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Home » Film » Viennale 2022: bilancio della sessantesima edizione

Viennale 2022: bilancio della sessantesima edizione

Riflessioni sull'edizione 2022 della Viennale, prestigioso appuntamento cinefilo che ha spento sessanta candeline.
Max BorgDi Max Borg10 Novembre 2022Aggiornato:14 Novembre 2022
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La direttrice della Viennale
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Ogni anno, la capitale dell’Austria si trasforma in luogo di ritrovo per gli appassionati del grande cinema d’autore, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. Si tratta della Viennale, che nel 2022 ha festeggiato la sua sessantesima edizione, la quarta sotto la direzione dell’italiana Eva Sangiorgi. Una celebrazione del cinema mondiale, senza limiti geografici o cronologici, che è anche stata, per certi versi, una celebrazione della storia del festival stesso, con diverse opere a firma di cineasti molto legati alla kermesse viennese, tra cui Sergei Loznitsa, Claire Denis, Mia Hansen-Løve e Werner Herzog (direttore artistico del festival dal 1990 al 1993), quest’ultimo oggetto di un grande omaggio per i suoi ottant’anni.

Il meglio dell’anno

Vera Gemma e Asia Argento in Vera

Manifestazione non competitiva, la Viennale propone, anche per il suo arrivare quasi a fine anno, il meglio dei mesi precedenti, con una selezione che preleva liberamente dalle grandi manifestazioni che l’hanno preceduta: Berlino, Cannes, Locarno, Venezia, Toronto. Dal Lido veniva il film d’apertura, Vera di Tizza Covi e Rainer Frimmel (a cui abbiamo dedicato una recensione), duo italo-austriaco che nel 2022 è stato omaggiato anche dalla Diagonale (a Graz, nella regione natale di un certo Arnold Schwarzenegger), il festival dedicato interamente alla produzione nazionale; e dalla Croisette è arrivato il lungometraggio di chiusura, Un beau matin di Mia Hansen-Løve. In mezzo, un ampio spettro di offerte da ogni angolo del mondo, dalle Filippine (When the Waves Are Gone di Lav Diaz) all’Italia (Chiara di Susanna Nicchiarelli, il film sulla famosa santa a cui abbiamo dedicato una recensione), passando per la Corea del Sud (Broker di Hirokazu Kore-eda, proposto come film sorpresa in una sala gremita di persone recatesi al cinema sulla fiducia, e un duplice Hong Sang-soo, rimasto in città alla fine del festival per inaugurare di persona la retrospettiva organizzata dall’Austrian Film Museum). E a seconda delle proiezioni, il pubblico poteva ritrovarsi davanti uno di sei trailer, brevi filmati a firma di alcuni dei cineasti invitati e altri che sono legati alla storia del festival: Sergei Loznitsa, Albert Serra (di cui potete vedere qui sotto il contributo), Claire Denis, Nina Menkes, Ryusuke Hamaguchi e Narcisa Hirsch.

L’importanza del passato

Altro marchio di fabbrica della Viennale il suo lavoro sulle retrospettive, precise e preziose nel loro tentativo di mostrare a occhi nuovi lati meno noti della storia della settima arte. L’edizione 2022 non è stata da meno, con ben sei programmi tematici, in parte in collaborazione con Metro Kino (la sede principale della Cineteca austriaca) e il già citato Film Museum. E basti pensare che il più mainstream di questi, quello dedicato a Elaine May, era comunque fatto di film – quattro, quelli che lei ha firmato come regista tra il 1971 e il 1987 – poco noti in Europa, incluso quel piccolo cult che è Ishtar, passato alla storia come uno dei più grandi insuccessi commerciali di tutti i tempi. Al suo fianco, omaggi a Med Hondo, padre del cinema mauritano; Ebrahim Golestan, grande cineasta iraniano che poco prima dell’inizio del festival ha compiuto cento anni; Yoshida Kiju, firma imprescindibile del cinema giapponese; e due cicli dedicati rispettivamente alla produzione documentaria austriaca e al noir argentino. Il tutto in sale quasi sempre piene, con i cinefili viennesi (e non solo) guidati da una grande curiosità, marchio di fabbrica del successo della kermesse.

Ripagare la cinefilia

Anya Taylor-Joy e Ralph Fiennes in The Menu

Chi viene a Vienna, il cui programma solitamente non contiene titoli particolarmente commerciali (il più appetibile in tal senso, e il gioco di parole è interamente voluto, era The Menu), è mosso da una passione per tutte le forme del cinema, e uno spirito di apertura che lo porta anche ad esperienze avventurose come la proiezione serale, alle 20.30, di un’opera impegnativa come Pacifiction di Albert Serra, dalla durata generosa di 163 minuti (senza contare la presentazione e il trailer, che aggiungono dai cinque ai dieci minuti alla durata effettiva a seconda del titolo). E il cineasta spagnolo, riconoscente, è rimasto nella sala per il successivo Q&A un’ulteriore ora e mezza, senza che nessuno si lamentasse dell’idea di rientrare a casa dopo mezzanotte. E pur non fermandosi così a lungo per interagire con i presenti, anche altri cineasti hanno espresso gli stessi pensieri positivi vedendo i cinema gremiti per opere non sempre lineari e “facili”, ribadendo l’importanza della sala e dell’esperienza collettiva in quello che lentamente sta tornando a essere un panorama normale per l’audiovisivo in generale e i festival in particolare, dopo due anni di incertezze, annullamenti e soluzioni ibride.

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