Il film: Heretic, 2024. Regia: Scott Beck, Bryan Woods. Cast: Hugh Grant, Sophie Thatcher, Chloe East, Topher Grace. Genere: thriller, horror. Durata: 111 minuti. Dove l’abbiamo visto: allo Zurich Film Festival, in lingua originale.
Trama: Due missionarie mormone incontrano un uomo con opinioni molto forti su tutte le religioni.
A chi è consigliato? Ai fan di Hugh Grant e degli horror in salsa religiosa/spirituale.
Dopo la consacrazione con il primo A Quiet Place, di cui hanno firmato soggetto e sceneggiatura (con revisioni del regista John Krasinski nel secondo caso), Scott Beck e Bryan Woods hanno cominciato a muoversi con maggiore sicurezza nel mondo del cinema di genere in collaborazione con le major, scrivendo e dirigendo 65 per la Sony/Columbia e firmando il copione di The Boogeyman, dal racconto di Stephen King, per 20th Century Studios. In tale occasione hanno conosciuto l’attrice Sophie Thatcher, reclutata anche per il loro progetto successivo, un altro horror, quello di cui andiamo a parlare in questa recensione di Heretic.
Non bussate a quella porta

Da qualche parte nello Utah (ma il film è stato girato a Vancouver, in Canada), due giovani missionarie mormone, Sorella Barnes e Sorella Paxton, stanno cercando di indirizzare le persone verso la loro fede. Si recano a casa di un uomo che aveva espresso il proprio interesse, un tale Reed, e questi le invita a entrare, proponendo di parlare dell’argomento mentre mangiano una torta che sua moglie ha appena preparato. Le due ragazze accettano, fidandosi di Reed, salvo poi scoprire che la casa di lui è una sorta di prigione/labirinto, dove egli mette alla prova la fede delle persone. Per uscire vive da quella situazione, Barnes e Paxton dovranno capire se credono veramente in ciò in cui credono, o se sono disposte ad accettare la tesi di Reed, il quale sostiene di aver scoperto, dopo anni di ricerche, l’unica vera religione…
Il talento di Mr. Grant

Più o meno dal 2009 in poi, non essendo più considerato appetibile come protagonista di commedie romantiche, Hugh Grant si è reinventato come caratterista, spesso in ruoli da villain, e l’eretico Mr. Reed è tra i suoi personaggi più riusciti, praticamente fatto su misura per i pacati toni britannici di un attore che ha completamente abbandonato la maschera balbuziente e imbranata per cui era noto nelle prime fasi del suo successo professionale e ora misura con precisione il peso di ogni singola sillaba che gli esce dalla bocca. E ad affrontarlo, nella finzione cinematografica e a livello recitativo, ci sono due giovani talenti non da meno, Sophie Thatcher (anche protagonista di Companion) e Chloe East, due facce della classica medaglia dell’eroina horror che qui viene riletta in modo intelligente e anche un po’ beffardo, in linea con il pensiero espresso dal villain. Al di fuori di questo trio centrale, l’unica altra presenza significativa, per quanto breve, è quella di Topher Grace, praticamente un cameo esteso nei panni del leader della comunità di cui fanno parte Barnes e Paxton.
Credere nella parola

Heretic è costruito con precisione geometrica, nella composizione delle inquadrature e nella stesura dei dialoghi, ed è un film dove Beck e Woods, dopo due progetti dove il silenzio, per un motivo o l’altro, aveva un ruolo importante, ritrovano il piacere del verbo, servendosene – per bocca di Reed, principalmente – per analizzare il significato dello stesso, attraverso un memorabile monologo che è al contempo un’analisi interessante – per quanto non priva di difetti contenutistici – delle fedi dominanti e una brillante ammissione di come il film stesso sia un’iterazione (questo il termine scelto dall’antagonista) di concetti già visti e sentiti nel corso della lunga storia del genere. È il film che mette le mani avanti, soprattutto in vista di una parte finale che non è all’altezza dei due tesissimi atti precedenti, e così facendo alimenta ulteriormente il fattore ludico di un’operazione che non ha per forza qualcosa di nuovo da dire, ma quello che dice lo fa in modo arguto e a tratti terrificante.
La recensione in breve
Hugh Grant domina questo intelligente e divertente thriller-horror spirituale dove il verbo - in tutte le sue forme - diventa un'arma tagliente.
PRO
- Hugh Grant è fenomenale, e le due giovani attrici non sono da meno
- La scrittura è molto precisa
- La tensione è gestita molto bene
CONTRO
- La parte finale non ha il mordente del resto del film
- Voto CinemaSerieTV
