Il film: L’ultima missione: Project Hail Mary (2026)
Titolo originale: Project Hail Mary
Regia: Phil Lord, Christopher Miller
Sceneggiatura: Drew Goddard (basata sul romanzo di Andy Weir)
Genere: Fantascienza, Avventura
Cast: Ryan Gosling, Sandra Hüller
Durata: 140 minuti (circa)
Dove l’abbiamo visto: Anteprima stampa
Distribuzione in Italia: Eagle Pictures
Trama: Ryland Grace si risveglia da solo a bordo di un’astronave, senza memoria di come sia arrivato lì. Ricostruendo lentamente il proprio passato, scopre di essere l’unico membro sopravvissuto di una missione cruciale per salvare la Terra da una minaccia che sta spegnendo il Sole. Tra intuizioni scientifiche, tentativi disperati e un incontro inatteso, Grace dovrà trovare una soluzione prima che il tempo a disposizione finisca.
A chi è consigliato? L’ultima missione: Project Hail Mary è consigliato a chi ama la fantascienza avventurosa e intelligente, le storie ambientate nello spazio e i racconti che uniscono rigore scientifico ed emozione.
Erano dodici anni, in teoria, che Phil Lord e Christopher Miller non dirigevano un lungometraggio per il cinema, dai tempi di 22 Jump Street (anche se sono rimasti attivi come sceneggiatori e produttori tramite progetti come il franchise animato dello Spider-Verse). In realtà dovevano firmare la regia di Solo: A Star Wars Story, ma sono stati licenziati a riprese ancora in corso perché il loro metodo di lavoro, basato sull’improvvisazione, cozzava con la visione che Lucasfilm e lo sceneggiatore Lawrence Kasdan avevano per la gioventù di Han Solo. Il caso vuole che il loro ritorno sul grande schermo sia un altro film di fantascienza, ma anziché in una galassia lontana lontana siamo in un contesto leggermente più vicino alla realtà, basato su un romanzo dell’informatico divenuto scrittore Andy Weir (già autore del libro che ha ispirato Sopravvissuto – The Martian, il cui sceneggiatore Drew Goddard è tornato per questo nuovo adattamento). Ma pur sempre di avventura spaziale si tratta, come potrete leggere in questa recensione de L’ultima missione: Project Hail Mary.
C’era un americano in coma

Siamo a bordo di un velivolo spaziale, chiamato Hail Mary (l’equivalente anglosassone del nostro “ultima spiaggia”), dove un uomo si sveglia dopo essere stato in un coma artificiale per sopravvivere al viaggio nel cosmo. Non si ricorda com’è finito a bordo, e inizialmente non sa neanche chi è, un effetto collaterale del trattamento medico. Piano piano ricostruisce il tutto, e i flashback spiegano la vicenda al pubblico: si chiama Ryland Grace, è un biologo molecolare, e fino a poco tempo fa insegnava in una scuola media. Il governo americano lo ha reclutato per studiare il fenomeno che sta portando allo spegnimento graduale del Sole, una situazione causata da un microorganismo e che, nel giro di pochi decenni, porterà a un raffreddamento catastrofico dell’intero pianeta. Cause di forza maggiore hanno reso necessario che Grace, assoldato per trovare una soluzione, partecipasse attivamente alla missione nello spazio, un incarico molto pericoloso: ciò che lui scoprirà verrà mandato sulla Terra tramite apposite sonde, ma il carburante è insufficiente per riportarlo a casa…
L’astronauta solitario

Sovversione di ruoli rispetto a The Martian, dove il malcapitato Mark Watney (Matt Damon nella versione cinematografica) veniva abbandonato su Marte per sbaglio dopo una complicazione nel contesto di una missione per la quale l’intero equipaggio si era adeguatamente preparato. Qui abbiamo a che fare con un uomo comune, e Ryan Gosling – che ha comprato i diritti del romanzo originale e attivamente sviluppato il film come produttore – ne sottolinea con efficacia l’incompatibilità iniziale con la portata cosmica del suo incarico, aiutato da un’abbondante dose di leggerezza per evidenziare fino a che punto Ryland Grace è un pesce fuor d’acqua. L’attore è quasi sempre da solo in queste scene, mentre nei flashback terrestri gli dà manforte la collega tedesca Sandra Hüller, l’altro principale elemento umano del lungometraggio. In versione originale, una piccola chicca per i fan del romanzo: c’è un cameo vocale di Ray Porter, il narratore dell’audiolibro in inglese.
Spazio, ultima frontiera

Complici il direttore della fotografia Greig Fraser (Dune) e il responsabile degli effetti speciali Neal Scanlan (la terza trilogia di Star Wars), la componente visiva del film è davvero impressionante, una miscela di epicità in un contesto abbastanza intimo/claustrofobico quale l’interno dell’astronave. Un indizio di come Lord e Miller avrebbero gestito le avventure di Han Solo, ma anche indice di come i due siano maturati sul piano cinematografico, poiché l’approccio caotico dei film precedenti è stato accantonato per lasciare spazio a qualcosa di più preciso, calcolato, aderente al materiale di partenza (con qualche modifica necessaria per il passaggio dalla pagina scritta allo schermo). Ma dentro quella precisione rimangono cospicue dosi di umanità, creatività e sincerità, l’incontro ideale fra l’estro dei registi e il rigore scientifico di Weir, noto per la plausibilità degli eventi che va a raccontare. È una fantascienza non particolarmente innovativa, ma confezionata con una passione e un’ambizione che non sono sempre all’ordine del giorno nel panorama audiovisivo statunitense di oggi.
La recensione in breve
Phil Lord e Christopher Miller tornano al cinema con un film più maturo e ambizioso, ma non per questo privo di humour e umanità.
PRO
- Ryan Gosling è bravissimo nei panni dell'astronauta spaesato
- Gli effetti speciali e la fotografia rendono il viaggio nel cosmo un'esperienza sublime
- La trama è a tratti cervellotica ma comunque scorrevole
CONTRO
- Le scene ambientate sulla Terra non hanno la stessa forza di quelle nello spazio
- Voto CinemaSerieTV
