Alla fine degli anni Settanta un già lanciato Stephen King, per aggirare il paletto dell’epoca che impediva a uno scrittore di uscire con più di un libro all’anno, si inventò lo pseudonimo Richard Bachman per poter dare alle stampe romanzi non strettamente horror, in alcuni casi scritti molti anni addietro e rimasti in un cassetto. Tra questi c’era La lunga marcia, pubblicato nel 1979 ma scritto tra il 1966 e il 1967 quando King era all’università, sorta di reazione dell’allora giovane studente alle atrocità che avvenivano in Vietnam. Sei decenni dopo, quella reazione è arrivata sullo schermo, sotto forma di uno dei quattro film tratti da opere di King a essere usciti nelle sale americane nel corso del 2025 (mentre in Italia è arrivato sette mesi dopo il debutto statunitense). Si tratta del film di cui parliamo nella recensione di The Long Walk.
Gioventù bruciata

La storia si svolge in un Novecento alternativo dove, in seguito a una guerra civile, il governo USA è diventato un regime totalitario di stampo militare. Ogni anno, su ordine del regime, ha luogo la lunga marcia, che coinvolge cinquanta giovani, uno per ogni Stato americano. Questi ragazzi devono camminare senza fermarsi, mantenendo una velocità media di circa cinque chilometri orari. Chi si ferma o scende sotto la media riceve un’ammonizione, e alla terza ammonizione si viene uccisi in diretta dai soldati che seguono i concorrenti lungo la strada e trasmettono l’evento in televisione. Non c’è nessun traguardo, e la marcia finisce quando rimane solo un partecipante ancora vivo. A questo vincitore spettano una cospicua somma di denaro e la realizzazione di un desiderio a piacere. Tra i concorrenti c’è Ray Garraty, proveniente dal Maine (regione natia di King), e per lui e gli altri la marcia diventa anche uno scontro psicologico con il Maggiore, dispotico comandante dei soldati incaricati di giustiziare chi smetterà di camminare.
Il cammino del talento

Per via della premessa, il cast è quasi interamente costituito da talenti giovani, con alcune delle più interessanti scoperte degli ultimi anni: Cooper Hoffman (figlio di Philip Seymour Hoffman, già protagonista di Licorice Pizza), David Jonsson (Alien: Romulus) e Charlie Plummer (premiato a Venezia per la sua interpretazione in Lean on Pete), e altri. Un gruppo coeso (perché seppure in circostanze più umane, anche loro hanno passato giornate intere a camminare insieme durante le riprese), dove però emergono anche le personalità distinte che alimentano la tensione psicologica. L’altra faccia della medaglia, agli antipodi sul piano anagrafico, è nientemeno che Mark Hamill (che nei titoli di coda è accreditato con l’equivalente americano del nostro “con la partecipazione di”), magnificamente disumano nei panni del Maggiore dopo essere stato l’amorevole nonno in un altro adattamento recente di King, The Life of Chuck.
I passi della disperazione

La regia è stata affidata a Francis Lawrence, noto soprattutto per un altro universo distopico dove il governo tirannico sacrifica annualmente dei giovani, ossia Hunger Games. Dal mondo di Panem si è portato dietro la grande sintonia con il cast più giovane, sovrapponendo un senso di disperazione che qui, avendo a che fare con uno dei testi più pessimisti di King (anche per i suoi standard, i romanzi usciti con la firma di Bachman sono tutt’altro che allegri), è un urlo di rabbia che, a sessant’anni dalla prima stesura della fonte letteraria, non ha perso la sua rilevanza e la sua ferocia. Anche il finale, che non aderisce completamente alla controparte cartacea ma ne preserva lo spirito (a differenza del ben più edulcorato The Running Man), è un concentrato di disillusione che, dall’America di allora, può essere applicata a quella di oggi, e anche al mondo in generale. E qualora se ne volesse uscire, la strada rischia di essere lunga.
Cosa ne pensiamo in sintesi
Uno dei primi libri di Stephen King arriva al cinema con tutta la ferocia intatta, mettendo in scena un mondo distopico e crudele con grande lucidità.
Pro
- Il mood disperato è gestito bene dall'inizio alla fine
- I giovani attori sono in sintonia con l'atmosfera del progetto
- Mark Hamill è un villain inquietante
Contro
- Il finale leggermente modificato potrebbe non piacere ai puristi di King
- Voto CinemaSerieTV
