dopo essersi laureata nel 2013 in Archeologia e Culture del Mondo Antico presso l'Università degli Studi di Bologna e lavorato in quell'ambito all'estero per qualche anno, torna in Italia per perseguire la sue seconda passione, quella per il cinema e le serie TV, che ha coltivato sin da piccola anche grazie ai genitori amanti del genere horror. Nel 2019 ha frequentato un Master di Comunicazione all'Università degli Studi Roma Tre, finalizzato ad approfondire le sue coscienze sul mondo dei social media e della comunicazione digitale. Negli ultimi cinque anni ha collaborato attivamente con Movieplayer.it come editor e redattrice, per poi co-fondare dei progetti editoriali tutti suoi sotto il network di Digital Dreams Srl.

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