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Home » Film » Recensioni film » The Second Act, la recensione: ciak, si interrompe!

The Second Act, la recensione: ciak, si interrompe!

La recensione di The Second Act, la nuova commedia surreale di Quentin Dupieux che ha inaugurato Cannes 2024.
Max BorgDi Max Borg15 Maggio 2024Aggiornato:16 Maggio 2024
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Una scena di The Second Act (fonte:Arte France Cinéma)
Una scena di The Second Act (fonte:Arte France Cinéma)
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Il film: The Second Act, 2024. Regia: Quentin Dupieux. Cast: Léa Seydoux, Vincent Lindon, Louis Garrel, Raphaël Quenard, Manuel Guillot.

Genere: commedia. Durata: 95 minuti. Dove l’abbiamo visto: al Festival di Cannes, in lingua originale.

Trama: Quattro persone si incontrano per un caffè, ma nulla è come sembra…

A chi è consigliato? Agli amanti del cinema stralunato del regista Quentin Dupieux e delle commedie francesi fatte con criterio.


Tra le recenti certezze della vita cinefila c’è il fatto che Quentin Dupieux, uno dei più prolifici cineasti francesi, assicura almeno un film all’anno. E così, dopo la doppietta del 2023 formata da Yannick e Daaaaaalì! (presentati a un mese di distanza l’uno dall’altro, il primo a Locarno e il secondo a Venezia), eccolo di nuovo pronto, per l’apertura di Cannes, con un nuovo lungometraggio, capitanato da tre dei più grandi volti del cinema transalpino contemporaneo. E per inaugurare l’edizione 2024 del grande festival c’è una certa logica nella scelta del nuovo parto creativo di un regista che si è sempre divertito a mettere a nudo le assurdità della vita e dello spettacolo, e che in questo caso, come approfondiremo nella recensione di The Second Act, mette alla berlina anche i meccanismo del cinema.

Quel maledetto caffè

Una scena di The Second Act
Una scena di The Second Act (fonte:Arte France Cinéma)

The Second Act significa “il secondo atto”, e nel contesto del film è il nome di un ristorante dove si stanno recando quattro personaggi: da un lato, Florence e il di lei padre Guillaume, a cui la giovane vuole presentare l’uomo dei suoi sogni, David; dall’altro c’è proprio David, accompagnato dall’amico Willy, al quale spera di poter rifilare Florence perché lui non è minimamente attratto da lei. Ma c’è dell’altro sotto, anzi, dietro: i quattro sono attori, con gli stessi nomi dei loro personaggi, e stanno cercando di girare un film molto particolare (il dietro le quinte contiene riferimenti satirici alle recenti preoccupazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale in ambito artistico), cosa non facile perché Willy continua a deviare dal copione e Guillaume, il cui agente gli ha appena fatto sapere che è in lizza per una parte nel prossimo progetto di Paul Thomas Anderson, è un po’ lo Stanis La Rochelle della situazione, convinto di essere al di sopra della mediocrità del sedicente cinema d’autore odierno in Europa.

Quattro personaggi in cerca d’autore

Una scena di The Second Act (fonte:Arte France Cinéma)
Una scena di The Second Act (fonte:Arte France Cinéma)

Willy è Raphaël Quenard, uno dei nuovi attori-feticcio di Dupieux e protagonista del precedente Yannick, perfettamente calato nei panni dell’outsider che si confronta con veterani del cinema, interpretati da Louis Garrel (David), Léa Seydoux (Florence) e Vincent Lindon (Guillaume), tutti disposti a mettersi in gioco con il sorriso sulle labbra e la grinta autoironica a mille. Ma a rubare la scena al quartetto ci pensa Manuel Guillot, nei panni di Stéphane, comparsa alle prime armi: un ruolo che, ironia della sorte, darà maggiore visibilità al suo interprete, che in Francia è essenzialmente noto per la sua voce, tra documentari, doppiaggio e spot televisivi, e al cinema ha solo avuto parti minori.

E poi?

Una scena di The Second Act (fonte:Arte France Cinéma)
Una scena di The Second Act (fonte:Arte France Cinéma)

La stramberia è la cifra stilistica di Dupieux da sempre, sin da quando è esploso a livello internazionale con il suo secondo lungometraggio, Rubber (protagonista un pneumatico assassino), ma da qualche anno c’è il sentore di una sorta di stagnazione creativa, ed è forse per questo motivo che, con il nuovo racconto sui quattro attori, ha scelto di affrontare di petto la questione del cinema come arte sempre più a rischio di diventare prodotto realizzato senza cuore, dalle macchine che sostituiscono le persone (“Il suo parere personale non conta”, risponde l’intelligenza artificiale a una lamentela sul set). E forse anche per questo, sbertucciando la scarsa originalità degli algoritmi digitali (con uno strato di autoironia in più perché tra i finanziatori del progetto c’è Netflix), va verso un finale un po’ buttato via, conclusione volutamente (?) indifferente dopo 80 minuti di risate che prendono di mira bersagli facili – la cancel culture in primis – ma lo fanno con ritmo e precisione, soprattutto nel corso di due piani-sequenza impressionanti nella loro apparente modestia.

La recensione in breve

7.5 Metacinematografico

Quentin Dupieux mette a nudo, con il suo solito stile, le assurdità dell'industria del cinema, con un esercizio di autoironia molto divertente ma non sempre a fuoco.

Pro
  1. La riflessione sul cinema contiene spunti molto interessanti
  2. Gli attori sono tutti perfettamente in parte
  3. Il tono surreale è gestito molto bene, come sempre nel cinema di Dupieux
Contro
  1. Il finale è un po' buttato via
  • Voto CinemaSerieTV 7.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
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