Brady Corbet è indubbiamente uno dei nomi più altisonanti del cinema indipendente americano. Cresciuto sui set come attore, di cui ricordiamo i ruoli in Mysterious Skin (2004) e Funny Games (2007), debutta da regista nel 2015 con L’infanzia di un capo, il racconto della gioventù di un futuro sovrano autoritario, e tre anni dopo realizza Vox Lux, una parabola sull’ascesa e il declino di una pop star segnata da scandali e problemi personali. Entrambi presentati a Venezia, il primo in Orizzonti (vincendo miglior regia), il secondo in concorso (uscendo dal Lido a mani vuote). Entrambi co-sceneggiati da Mona Fastvold, ed entrambi dotati di una visione autoriale ben precisa, seppur ancora parzialmente acerba.
Nel 2024 (in Italia, con immancabile ritardo, il 6 febbraio 2025) arriva nelle sale con The Brutalist, dopo il passaggio semi-trionfale a Venezia (dove ha ricevuto il Leone-D’argento – Miglior regia), la vittoria ai Golden Globes come miglior film drammatico e le 10 candidature agli Oscar. Tutti riconoscimenti meritati, aggiungiamo noi. Perché al suo terzo lungometraggio, Corbet è riuscito a colpire direttamente il bersaglio, centrando il capolavoro.
Ribaltamento del Mito Americano

Di cosa parla, The Brutalist, ormai lo sanno tutti. László Tóth (Adrien Brody) è un architetto ungherese di origine ebrea, scampato da Buchenwald ed emigrato negli Stati Uniti per costruire una nuova vita. Qui comincia a svolgere piccoli lavoretti di design presso l’azienda del cugino, Attila, attirando la curiosità di un ricco magnate: Harrison Lee Van Buren (Guy Pearce). Questi decide di commissionare a Tòth il progetto della vita: la realizzazione di un centro polifunzionale in nome della sua madre defunta. Ma i lavori di costruzione finiranno per prendere una direzione inaspettata, che condurrà l’ambizione artistica dell’architetto a scontrarsi con i limiti strutturali del sistema americano, con i vincoli e le richieste del mecenate. E l’arrivo di sua moglie Erzsébet (Felicity Jones) negli States non farà altro che peggiorare la situazione.
Il classico film sull’elaborazione del trauma post campi di concentramento, dirà qualcuno. Il già consumato tema del ribaltamento dell’American Dream, dirà qualcun altro. In realtà, The Brutalist è molto più di questo. Perché l’opera di Corbet è davvero una delle più sensazionali esperienze cinematografiche degli ultimi anni, capace di assorbire l’essenza del grande cinema. Un’opera che raramente capita di vedere in questi tempi.
Magniloquenza e intimità

Un cinema che unisce alla perfezione ambizioni autoriali e dimensioni da opera-evento in grado di abbracciare una platea più vasta. Dietro The Brutalist c’è, infatti, un ingegno creativo e produttivo da far accapponare la pelle. Durante la visione ci sembra di assistere a una grande sinfonia visiva degli anni 50′, colossale ed eccessiva: un racconto antologico di 215 minuti, con un prologo, un epilogo e un intermission montato internamente al film. E nonostante la durata gigantesca, al centro di cui si susseguono immagini imponenti girate in VistaVision con pellicola 70 millimetri (lunga ben 6,5 chilometri), strumenti tecnici che venivano utilizzati per concepire i progetti del grande spettacolo cinematografico classico, Corbet riesce a non perdere di vista nessuno dei suoi personaggi, che costituiscono il fulcro drammatico di tutta l’opera.
E la grande forza del film risiede proprio in questo: a una mastodontica composizione audiovisiva si contrappone una grande sensibilità di Corbet nel ritrarre Toth nei suoi momenti di intimità, avulso da un contesto profondamente opprimente. The Brutalist è, alla fine, la storia di un architetto che pensa in grande (messa in scena da un autore che, forse, pensa ancora più in grande di lui), che finalmente intravede uno spiraglio di luce dopo l’oblio della guerra, per ripartire da zero in un mondo dove tutto sembra essere possibile. Ma che alla fine, di questo sistema fintamente accomodante, che dovrebbe inseguire i talenti invece di soffocarli, non sarà altro che una delle tante vittime.
Uno spaccato dei nostri giorni

“Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo.” Mai come in questo periodo storico l’affermazione di Goethe, presentata prima dei titoli di testa, risulta così drammaticamente dirompente. In un’epoca dove tutto è ormai finito nelle mani di un’oligarchia a trazione Musk-Trump che, abbracciando il capitalismo più sfrenato, ha trasformato il pianeta in una grossa multinazionale, rendendo i suoi cittadini in sudditi di un gruppetto di megalomani sregolati. E ciò che rabbrividisce, è pensare che questo governo di “pochi e ricchi” sia stato possibile solo grazie a un voto democratico, e non alla violenza.
In virtù di ciò, il ritratto del Novecento che The Brutalist offre, attraverso l’epopea di un architetto emigrato nella terra delle apparenti opportunità, diventa dunque un grande spaccato dei tempi bui che corrono. E Corbet, prendendo spunto dai capolavori di Paul Thomas Anderson Il Petroliere e The Master, è fenomenale nel raccontare con estrema lucidità tutte le storture di un Paese famelico, attraverso una regia profondamente europea, capace di carpire le venature, le sfumature e i disagi esistenziali di un individuo in perenne crisi di identità, incapace di giungere a patti con un mondo fin troppo narcisista, individualista ed edonista. Un “io” perduto incapace di adattarsi alle logiche del successo degli Stati Uniti, appunto.
The Brutalist agli Oscar

The Brutalist è sulla carta un film confinato nei canoni del cinema indipendente americano, dal momento che è costato solamente 10 milioni di dollari. Tuttavia, da questi confini riesce a uscire per unire sia un gusto cinefilo che quello del grande pubblico. Perché nel capolavoro di Corbet c’è sì un’impronta produttiva strabordante e sovrastante, nonostante il poco budget speso alla perfezione centesimo per centesimo. Ma c’è anche una scrittura intima, raffinata e stimolante. The Brutalist è dunque espressione del miglior cinema che si può fare oggi, in grado di incantare per le sue meraviglie tecniche (da vedere rigorosamente in pellicola 70 millimetri) e di rendere intellettualmente e sensorialmente eccitante la visione.
Ora The Brutalist dovrà affrontare una tappa significativa del suo percorso: la 97esima edizione degli Oscar prevista per domenica 2 marzo. Un’edizione colpita già da tanti scandali e polemiche. Polemiche che non hanno risparmiato nemmeno il film di Corbet, per via dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale (questione irrilevante per noi) e di una durata fin troppo eccessiva che ha scoraggiato la visione per alcuni membri dell’Academy. Mai come quest’anno assisteremo a una cerimonia così controversa e incerta, di cui al momento è davvero difficile fare previsioni su vincitori e vinti. The Brutalist, dall’alto delle sue dieci candidature, è sicuramente uno dei titoli più inflazionati, e potrebbe portarsi a casa alcune statuette importanti come regia e fotografia. Lo straordinario Adrien Brody nei panni di László Tóth, invece, dovrà vedersela fino all’ultimo con Timothée Chalamet e il suo Bob Dylan, per ora leggermente favorito.
