Il film : Marty Supreme, 2025. Diretto da: Josh Safdie. Cast: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler Okonma, Abel Ferrara, Fran Drescher. Genere: Biografico, sportivo. Durata: 2 ore e 29 minuti. Dove l’abbiamo visto: al cinema, in anteprima stampa.
Trama: New York, 1952. Marty Mauser è un giovane ambizioso che sogna di diventare un campione di ping pong e, pur di arrivare al successo, costruisce intorno a sé una rete di bugie e manipolazione. Il film segue la sua ascesa e le crepe di un personaggio incapace di distinguere ambizione e arroganza.
A chi è consigliato? A chi ama i ritratti di personaggi moralmente discutibili e i film d’epoca che parlano anche del presente.
Dopo i Farrelly e i Coen, anche i fratelli Safdie hanno deciso di separarsi artisticamente, con Benny che si è messo in gioco per primo, a livello di data di uscita, firmando The Smashing Machine e prestandosi così alla collaborazione con Dwayne “The Rock” Johnson (anche produttore del biopic del lottatore Mark Kerr). Anche Josh si è dato alla storia vera, ma con maggiore libertà artistica (al punto che in questo caso non c’è neanche la classica scritta iniziale sull’origine di ciò che stiamo per vedere), coinvolgendo Timothée Chalamet in quello che è un debordante ritratto di un uomo dall’ego spropositato, un film d’epoca – il budget di 70 milioni di dollari è dovuto in non piccola parte al dover ricreare la New York di decenni fa – che parla molto dell’oggi. Un film che cerchiamo di esplorare in questa recensione di Marty Supreme.
Ragionare a palla

New York City, 1952. Marty Mauser, 23 anni, lavora nel negozio di scarpe di suo zio ma il suo grande sogno è diventare campione di ping pong, sport che pratica da anni e che gli è valso un posto in un torneo britannico. Pur di arrivare ai massimi livelli, Marty è disposto a ingannare tutti, vendendosi come giovane prodigio con tecniche affabulatorie miste a vere e proprie menzogne, che si tratti della famiglia, dei potenziali soci in affari e persino delle donne con cui intrattiene relazioni clandestine (una delle quali la sua vicina di casa e amica d’infanzia che mette incinta nella prima scena – come evidenziato nei titoli di testa che sono poco ambigui al riguardo – salvo poi passare gran parte della durata a negare la paternità). Ma il suo ego è veramente proporzionato al suo talento? Sarà sufficiente per raggiungere i traguardi che Marty si è fissato?
Il talento di Mr. Chalamet

Laddove l’altro Safdie ha dato a Dwayne Johnson il suo primo ruolo vulnerabile da diversi anni a questa parte, qui con Chalamet avviene l’opposto: l’attore, i cui personaggi tendono a essere figure miti alle prese con situazioni più grandi di loro (a volte controvoglia, come nelle fasi iniziali dell’evoluzione di Paul Atreides in Dune), si lascia andare in questa sede con un megalomane la cui fiducia nelle proprie capacità è una versione ancora più estrema dei protagonisti de Lo spaccone e il suo sequel Il colore dei soldi (le due ispirazioni dichiarate dal regista, la cui poetica ha sempre avuto degli elementi in comune con la New York di Martin Scorsese, regista del secondo film). Un tour de force recitativo – applicato anche fuori dal set con trovate pubblicitarie legate anche alla stagione dei premi – che rende magnetico un personaggio altamente odioso, principale elemento d’interesse costante nel corso dei 150 minuti di una pellicola dove ogni sequenza è inarrestabile come i duelli al tavolo da ping pong.
Il fascino del non professionista

Il giovane divo è circondato da un cast di contorno variegato (tra cui un eccentrico Abel Ferrara e una magnifica Gwyneth Paltrow nei panni di un’attrice che è stata per anni lontana dai riflettori), composto in più di un’occasione da persone che recitano per la prima volta. Tra questi nomi spicca quello di Kevin O’Leary, uomo d’affari canadese noto per le sue apparizioni televisive (è una presenza fissa nel programma Shark Tank, dove è nata la sua maschera interpretativa di imprenditore i cui consigli sono spietati nella loro onestà), scelto per dare vita al magnate Milton Rockwell, l’unico in grado di ridimensionare con altrettanta energia la spavalderia di Marty e rubare la scena al protagonista ogni volta che i due sono insieme sullo schermo. Un piccolo capolavoro di brutalità nel contesto di un racconto epico sull’arroganza che sovrasta il talento.
A colpi di racchetta

Se per Benny si poteva parlare di un lavoro più convenzionale (con inevitabili supposizioni su quale dei due fratelli fosse “quello bravo”, come accaduto per i Coen nonostante non mancassero i film più modesti anche quando dirigevano come duo), Josh Safdie rimane fedele alla propria visione del cinema con questo primo lavoro in solitario. Una pellicola – in tutti i sensi, poiché il direttore della fotografia Darius Khondji ha dato vita alla storia di Marty girando prevalentemente in 35mm – che trasforma ancora una volta la Grande Mela in contenitore di tensione e stress, una tragedia intrisa di tanti momenti di humour nerissimo che sottolinea le pecche di personalità di un individuo che non sa distinguere ambizione e sociopatia, una miscela letale nel 1952 e ancora di più sette decenni dopo con l’uscita del film. Letale, ma perversamente ipnotica come le palle che determinano il destino di questo “supremo” campione e dei suoi parenti e amici.
La recensione in breve
Dramma umano, commedia nera e thriller surreale, il primo film in solitario di Josh Safdie è un grande ritratto del talento sopraffatto dall'arroganza, con un grandissimo Timothée Chalamet.
Pro
- Timothée Chalamet è assolutamente strepitoso e imprevedibile
- Kevin O'Leary esordisce come attore con grande stile
- La ricostruzione degli anni Cinquanta è notevole
- Il film è ritmato alla perfezione
Contro
- Sconsigliato ai fan sfegatati del Chalamet più mite e
- Voto CinemaSerieTV
