Nella tradizione mitologica, le sirene sono figure affascinanti e temute: creature metà donna e metà uccello (o pesce, nel mito moderno) che con il loro canto attirano i marinai verso la morte. Ma cosa succede se togliamo la componente magica e leggiamo il mito con gli occhi di chi, oggi, viene ancora etichettato come “tentatore” o “distruttivo” solo per il fatto di essere donna, vulnerabile o indipendente?
La serie Sirens, ideata da Molly Smith Metzler e diretta nei primi episodi da Nicole Kassell (qui la nostra recensione), prende questo immaginario e lo trasforma in qualcosa di radicalmente diverso: un’indagine sottile e disturbante sul potere delle donne, sul trauma e su come la società continui a costruire narrazioni mostruose attorno a chi sfugge ai ruoli tradizionali. Ambientata su un’isola esclusiva dove regnano ricchezza, apparenza e manipolazione emotiva, Sirens non racconta una storia di creature soprannaturali, ma di donne accusate di esserlo.
Le vere “sirene” sono donne spezzate, non mostri seducenti

Nel mito greco, le sirene sono creature seducenti che attirano i marinai con il canto, conducendoli alla rovina. In Sirens, il concetto viene completamente ribaltato. Michaela (Julianne Moore), Devon (Meghann Fahy) e Simone (Milly Alcock) vengono di volta in volta etichettate come “mostri” dagli uomini che le circondano. Non perché compiano atti mostruosi, ma perché sfuggono ai ruoli in cui la società le vorrebbe incasellare.
Il fascino magnetico che sembrano esercitare è, in realtà, lo specchio delle insicurezze maschili. Gli uomini della serie—Peter, Ethan, Raymond—proiettano sulle donne le conseguenze delle proprie scelte autodistruttive. È il classico meccanismo del mito: l’uomo cade, ma è la sirena ad essere colpevole.
Simone, Devon e Michaela: tre archetipi ribaltati

Ognuna delle tre protagoniste sembra incarnare un diverso tipo di sirena moderna: Simone, la giovane affascinata da un potere che la protegge; Devon, la sorella “salvatrice” che in realtà è anch’essa persa; Michaela, la regina dell’isola, temuta e adorata. Nessuna di loro, però, agisce per inganno. La loro presunta pericolosità nasce dallo sguardo degli altri — maschile, moralista, superficiale.
La scena in cui Michaela dice a Devon che neanche Simone è un mostro, chiude il cerchio: nessuna di loro è una sirena mitologica. Sono donne reali, ferite, responsabili delle proprie azioni ma anche vittime di un contesto che le demonizza per il solo fatto di esistere fuori dagli schemi.
Il canto delle sirene è un trauma che risuona

La regista Nicole Kassell ha voluto costruire un’estetica che richiama esplicitamente il mito: la casa su una scogliera, il mare, una melodia femminile che accompagna le scene chiave. Ma la vera seduzione di Sirens non viene da poteri soprannaturali. È il dolore non risolto, l’attrazione per chi è rotto come noi, a richiamare i personaggi l’uno verso l’altro. Michaela, ad esempio, canta senza parole: un lamento più che un incanto. Peter risponde, ma non come un eroe incantato. Come un uomo confuso, che continua a fuggire da sé stesso. La serie ci chiede: chi sta davvero esercitando l’influsso della sirena su chi?
La prospettiva femminile come chiave di rilettura del mito

In un’intervista, Kassell ha dichiarato: “Chi decide cosa sia una sirena? Il marinaio.” Questo ribaltamento è il cuore della serie. Sirens prende un mito patriarcale e lo rilegge attraverso una lente femminile: la donna non è più creatura tentatrice, ma essere complesso, spesso accusato per i peccati degli uomini.
Anche visivamente la serie insiste su questo punto: i costumi da “uova di Pasqua”, come li chiama Devon, rappresentano la facciata imposta da un ambiente dove la forma conta più della sostanza. Ogni elemento estetico — dalla scalinata alla casa, dal vestito rosso alla disposizione degli specchi — contribuisce a riflettere la distanza tra l’immagine e la verità.
Il Cliff House come simbolo di status e prigione dorata

Il Cliff House, dove si svolge gran parte della serie, è più di un’ambientazione: è la nuova isola delle sirene. Un luogo isolato, elegante, popolato da persone che seguono regole sociali rigide e superficiali. Qui il canto non è quello della seduzione, ma quello del denaro, del potere, dell’illusione di controllo. Simone diventa l’adepta perfetta, Devon la minaccia esterna, Michaela la sacerdotessa ferita.
Anche la scalinata, ripresa più volte, diventa metafora della scalata sociale e del rischio di cadere. È una sirena anche la società stessa, che promette felicità in cambio di uniformità.
Il vero mostro è l’etichetta

Alla fine, Sirens non indica un colpevole. Non ci sono veri “cattivi” o eroine assolute. Peter, con tutta la sua ambiguità, è un uomo rotto come le donne che ha ferito. Ma è trattato con indulgenza. È lui a tradire due mogli, ma è Simone ad essere etichettata come “rovina famiglie”. Ancora una volta, le donne portano il peso morale delle scelte altrui.
L’ultima scena tra Devon e Michaela, in cui si riconoscono a vicenda come esseri umani e non mostri, è forse la più potente: spezza il ciclo. Due donne che si perdonano a vicenda per aver creduto alla favola del mostro.
Se vi interessa approfondire l’epilogo di Sirens, qui trovate il nostro articolo di spiegazione del finale.
Il mito si rinnova, ma resta il veleno del giudizio

Sirens non è una semplice trasposizione moderna del mito, ma una sua profonda decostruzione. Svela come ancora oggi il potere, la sessualità e il trauma femminile vengano raccontati con un linguaggio che li colpevolizza. Il vero canto delle sirene, nella serie, non è seduzione: è richiesta d’aiuto, è bisogno di essere viste e capite.
Eppure, il mondo continua a coprirsi le orecchie con la stessa cera usata da Ulisse, per non ascoltare. Non per proteggersi da un incanto pericoloso, ma per non riconoscere l’umanità delle donne che soffrono, lottano e provano a salvarsi. In un mondo che ha ancora bisogno di etichette come “mostro” per spiegare ciò che non capisce, Sirens ci chiede di ascoltare davvero — questa volta senza pregiudizi.
