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Home » Film » Recensioni film » La casa – Il rogo del male, la recensione: parenti roventi

La casa – Il rogo del male, la recensione: parenti roventi

La recensione de La casa - Il rogo del male, sesto capitolo cinematografico del franchise horror creato da Sam Raimi negli anni Ottanta.
Max BorgDi Max Borg15 Luglio 2026
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Una scena di La casa - Il rogo del male.
Una scena di La casa - Il rogo del male. Fonte: Eagle Pictures
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Venticinque anni fa, La casa di Sam Raimi fece scalpore in diversi paesi, dove i suoi contenuti eccessivamente violenti gli valsero tagli pesanti o addirittura il divieto totale di uscita (nel paese di origine di chi scrive, la Finlandia, uscì al cinema, integrale, nell’estate del 2003, cavalcando l’onda del successo di un altro film di Raimi, Spider-Man). Adesso, i lungometraggi del franchise, anche quelli più truculenti, arrivano in sala senza troppi problemi (in questo nuovo capitolo solo una scena ha richiesto un lavoro di lima perché troppo brutale), sotto l’egida produttiva di Raimi e del socio Rob Tapert che affidano i vari episodi a registi capaci di imprimere qualcosa di nuovo dopo due decenni. È il caso del francese Sebastien Vanicek, che dopo aver colpito tutti con l’esordio Vermines, presentato alla Mostra di Venezia nel 2023, si è ritrovato a Hollywood per firmare il film di cui parliamo nella recensione de La casa – Il rogo del male.

Finché morte non li separi

Una scena di La casa - Il rogo del male.
Una scena di La casa – Il rogo del male. Fonte: Eagle Pictures

Poco tempo dopo gli eventi de La casa – Il risveglio del male, Will Price muore carbonizzato in un incidente d’auto causato da Jessica, che nel film precedente si ritrovava posseduta. Dopo il funerale, la moglie di Will, Alice, viene invitata a una cena di famiglia nella casa sul lago dei Price: i genitori di Will, Edgar e Susan; il fratello Joseph e la di lui compagna Thya; e la nonna Polly, incapace di muoversi autonomamente.

Alice non si è mai sentita ben accetta, fatta eccezione per l’amicizia con Joseph e Thya, e flashback nel corso del film mostrano che Will era un marito tutt’altro che ideale. La serata, già tesa di suo, si fa sempre più cupa quando diventa chiaro che almeno un membro della famiglia è sotto il controllo della maledizione legata al Libro dei Morti, e non per caso: il padre di Susan faceva parte di un’organizzazione che studiava le possessioni demoniache, e avrebbe lasciato in casa gli strumenti necessari per sconfiggere le forze dell’Inferno…

La famiglia prima di tutto

Una scena di La casa - Il rogo del male.
Una scena di La casa – Il rogo del male. Fonte: Eagle Pictures

Come per il film precedente (e quello di Fede Alvarez uscito nel 2013), le riprese si sono svolte in Nuova Zelanda, con un cast quasi interamente locale. Principali eccezioni sono l’americano Hunter Doohan, che abbiamo visto in Daredevil – Rinascita nei panni del serial killer Muse, e la protagonista Souheila Yacoub, svizzera di lingua francese, che conferisce ad Alice la giusta grinta da elemento esterno e dà alle scene una certa carica “europea”, supportata dalla regia di Vanicek (e, almeno nella versione originale, dall’attore Alain Chabat, di cui si sente la voce all’inizio del film nel ruolo del padre della ragazza). Per la prima volta nella storia del franchise, Bruce Campbell, storico protagonista dei primi tre film e produttore esecutivo di quelli successivi, non appare né fisicamente né vocalmente nei panni di Ash Williams, ma è comunque presente tramite un cameo fotografico che potrebbe essere approfondito in futuro tramite i nuovi spunti associati alla mitologia dei Deadites.

Violenza domestica

Una scena di La casa - Il rogo del male.
Una scena di La casa – Il rogo del male. Fonte: Eagle Pictures

Dopo che il film di Lee Cronin (qui produttore esecutivo) aveva rimesso mano alla formula del franchise spostando l’azione in un condominio, Vanicek sembra tornare alle origini con la casa nel bosco, un po’ in mezzo al nulla, più spaziosa del solito ma sempre un po’ malandata. Ma se l’ambientazione è familiare, il resto lo è di meno, perché il regista prende quello che era uno dei marchi di fabbrica dell’universo ideato da Raimi – le scene di violenza alquanto parossistiche – e lo filtra tramite un’analisi molto diretta del tema della violenza coniugale e delle famiglie disfunzionali: se in passato il male arrivava dall’esterno e si impossessava di persone più o meno innocenti, qui era già presente da anni (il linguaggio del corpo tra Edgar – un inquietante Erroll Shand – e gli altri è molto eloquente in merito) e il famigerato libro non ha fatto che esacerbare il marciume che occupava gli animi di questi personaggi.

Ne consegue il capitolo più puramente brutale della saga, dove la classica ironia è centellinata e il sangue scorre con una furia incontenibile. Parte integrante del franchise (forse anche in maniera poco elegante per il modo in cui vengono chiariti certi collegamenti), e al contempo un’entità a sé, libera di esplorare le sfumature della cattiveria umana all’interno del proprio microcosmo grandguignoleggiante.

La recensione in breve

8.0 Coniugale

Sebastien Vanicek mette mano all'universo di Sam Raimi e lo fa suo con tanta brutalità, analizzando il male in maniera più intima, pur rispettando i canoni del franchise.

PRO
  1. Souheila Yacoub guida un cast strepitoso
  2. La riflessione sulla violenza è interessante
  3. Le scene di sangue sono girate con brio e creatività
CONTRO
  1. L'assenza di ironia potrebbe deludere i fan storici del franchise
  2. I collegamenti con i film precedenti stonano un po' a seconda della situazione
  • Voto CinemaSerieTV 8.0
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Max Borg
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Finlandese di nascita, italiano e svizzero d'adozione, si innamora del cinema e della televisione nel periodo adolescenziale, e durante gli studi universitari trasforma gradualmente questo amore in lavoro. Scrive per varie testate in Italia e all'estero, soprattutto quando si tratta di supereroi, cinema nordico e svizzero, streaming e festival.

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