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Home » Film » News cinema e film » La società della neve, la storia vera del disastro aereo che ha ispirato il film

La società della neve, la storia vera del disastro aereo che ha ispirato il film

Scopriamo assieme la storia vera che ha ispirato l'acclamato film in arrivo su Netflix a partire da giovedì 4 gennaio.
Simone FabrizianiDi Simone Fabriziani5 Gennaio 2024
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La società della neve
Una scena del film Netflix (fonte: Netflix)
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La società della neve è un film diretto da Juan Antonio Bayona da poco approdato su Netflix, che è ispirato alla storia vera del disastro aereo delle Ande accaduto il 13 ottobre 1972 e delle terribili conseguenze che hanno portato alla morte per assideramento e malnutrizione di 29 passeggeri del volo e della sopravvivenza, dopo 70 lunghissimi giorni di stenti, dei restanti sedici. Una storia di cronaca che il film di Bayona rappresenta in tutta la sua crudezza, nella sua violenza e nell’aspetto emotivo, tanto da ricevere il plauso unanime di pubblico e critica cinematografica.

Una scena de La società della neve
Una scena de La società della neve – fonte: Netflix

Il film che rappresenterà la Spagna ai prossimi Oscar 2024 nella categoria del miglior film internazionale, prende il volo esattamente come nella realtà: si parte con l’aereo charter uruguayano 571 che decolla il 12 ottobre 1972 dall’aeroporto Carrasco di Montevideo e diretto all’aeroporto Benìtez di Santiago del Cile. Il viaggio era stato prenotato dalla squadra di rugby degli Old Christians Club per recarsi a disputare un incontro al di là della Cordigliera delle Ande: a bordo del velivolo vi era dunque la squadra al completo, accompagnata da tecnici, familiari e amici, ai quali si era aggiunta una persona estranea al gruppo, Graciela Mariani, che si doveva recare a Santiago per il matrimonio della figlia; il giorno dopo, in pieno volo, la tragedia improvvisa. Convinti di essere allineati verso Santiago, i piloti iniziarono la manovra di discesa addentrandosi in un tappeto di nubi ed incontrando una forte turbolenza, che gli fece perdere improvvisamente qualche centinaio di metri di quota.

Piloti e passeggeri si accorsero quindi di essere in volo a pochissimi metri dai crinali rocciosi delle Ande. Per rimediare all’errore il pilota Lagurara spinse al massimo i motori e cercò di riprendere quota, ma ormai era troppo tardi: alle 15:31, a circa 4 200 metri di altitudine, l’aereo colpì la parete di una montagna con l’ala destra, che si staccò e ruotando tagliò la coda del velivolo all’altezza della cambusa; il settore posteriore del velivolo quindi precipitò, portando con sé alcuni passeggeri, mentre l’elica del motore destro sfondava la fusoliera.  A causa di quel disastroso impatto, 12 persone morirono immediatamente o subito dopo; a circa 3000 metri di altezza, le temperature notturne arrivavano fino a -30 gradi, un gelo che i primi sopravvissuti cercarono di sovrastare creando una barriera di valigie nella parte squarciata della fusoliera. Ancora peggio furono le strategie per mangiare e bere; all’inizio si beveva del vino all’interno di un tappo di deodorante, si razionava la poca marmellata e il cioccolato che erano a bordo e si scioglieva la neve per berla al posto dell’acqua che scarseggiò da subito. Più passavano i giorni e più il problema cibo si faceva sempre più pressante, tanto che dopo una lunghissima discussione etica e morale e per non morire letteralmente di fame, si decise di cibarsi della carne dei cadaveri delle persone non sopravvissute al disastro aereo e che erano state sepolte sotto la neve, poco vicino al luogo dell’incidente. Dinamiche di cui abbiamo parlato a margine del nostro approfondimento sul cannibalismo, a cura di uno psicologo.

I superstiti al disastro aereo delle Ande
I superstiti del disastro aereo delle Ande subito dopo il salvataggio – foto: AP

La situazione si sblocca, dopo 70 giorni dall’accaduto, quando due dei sedici sopravvissuti finali, Fernando Parrado e Roberto Canessa, decidono di intraprendere una spedizione di emergenza affrontando chilometri e chilometri di montagne e neve al confine con il Cile per raggiungere infine un fiume in disgelo; lì finalmente, il 22 dicembre 1972 e dopo circa 10 giorni di cammino estenuante, incontrano un uomo a cavallo che si accorge di loro, li aiuta ad attraversare e il ruscello e ad allertare le autorità cilene della presenza delle macerie dell’aereo uruguayano nel bel mezzo della Cordigliera. Arrivano i soccorsi e i restanti sedici sopravvissuti vengono portati nella nazione cilena, dove vengono tutti ricoverati in ospedale con sintomi di insufficienza respiratoria da alta montagna, disidratazione, traumi e malnutrizione, ma comunque in condizioni di salute migliori di quanto si sarebbe potuto prevedere, nonostante alcuni avessero perso fino a 40 kg.

Tutti eventi reali che il film La società della neve racconta con minuzia e precisione cronachistica, non lasciando nulla al caso e narrando le tappe, le date e gli eventi fondamentali di un disastro aereo che, pur nella tragedia, ha avuto un che di miracoloso per come è terminato. Quello che il film di Bayona aggiunge alla storia vera è tutto l’aspetto romanzesco dei dialoghi e delle relazioni che vengono intrattenute tra i vari sopravvissuti, enfatizzando così emozione, commozione ed empatia degli spettatori verso una tragedia umana che racconta allo stesso tempo i grandi valori della sopravvivenza e della cooperazione.

Noi il film lo avevamo visto in chiusura di Venezia 80, e nella nostra recensione de La società della neve vi avevamo raccontato di questo il regista spagnolo avesse probabilmente realizzato uno dei miglior survival movie degli ultimi anni.

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