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Home » Film » The Brutalist è una delle riflessioni sull’Olocausto più potenti nella storia del cinema

The Brutalist è una delle riflessioni sull’Olocausto più potenti nella storia del cinema

Analizziamo insieme i temi affrontati in The Brutalist con Adrien Brody, da giovedì 6 febbraio nelle nostre sale.
Simone FabrizianiDi Simone Fabriziani8 Febbraio 2025
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The Brutalist
Adrien Brody in una scena del film - fonte: A24
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Alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia aveva vinto il prestigioso Leone d’Argento alla miglior regia, assegnato a Brady Corbet. Da lì, una valanga di consensi unanimi da parte della critica cinematografica e del pubblico, per un lungometraggio dalle grandi ambizioni della durata mastodontica di quasi 215 minuti. Il film è The Brutalist, che dalla kermesse veneziana in poi ha conquistato la stampa americana ed internazionale, collezionando 7 nomination ai Golden Globe, 3 vittorie e 10 candidature agli Oscar 2025. Sarà l’acclamato film con Adrien Brody, Felicity Jones e Guy Pearce il favorito per la notte dei premi più prestigiosi di Hollywood?

Riconoscimenti possibili a parte, The Brutalist è un’epopea cinematografica di grande impatto e dalle molteplici letture nascoste. In questo articolo cercheremo di analizzare il lungometraggio diretto da Brady Corbet sotto la lente dell’immigrazione del secolo scorso e dello sterminio della popolazione ebraica perpetrato dal Nazismo nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Temi delicati che il film racconta sottilmente attraverso il viaggio accidentato del protagonista del film, interpretato da uno straordinario Adrien Brody.

Di cosa parla The Brutalist?

The Brutalist
Adrien Brody in una scena del film- fonte: A24

Nel 1947, l’ebreo ungherese László Tóth (Adrien Brody), scampato a Buchenwald, emigra negli Stati Uniti. L’Olocausto l’ha separato dalla moglie Erzsébet (Felicity Jones), che a lungo aveva creduto morta a Dachau e ora invece gli scrive da un campo profughi dell’Armata rossa promettendogli di riabbracciarlo non appena otterrà anche lei il visto. Uno stimato architetto del Bauhaus prima dell’ascesa del nazismo, László va a vivere a Filadelfia dal cugino Attila Molnár (Alessandro Nivola), immigrato prima della guerra e assimilatosi alla gente del posto, anglicizzando il suo cognome in Miller e sposando la cattolica Audrey. Per dargli una mano, Attila gli trova lavoro nel suo negozio di mobili, dove László si cimenta, con perplessità da parte di Audrey, in piccoli progetti di design d’interni in cui dà prova delle sue nuove sensibilità brutaliste nate dall’esperienza dell’Olocausto, mentre le Nazioni Unite ratificano il piano di partizione della Palestina.

Nel frattempo, László stringe amicizia con Gordon, un senzatetto di colore con un figlio a carico. La grande occasione per i due cugini sembra arrivare quando Harry Lee Van Buren (Joe Alwyn), giovane rampollo del magnate Harrison (Guy Pearce), gli chiede di ristrutturare lo studiolo del padre nella sua tenuta a Doylestown per fare una sorpresa a quest’ultimo: sarà l’inizio di un viaggio nell’inferno di un sogno americano perverso e rovesciato. Da queste roboanti premesse si muove l’epico The Brutalist di Brady Corbet, realizzato interamente a Budapest in Ungheria, costato soli 10 milioni di dollari e girato in VistaVision 70 millimetri (consigliamo caldamente di recuperare il film in una sala cinematografica adeguata). Un film strutturato in un prologo, uno svolgimento, un epilogo e addirittura in un intervallo di ben 15 minuti, che raccoglie al suo interno molteplici letture e punti di raccordo analitico. Noi abbiamo cercato di leggere The Brutalist sotto la lente d’ingrandimento del trauma dell’Olocausto accaduto a metà del Novecento.

Un monumento alla memoria dell’Olocausto

The Brutalist
Una scena di The Brutalist – fonte: A24

Il film lo avevamo visto in anteprima mondiale in occasione dell’81° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (qui potete leggere la nostra recensione), e lo avevamo immediatamente capito: The Brutalist di Brady Corbet avrebbe lasciato il segno nella storia del cinema americano contemporaneo. Non tanto per i rivoluzionari ed inaspettati costi di produzione del lungometraggio, e nemmeno per la durata monstre della pellicola del cineasta autore de L’infanzia di un capo e Vox Lux, no. Il pluricandidato film agli Oscar di quest’anno è una riflessione di agghiacciante e sagace intelligenza sulla ciclicità dell’esperienza storica dell’uomo nella società occidentale, sull’impossibilità di fuggire dalle dinamiche di potere e dell’egida sempiterna del dislivello etnico, sociale e culturale. Appropriandosi quindi di metri di giudizio e stilistici che in fase di sceneggiatura gli hanno permesso di affrontare con originalità ed efficacia tali tematiche, Brady Corbet finisce per firmare non solo il suo film-testamento, ma un’impressionante opera-fiume che raccoglie le voci dei testimoni dell’Olocausto del secolo scorso e del fenomeno migratorio dei decenni successivi alla guerra mondiale.

Non è difatti un caso che The Brutalist sia stato accostato, da molta stampa di settore, ai migliori film del passato mai realizzati a proposito dello sterminio della popolazione ebraica del XX secolo, un’opera monumentale che costruisce attorno al grande trauma del passato storico un capolavoro architettonico innalzato sulle fondamenta di un linguaggio cinematografico che guarda con un occhio al passato (la pellicola VistaVision in 70 mm veniva utilizzata nel corso degli anni ’50) e con l’altro al futuro del grande schermo. Proprio come fa il protagonista László Tóth, da sopravvissuto ungherese ai campi di concentramento a precursore dell’arte brutalista negli Stati Uniti; sembrano le premesse di un biopic con i fiocchi, eppure il lungometraggio diretto da Brady Corbet è tutto tranne che tratto da una storia vera.

Le architetture del dolore

The Brutalist
Un’immagine dal film – fonte: A24

Nella realizzazione titanica di quel mausoleo dedicato alla memoria della madre di Harrison Lee Van Buren, il protagonista del film interpretato da Adrien Brody (potrebbe vincere la sua seconda statuetta, a ventidue anni di distanza da quella storica ottenuta per Il pianista di Roman Polanski) infonde tutto lo straziante dolore della sua esperienza nei campi di concentramento europeo, la sua e quella di un’intera popolazione assoggettata dalle smanie di potere incontrollate di una Germania ossessionata dalla pulizia etnica nel mondo. Un evento traumatico che Lazslo tramuta e plasma a modo suo attraverso la creazione dell’arte e della bellezza, in un mondo di severe linee geometriche ed austere costruzioni edili di semplicità vivsiva quasi disturbante.

Una grande opera incompiuta commissionata dall’ombroso e perverso Van Buren per celebrare la memoria della defunta madre, ma che nello spiazzante epilogo del film di Corbet si rivela profondo percorso di psicoterapia per il protagonista, tra fantasmi di un passato troppo lancinante da poter dimenticare ed un presente ciclicamente opprimente ed illusorio: fuggito da un’Europa a ferro e fuoco dominata dall’odio e della intolleranza etnica, Lazslo si rifugia negli Stati Uniti con la speranza di una seconda occasione di vita; una vita negatagli prima nel suo continente natio e poi nella “terra delle opportunità”, dove prima diventa apprezzato architetto di impianto brutalista per l’ambiguo committente interpretato da Guy Pearce, poi vittima di un perverso gioco di potere tra carceriere e prigioniero che conferma la ciclicità ineluttabile della Storia umana e delle sue inevitabili diseguaglianze storico-sociali.

The Brutalist è un film-mausoleo di bellezza straziante

The Brutalist
Guy Pearce in una scena del film – fonte: A24

Per questo motivo The Brutalist può essere cionsiderato a tutti gli effetti un vero e proprio film-mausoleo sull’esperienza senza tempo dell’immigrazione della civiltà umana, sulle conseguenze della prevaricazione sociale e l’intolleranza etnica. Un concept cinematografico di ciclica efficacia che capovolge sistemi di valore, di analisi e di riflessione sulla contrapposizione (qui semplicemente fasulla e prefabbricata) tra oppressione nell’Europa nazista della metà del Novecento e l’America degli anni successivi. In questa siffatta forma, il lungometraggio di Brady Corbet candidato a 10 premi Oscar entra già a gamba tesa negli annali del grande cinema contemporaneo in duplice maniera.

Se da un lato è epopea-fiume di un’America degli anni ’50 raccontata attraverso gli occhi dolorosi e lancinanti del nostro protagonista, dall’altro raccoglie la memoria e il testimone universale dell’esperienza migratoria di ogni tempo ed epoca passata, presente e futura; un monito audiovisivo che mette in guardia dagli errori commessi e da quelli che si compieranno negli anni a venire, in un eterno ed ineffabile ciclo da cui la civiltà non riuscirà mai a disfarsene del tutto. Un pessimismo cosmico ed a-temporale che rende The Brutalist una pietra preziosa nel firmamento culturale attuale, e che diverrà molto probabilmente pietra di paragone di tanto cinema che verrà in futuro.

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